Storie Azzurre: Euro 76

L’Italia nel biennio 74-76 affrontò Polonia e Olanda nelle qualificazioni a Euro 76. Non ebbero chances ma in quella edizione, sconfitte a parte, grazie a Bernardini esordirono i futuri campioni del mondo Antognoni, Bettega, Scirea e Graziani

Ferruccio Valcareggi, l’amabile Zio Uccio, responsabile del tracollo azzurro ai Mondiali tedeschi del 1974, ha lasciato. Una lunga, gloriosa conduzione azzurra, la sua. Un titolo europeo (1968); un secondo posto ai Mondiali (1970); 54 partite con sole 6 sconfitte, 27 vittorie e 21 match pari. Ma la fatal Stoccarda lo brucia e deve fare le valigie, come una miriade di suoi predecessori.

A sorpresa, il 28 settembre del 1974 la Federcalcio nomina al suo posto Fulvio Bernardini. La sorpresa sta tutta nell’età di Fulvio, tecnico di conclamate virtù, personaggio di spicco nell’arido panorama del nostro calcio, uomo colto, raffinato, magari scomodo per il suo vizio di dire sempre e in faccia a chiunque come la pensa. Bernardini è ormai sulla soglia dei 69, e nonostante il fisico eccezionale e la prepotente personalità si teme non possa affrontare le fatiche, gli stress, le battaglie polemiche che sono connaturali al ruolo di c.t. (in Italia specialmente).

Ma Fulvio sbalordisce tutti per l’ennesima volta. Affronta il nuovo incarico con l’entusiasmo e la carica di un ventenne, promuove raduni oceanici, corre su e giù per l’Italia a osservare di persona i giocatori in predicato di vestire l’azzurro, piuttosto lascia disorientati per l’eccesso di… gioventù che lo porta a qualche esuberanza.

Purtroppo, il sorteggio della fase eliminatoria della quinta edizione della Coppa Europa, non potrebbe risultare più arcigno. L’Italia fa parte del girone 5 assieme a Finlandia, Polonia e Olanda. I finlandesi non contano, ma eccoci di fronte ai terribili olandesi, secondi ai Mondiali di Monaco ed alla Polonia, terza classificata dopo aver battuto il Brasile e avere eliminato l’Italia a Stoccarda (il 2-1 che ci rispedì a casa). Peggio di così…

L’OLANDA

Il debutto in trasferta, campo di Rotterdam, il 20 novembre del 1974. E’ la seconda partita di Bernardini, che nell’amichevole d’esordio ha ceduto, di misura, a Zagabria (1-0) contro la Jugoslavia. Fulvio dimostra un incredibile coraggio rivoluzionando la formazione. Aveva già troncato la lunga carriera azzurra dei totem Mazzola e Rivera lasciandoli entrambi definitivamente in disparte. Non ci sono più i terzini di tutti i successi, Burgnich e Facchetti. Non c’è più il «guerriero dalla faccia d’angelo» Roberto Rosato. Finito il ciclo di Cera, il primo libero offensivo del nostro calcio. Non c’è Chinaglia, turbolento protagonista (negativo) di indimenticabili sceneggiate in Germania. Non c’è più Gigi Riva, che ha ormai imboccato il viale del tramonto.

E Bernardini getta nella mischia un pugno di giovani sui quali crede ciecamente: i difensori Rocca e Moreno Roggi e soprattutto lui, il giovanissimo Giancarlo Antognoni, la futura gemma del nostro calcio. E, con un coraggio che rasenta l’imprudenza, fa debuttare a Rotterdam anche «Birillo» Orlandini, e proprio ad Orlandini affida la marcatura di Giovannino Cruijff

Bene, con un pizzico di fortuna, e con un arbitro più attento del signor Kasakov (URSS), l’Italia avrebbe vinto in Olanda. Sì, perché Boninsegna andò subito in gol, su delizioso lancio proprio di Antognoni, e avrebbe raddoppiato di lì a poco se un brutale fallaccio in piena area di Rijsbergen ai danni dello stesso Boninsegna fosse stato punito con il sacrosanto calcio di rigore. Invece, superato il gravissimo pericolo, l’Olanda si riprese, pareggiò con un bel gol di Rensenbrink, andò in definitivo vantaggio con due gioielli di Cruijff (anche se la prima delle due reti personali dell’olandese apparve ai più viziata da fuorigioco).

