Suarez Vs Angelillo: Luis … è meglio di me

Helenio Herrera non esitò ad utilizzare ogni sotterfugio, sacrificando la stella Angelillo, pur di arrivare all’asso del Barcellona.


Quando nacque la Grande Inter? La risposta più semplice riporta al momento in cui Angelo Moratti, presidente stanco e deluso dopo tante inutili spese, decise di ingaggiare a peso d’oro l’allenatore del Barcellona, Helenio Herrera, da cui la sua Inter le aveva buscate forte in Coppa delle Fiere. Ma la risposta più esatta, probabilmente, sta anche in questo caso in un colpo – e che colpo! – di mercato. Anche qui c’è in ballo un record, un muro frantumato.

Herrera approda in Italia nel 1960 con grande accompagnamento di fanfara e strepitar di trombe. Avvio al fulmicotone, goleade esaltanti, poi, nella seconda parte di quel primo torneo, il declino e la delusione. Sin dal primo momento, però, il “Mago”, che sa come rispondere alle critiche («Ho l’unica colpa di essere il più bravo!», ora sappiamo da chi ha studiato Mourinho…), ha confidato a Moratti che un uomo sarebbe fondamentale per l’Inter: Luis Suarez, guida in campo del “suo” Barcellona.

Con il Barcellona 122 presenze e 60 reti

Moratti ha pregato Allodi di interessarsi e dalla Catalogna sono arrivati segnali di chiusura totale. Con l’insistenza della goccia d’acqua sulla roccia, Helenio ha continuato a insistere, poi è passato all’azione. Nell’Inter c’è una stella assoluta, si chiama Antonio Valentin Angelillo, ha la faccia da attore, con buffetti tristi come la nostalgia delle sue notti calienti in Argentina, piedi morbidi da “divino” del pallone e un tiro che non dà scampo ai portieri. È giovanissimo, lontano da casa e alla ovvia ricerca di qualche svago.

A Herrera non va a genio, lo considera troppo lezioso e soprattutto troppo lento. Ma è un asso, e guai a toccarlo all’estimatore Moratti, che ha creduto nel ragazzo anche quando, nei primi mesi di ambientamento, qualcuno aveva osato scomodare la più agghiacciante delle etichette: bidone.

Angelillo e Ilya Lopez

Ma il “Mago” è deciso e punta sulla relazione che l’attaccante ha avviato con una bella ballerina bresciana dal suggestivo nome d’arte di Ilya Lopez (e da quello anagrafico molto meno emozionante di Attilia Tironi). In realtà, proprio la fortuna sentimentale ha giovato alla causa agonistica del centravanti, che ha conquistato nel 1959 la classifica cannonieri stabilendo un record destinato a resistere, con 33 reti.

Ma non è il caso di sottilizzare. Angelillo è discontinuo e il “Mago” non la manda a dire: se Angelillo non la smette con la bella danzatrice, addio Inter. La sorte gli viene in soccorso nel maggio 1961, quando Angelo Moratti assiste in televisione alla finale di Coppa dei Campioni tra Barcellona e Benfica. I catalani perdono 2-3, ma la prova di Suarez è superba e il presidente nerazzurro esclama: «Ma allora ha ragione Herrera: questo è un fenomeno!».

Allodi torna in Catalogna e questa volta il terreno è meno arido. La delusione per la sconfitta è stata grande, il club tra l’altro ha bisogno di soldi per concludere la realizzazione del maestoso “Camp Nou” e spara una cifra iperbolica: 260 milioni (più 100 per tre anni a Suarez).

Angelillo e Suarez

Nel frattempo, la guerra tra Herrera e Angelillo ha raggiunto il diapason: il “Mago” non esita a mandare il giocatore in tribuna, ostentando un rigore forse più di forma che di sostanza. Ma raggiunge lo scopo: Angelillo finisce sul mercato e la Roma è disposta a fare follie, offrendo oltre 200 milioni in contanti. Quando si tratta di decidere, don Helenio fa la boccuccia contrita e spiega a Moratti che è disposto a… rinunciare ad Angelillo, pur di avere Suarez.

Così, sia pure a malincuore, il presidente cede il suo asso preferito alla Roma, pagandosi in pratica col ricavato la nuova “stella” spagnola. La doppia mossa fa scalpore e soprattutto desta sensazione la cifra, 260 milioni sull’unghia, finita in Catalogna. Il calcio ha abbattuto un altro muro. In compenso, è nata (ma sì) la Grande Inter. Perché Suarez ne sarà l’anima del gioco per nove anni, mettendo la sua firma sotto tutti i successi memorabili di quella fantastica squadra. E il Mago moralista finì con l’avere ragione. Da vendere.

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