Top 14: uomini che sconvolsero il derby

Sono 14 gli eroi d’altri tempi — giocatori, tecnici, dirigenti — che abbiamo scelto per rappresentare il derby di Milano. Uomini che hanno scritto la storia della più importante stracittadina del campionato e del calcio italiano. Tutti colti nel momento tipico, esemplare, fondamentale, della loro carriera di vincitori.


1 – RIZZOLI E MORATTI: I “CUMENDA” D’ORO

Novanta minuti sul campo, tutto un anno dietro la scrivania: tanto dura il derby visto dalla parte dei bottoni. I giocatori passano, le società restano. E per la dirigenza, la supremazia cittadina non si gioca in una partita sola, ma nell’arco di una stagione, sin dalla campagna acquisti estiva. Tra i tanti presidenti che hanno retto le sorti di Milan e Inter, due si sono distinti per l’oculatezza delle loro scelte: Andrea Rizzoli e Angelo Moratti. Editore il primo, petroliere il secondo. Entrambi con un amore indissolubile per la propria squadra, entrambi con i cordoni della borsa ben larghi ogni qual volta si rendeva necessario.

Nei suoi tredici anni di reggenza (1955 -1968) Moratti portò all’Inter Angelillo, Suarez, Firmani, Jair, tanto per citare i più famosi. Rizzoli rispose per le rime: Grillo, Altafini, Schiaffino, furono i colpi meglio riusciti. Un derby a distanza, il loro. Si poteva perdere lo scudetto, l’importante era giungere davanti ai rivali. Per qualche anno teatro della contesa non fu il campionato italiano, ma addirittura l’Europa e poi il mondo. Mecenati, è vero, ma mai ricchi scemi.


2 – ENRICO CANDIANI: UN TIRO MANCINO

Bustese, classe di ferro 1918, Candiani ha scritto nel libro del derby pagine più significative di quanto la memoria popolare tramandi. Giocatore eclettico, impiegabile indifferentemente da punta e da mezzala avanzata, aveva un solo grande difetto: l’incapacità totale di tirare di destro. Mancino pieno, quindi. Nasce nell’Inter, e a vent’anni è titolare vicino a gente del calibro di Meazza, Ferrari e Demaria. Quando il «Pepp» lascia l’Ambrosiana, è proprio lui a rilevarne la maglia. Non assurge mai a livelli eccezionali, ma è giocatore di sicuro rendimento (otto-dieci gol a stagione).

Raggiunge la maturità nel primo dopoguerra (17 reti nel campionato 1945-46), ma l’Inter decide stranamente di disfarsene. Passando per Juve e Pro Patria, giunge al Milan cinque giorni prima del derby. Va in campo, e si capisce subito che è il suo giorno fortunato. Trentadue secondi dal fischio d’inizio e Candiani sfrutta un «muro» di Nordahl: la palla è sul piede buono, il preciso fendente supera Franzosi. Passano cinque minuti e San Siro non crede ai suoi occhi. Si ripete, come in un replay, la stessa azione: tocco del «pompiere» e staffilata nell’altro angolo. Ma il derby di Candiani non finisce qui: offre a Nordahl, in atto di riconoscimento, la palla del terzo gol e a Liedholm quella del 4-1. Poco gli importa che poi l’Inter attui la sua più grande rimonta che porterà il risultato sul 6-5 per i nerazzurri.

Al pari del suo maestro Meazza, ha segnato vestendo la maglia di entrambe le squadre: 7 centri con la casacca dell’Inter e tre con quella del Milan, contro gli 11 (nerazzurri) più uno del Pepp. Lontano da Milano pochi lo ricordano: ma merita un omaggio


3 – GIUSEPPE MEAZZA: PEPPINO IL PRINCIPE

Giuseppe Meazza, di stracittadine di campionato, ne giocò in tutto ventitré, ventuno da nerazzurro e le ultime due sul versante opposto. Erano i tempi in cui la parola derby non era ancora scritta nei vocabolari di italiano. Smessi i panni del «Balilla», Meazza viaggiava verso la trentina quando si trovò fermo a causa del famoso «piede gelato». Il sangue aveva deciso di non circolare più nel suo destro, e per un anno non potè giocare. Ritrovata l’efficienza, si vide però chiusa la porta in faccia dalla dirigenza nerazzurra, che non credeva nel suo recupero.