L’esordiente Orlandini alle prese con il mito Cruijff

LA POLONIA

Si arriva così alla seconda partita di qualificazione attraverso uno stillicidio di amichevoli che Bernardini affronta tormentando la squadra con una continua girandola di esperimenti. Giocatori che entrano ed escono, difficile trovare anche una minima intesa; Bernardini ha troppe idee, è un tecnico alla continua ricerca del meglio, distante anni luce dai concetti conservatori di Valcareggi. L’ambiente calcistico è frastornato e dubbioso.

Così si arriva al confronto casalingo con la temutissima Polonia (Roma, 19 aprile 1975) in un ribollente clima polemico. E Fulvio, incurante del parere dei critici e più che mai convinto della bontà delle sue idee, manda in campo una squadra rinnovatissima rispetto a Rotterdam. Concede fiducia ad un’altra infornata di debuttanti: Gentile, Giorgio Morini, Ciccio Graziani e Cordova, inseriti in un telaio sostenuto dagli anziani Facchetti, Zoff, Bellugi e Chinaglia, mentre conferma fiducia in Antognoni e consente a Paolino Pulici di giocare la sua quarta partita in azzurro.

Per sperare nell’impossibile qualificazione, l’Italia deve assolutamente vincere. Ma la Polonia è ancora lo squadrone di Tomaszewski e Gorgon, di Deyna e Szarmach, di Lato e Gadocha. E manovrando accortamente sulla difensiva congela il gioco degli azzurri e strappa, facilmente, lo sperato pareggio a reti bianche. Siamo, virtualmente, fuori dalla Coppa Europa.

Conta poco, infatti, la prima vittoria di Fulvio Bernardini alla guida degli azzurri che l’Italia coglie ad Helsinki il 5 giugno di quel 1975. Contro la Finlandia, squadra materasso del girone, Olanda e Polonia faranno scorpacciate di reti, mentre noi dobbiamo accontentarci di quella messa a segno dal rientrante Chinaglia su calcio di rigore concesso per atterramento di Bettega ad opera di Tolsa, un lungagnone goffo e sgraziato. Uno a zero, prestazione mediocre, tutto come prima. L’Olanda e la Polonia parlano un altro linguaggio, bisognerebbe andare a vincere a Varsavia per sperare ancora…

19 Aprile 1975, Italia-Polonia 0-0: Szarmach e Cordova

LA FINLANDIA

E bisognerebbe, soprattutto, sommergere di gol la Finlandia nel match di ritorno, in programma alla ripresa della stagione agonistica, il 27 settembre sempre del 1975, Stadio Olimpico di Roma. Gli spettatori vanno alla partita con il pallottoliere, tante saranno le reti degli azzurri che sarà difficile tenere il conto. Invece il conto è anche troppo facile: zero a zero…

Un disastro, nonostante la continua pressione di un attacco formato da Graziani, Pecci, Savoldi, Antognoni e Giorgio Morini, che non riesce a perforare neppure una volta la difesa armata alla meno peggio dai biondoni finlandesi davanti al loro portiere Enckelman, uno dei pochi giocatori «veri» della formazione ospite. Subissata dai fischi, la Nazionale azzurra esce dal campo fra un diluvio di improperi. Bernardini viene assai poco generosamente insultato nella sua Roma, siamo sull’orlo del disastro, l’ennesimo disastro. E invece usciremo sì dalla Coppa, ma dopo due eccezionali prestazioni, che ci videro imbattuti a Varsavia e vittoriosi ancora a Roma a spese dell’olanda!