Per vendicare l’affronto subito, Meazza vesti la maglia rossonera, la stagione era il 1940-41. Peppino non potè disputare il derby di andata, ma si presentò al secondo appuntamento in piena forma. Un’Arena stipata fino allo stremo tributò un lunghissimo omaggio al vecchio campione, che risentì dell’emozione per tutti i novanta minuti. Con il groppo in gola ispirò i compagni, colpi un palo, prima di siglare la rete del pareggio. Poco prima di morire dichiarò: «Mi vennero le lacrime agli occhi, avevo segnato alla mia Inter».


4 – HERRERA E ROCCO: LA PANCA POPOLARE

Solo due allenatori, nella storia delle milanesi, possono essere presi a simbolo di un’epoca: Helenio Herrera e Nereo Rocco. Con loro ogni impresa assumeva contorni da leggenda, solo con loro Milano dominò il mondo. Accomunati da un destino riservato a pochi tecnici, quello di avere un soprannome. Mago e Paròn erano profondamente differenti ma altrettanto profondamente simili. L’uno e l’altro sapevano, più di ogni altra cosa, sfruttare a dovere l’uomo ancor prima del calciatore. Tra i cartelli appesi ai muri da Herrera alle battute sdrammatizzanti e un po’ contadine di Rocco, la differenza era poca.

Due tecnici di grande spessore, due animali da spogliatoio, capaci di far rendere cento ciò che valeva dieci. Non si trovarono di fronte molto spesso, sulle due panchine di San Siro: il loro bilancio nell’epoca d’oro, quella degli anni Sessanta, parla di un’assoluta parità, una vittoria per parte e quattro pareggi. Al di là dei risultati del campo. Herrera e Rocco giocarono un loro derby strettamente personale, basato sull’originalità e la fantasia dei personaggi. E non si può dire che questo derby speciale abbia avuto un vincitore.  


5 – BENITO LORENZI: SAN SIRO AL VELENO

Mai soprannome fu più appropriato: uno come Lorenzi poteva chiamarsi «Veleno» e basta. Basti pensare che non furono le fantasiose tifoserie dell’epoca ad affibbiarglielo, ma sua madre. Lingua tagliente, critica sempre pronta verso compagni, arbitri e avversari. Una volta rincorse Nyers, schiaffeggiandolo in mezzo al campo, per punirlo di aver fallito una facile occasione da gol. Velenoso come un cobra quando parlava, infido come una vipera quando giocava.

Al debutto, nel ’47 contro l’Alessandria, mostrò tutto il suo repertorio, fatto di finte, controfinte, dribbling e scatti… d’ira: non finì il primo tempo. Il calcio, negli anni in cui giocò Lorenzi, mutò radicalmente il suo volto tattico. Lorenzi no, rimase sempre fedele al suo cliché tutto improvvisazione. Giocò innumerevoli volte contro il Milan e segnò in tutto otto reti. E ogni volta era un derby più derby degli altri, che iniziava laddove finiva il precedente. Non lasciò un’impronta particolare su un singolo incontro: uno cosi, in una partita tanto infuocata, era sempre e solo protagonista. Era il classico «giocatore da derby», la spina nel fianco del Diavolo. 


6 – GIORGIO GHEZZI: DALLI AL BUFFON!

Giorgio Ghezzi, detto Kamikaze, arriva all’Inter nell’estate del 1951 proveniente dal Modena, dopo che il vecchio Franzosi se ne è andato al Genoa per raccogliere gli ultimi spiccioli di gloria. L’allenatore Olivieri (uno che di portieri se ne intende) lo lancia in prima squadra, alternandolo con il giovane Puccioni. Al suo primo derby, nella stagione seguente, Ghezzi si trova di fronte Lorenzo Buffon, al quale verrà contrapposto nell’ambito di un dualismo che doveva coinvolgere tutti i protagonisti del calcio cittadino.

Nel ’58 Ghezzi lascia l’Inter, che non lo vede più di buon occhio, approdando al Genoa, dal quale torna presto a Milano, però sull’altra sponda. Il calendario, beffardo e maligno, mette di fronte le due squadre proprio in occasione del possibile debutto, il 6 novembre 1959. La settimana che precede la sfida è terribile: dalla tifoseria interista giungono segnali di accesa contestazione, e Ghezzi viene dipinto come subdolo Giuda, traditore. «Darei dieci anni della mia vita per giocare la partita più bella della carriera», dichiara alla vigilia. Mantiene le promesse, al punto da essere il protagonista dell’incontro.


7 – ISTVAN NYERS: CHE PERLA NEL ’53!

Solo Meazza ha segnato tanti gol al Milan come questo apolide dal tratto gentile, figlio di diplomatici in missione, ma zingaro d’origine e di indole. Acquistato dallo Stade Francais di Parigi, in cambio dell’incasso di un’amichevole da giocare nella Ville Lumière, non aveva fama di grande professionista. Si racconta infatti che amasse tirare tardi la notte nelle carovane zingare, in compagnia di belle gitane e abbondanti piatti di gulasch.