LEONI DI VARSAVIA

Contro la Polonia, il 27 ottobre, la nostra difesa giocò una partita memorabile. Zoff, Gentile, Rocca, Cuccureddu, Bellugi e Facchetti sostennero il peso immane di un attacco massicio, continuo, pressante portato dai «cannoni» polacchi. C’erano tutte le stelle del Mondiale tedesco: Lato, Gadocha, Szarmach, Deyna, Kasperczak… Niente da fare: Mauro Bellugi si guadagnò l’appellativo di «leone di Varsavia» battendosi furiosamente contro Szarmach in una serie di entusiasmanti duelli che videro soccombere, sempre, il campione polacco. Gentile e Rocca misero il bavaglio a Gadocha e a Lato, allora le due ali più forti e più temute di tutto il calcio europeo.

CIAO OLANDA!

Ma neppure quella prodezza poteva salvarci dall’eliminazione, avendo l’Olanda già ipotecato il successo nel girone quando, il 22 novembre, venne a giocare a Roma. Gli olandesi, infatti, lasciarono segnare un inutile gol a Fabio Capello dopo 20 minuti di gioco, poi si limitarono a congelare la partita per non subire altri danni. E per uscire dall’Olimpico fra i consensi generali e con in tasca il lasciapassare per la fase finale della Coppa, per avere superato, sia pure di stretta misura, i polacchi.

Ma anche il ciclo della grande Olanda stava per oscurarsi. Cruijff era emigrato in Spagna, e a volte non riusciva ad ottenere il placet per rivestire la maglia arancione, al pari del fedelissimo Neeskens, che lo aveva seguito a Barcellona. Anche Rensenbrink e Krol se n’erano andati, un mito stava per crollare. E crollò rumorosamente in Jugoslavia, quando l’Olanda dovette cedere alla Cecoslovacchia per 3-1 in una delle semifinali. I ceki batterono poi anche la Germania Ovest nella finalissima di Belgrado (7-5 ai rigori) e l’Olanda si rifece conquistando il terzo posto a spese della squadra di casa.

22-11-1975 Italia – Olanda 1-0: gli azzurri intorno a Capello, autore del goal-partita

Da notare un dato quasi inspiegabile: la grande Olanda degli anni settanta, forse la squadra più ammirata e sicuramente tra le più forti del mondo in assoluto negli anni settanta, non vinse niente a livello di Nazionale. Due volte finalista ai Mondiali di Monaco e di Buenos Aires e due volte battuta, prima dalla Germania Ovest poi dall’Argentina. Semifinalista nella Coppa Europa e battuta dai ceki. Si rifaceva, il calcio olandese, collezionando Coppe dei Campioni con il Feyenoord e l’Ajax (tre trionfi consecutivi). Ma la Nazionale no, la Nazionale arancione dovette aspettare il 1988 per trionfare in Europa.

E l’Italia? Fuori anche dalla quinta edizione della Coppa Henry Delaunay. Con la solita, immancabile scia di polemiche, di accuse ai giocatori e al tecnico. Il quale tecnico, Fulvio Bernardini, doveva passare il testimone a Enzo Bearzot l’8 ottobre del 1977, dopo un periodo di difficile coabitazione al vertice del calcio azzurro.

Ma Fulvio passò a Bearzot anche l’intelaiatura della futura Nazionale mondiale del 1982. Perché non si può, o meglio non si deve passare sotto silenzio il fatto che, al di là di ogni polemica, Bernardini lasciò una traccia profonda nel tessuto della Nazionale azzurra facendo debuttare in azzurro molti fra quelli che saranno i pilastri della squadra di Bearzot (Antognoni, Gentile, Graziani, Bettega, Scirea, Tardelli, Zaccarelli, Maldera…).

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