A Milano, per fortuna, andò un po’ meglio… Il «suo» derby arrivò il primo novembre del ’53, al rientro dopo un lungo periodo di «congelamento» susseguente a profondi dissapori economici con la società. Nel primo tempo il «Principe Stefano» appare pesante, l’ombra del fantastico dribblatore sull’out sinistro che tutti conoscevano. Al ritorno in campo prende le misure a «Sandokan» Silvestri, suo arcigno controllore, e torna il vecchio Nyers tutto dribbling e tiro. Tre gol, uno in velocità, uno di rapina e uno su rigore. È l’ultimo derby di Istvan Nyers: la sua parabola discendente, una caduta verticale, è già cominciata.


8 – GUNNAR NORDAHL: L’UOMO CANNONE

Ha ventisette anni, il vigile scelto Gunnar Nordahl, quando nel gennaio 1949 scende in Italia. La sua destinazione originaria, in verità, è la Juventus: prende la via di Milano come «biglietto di scuse» che gli Agnelli girano ai rossoneri per dissipare le nubi generate tra le società dopo il caso Pløger. Arriva alla Stazione Centrale accolto da una folla impazzita, che lo reclama subito in campo: trascorrono solo quattro giorni prima che il «pompiere» sia costretto a debuttare, nonostante un sovrappeso di sei-sette chili. Contro la Pro Patria, segna subito un gol, ma l’impegno non è probante. Il 6 febbraio, primo derby. Le due milanesi giocano per il secondo posto, lo scudetto è già preda del Grande Torino. Ai lati dello svedese, ispirano la manovra altri due stranieri atipici ma efficaci, Gudmunsson e Sloan.

Sul finire del primo tempo, punteggio 2-2, Nordahl raccoglie un pallone vagante al limite dell’area, e facendosi strada con una spallata punta diritto verso la porta, lasciando partire un bengala che Franzosi non si sogna nemmeno di andare a respingere. Passano sette minuti nella ripresa, ed ecco un’altra incontenibile progressione conclusa con una micidiale bordata. Poco importa che poi l’Inter raggiunga il pari.


9 – JOSE ALTAFINI: POKER DI «MAZOLA»

Il 27 marzo del ’60, giorno in cui va in scena il derby n. 132, Altafini è in Italia da un anno e mezzo. Lo chiamano ancora «Mazola», nomignolo appioppatogli quando era ancora un promettente giovanotto nel Palmeiras. José è già affermato da noi: nel campionato precedente ha segnato 28 reti, preceduto solo da Angelillo a quota 33.

Quel derby non è un match-scudetto, le milanesi vegetano alle spalle della Juve in attesa di tempi migliori. Dopo tre minuti, «Mazola», orfano del guardiano Cardarelli, approfitta al meglio della libertà concessagli, ripetendosi al quarto d’ora con una folgorante azione solitaria da metà campo. Dopo il 3-0 firmato Carletto Galli, riprende il monologo dell’oriundo: lo spunto più spettacolare non è premiato come di dovere, ma nel giro di pochi minuti José si riscatta con altre due reti in stile personale. Otto gol in tutto quel giorno, (il Milan vince 5-3), ma i quattro davvero importanti sono i suoi. A partita finita, fuori dello stadio, il terribile mattatore trova ad attenderlo una folla entusiasta. Una voce si leva sulle altre: «Sei più potente di Kruscev». Altri tempi. In tutti i sensi.


10 – JIMMY GREAVES: INCOMPRESO

L’inglese Greaves arriva al Milan nell’estate del ’61, nemmeno ventiduenne, con una fresca, ma già solida fama di bomber. In tre stagioni con il Chelsea ha bollato la bellezza di 102 volte, nella prima divisione inglese. A Milano lo porta Rocco, che inventa un attacco atomico (Rivera, Altafini e Greaves) capace di scardinare le difese più impenetrabili. In campo l’inglese è un iradiddio, ma fuori alterna whisky a interviste di fuoco, rimediando numerose multe.

Debutta nel derby (che rimarrà unico, per lui) senza Altafini, squalificato, al suo fianco. I pronostici assegnano l’uno fisso (gioca in casa l’Inter), ma ecco quello che non ti aspetti: nerazzurri in crisi totale e rossoneri scatenati con Jimmy in cattedra. L’inglese inventa, propone, lancia i compagni e infine rapina il gol del 2-0 con una fulminea girata. Non giocherà più contro l’Inter: una partita, un gol, nel pieno rispetto della sua media. Se ne va all’inizio di novembre, lasciando nove reti iscritte all’archivio della Serie A. In patria tornerà il vero Greaves, con oltre 300 gol fra campionato e Nazionale.


11 – MARIO CORSO: LE FOGLIE MORTE

Mariolino Corso, ovvero: la foglia morta, una preziosità stilistica dall’effetto mortifero. Dal cassetto personale dei ricordi legati alla stracittadina milanese: «Ogni derby ha un fascino unico. Ne ho giocati tanti, ma di due conservo dentro qualcosa in più. Innanzitutto il secondo del 1970-71, anno in cui vinsi il mio ultimo scudetto. Eravamo già in vantaggio grazie ad un gol di Mazzola, quando mi si presentò l’occasione di battere una punizione dal limite. Vidi che Cudicini aveva sistemato la barriera in modo non ideale (per lui, ovviamente ): non mi feci pregare, indirizzai nell’unico corridoio giusto e lo lasciai di pietra. La strada verso il titolo era aperta: sorpassammo il Milan e non ci facemmo più riprendere».

Il secondo episodio riporta la memoria ancora più indietro, ai favolosi anni Sessanta. La rivalità infiammava l’atmosfera, e ogni derby era una battaglia. «Non ricordo bene che anno fosse, ma battere i rossoneri era decisivo per le sorti del nostro campionato. Un giocatore del Milan, quel giorno, ce l’aveva con Suarez, non gli dava pace. A un certo punto, dopo un duro scontro a centrocampo, gli indirizzò un… complimento che coinvolgeva anche sua madre. Niente di drammatico, se non che Luis l’aveva persa da pochi giorni. Lo spagnolo reagì furiosamente, e io ne presi le difese. Morale, tutti e due negli spogliatoi. Ma questo era lo spirito di corpo che ci animava e ci faceva essere un blocco unico. Ne eravamo tutti orgogliosi».


12 – LUIS SUAREZ: REGÌA DI SPAGNA

Con lui nacque e morì la grande Inter. Senza di lui, forse, non sarebbe mai esistita. Helenio Herrera lo volle fortissimamente, e Moratti non si fece scrupoli per accontentare il Mago: 350 milioni (del ’61) al Barcellona, e Luis Suarez Miramontes vesti il nerazzurro. Lo spagnolo non impiegò molto per prendere in mano le redini del gioco: sorretto da una tecnica di base degna dei più grandi, riuniva in sé le caratteristiche dei suoi grandi maestri in terra di Spagna, Ladislao Kubala e Zoltan Czibor.

Giocava a testa alta, nessuno meglio di lui sapeva ribaltare un’azione difensiva. Disimpegno, lancio di Suarez, contropiede: così l’Inter cambiò il volto del calcio italiano. Il sangue spagnolo che gli scorreva nelle vene accelerava il ritmo quando si avvicinava il giorno del derby. Non tirò mai indietro la gamba, talvolta la mise anche quando non occorreva. Lottò coi denti contro gente abituata alla battaglia molto più di lui. E ogni volta trovò il guizzo vincente, il lancio smarcante, la conclusione improvvisa. L’Inter che vinceva portava il suo marchio. 


13 – RIVERA E MAZZOLA: DUE CONTRO

Per oltre dieci anni Milan-Inter fu anche, e soprattutto, Rivera contro Mazzola. Dall’esordio di Rivera si dovettero attendere quasi tre anni per vedere i due per la prima volta in campo contemporaneamente: la «prima» di Sandrino, non ancora Baffo, è condita da un gol di ottima fattura. Da quel momento Milano e l’intera Italia calcistica si spaccano: chi è per l’uno, deve essere per forza contro l’altro: il calcio atletico contro il calcio pensato. La sfida personale fa cassetta, i dualismi fanno sempre bene allo sport, sin dai tempi di Binda e Guerra.

Però anche la Nazionale ne esce condizionata: nasce una presunta incompatibilità tra i due in maglia azzurra, ben orchestrata da interessate campagne di stampa. L’apice è raggiunto in Messico durante il Mondiale 1970: Valcareggi, preso tra due fuochi dai quali non può o non riesce a districarsi, inventa la staffetta. Un tempo uno, un tempo l’altro, con buona pace di qualsivoglia giustificazione tecnico-tattica. La sfida ha segnato un’epoca e resta nella memoria della gente.


14 – PAOLO ROSSI: L’ULTIMO PABLITO

Giussy Farina nell’estate del 1985 compie il suo supremo atto d’amore portando alla corte rossonera Paolo Rossi, l’uomo che aveva trascinato il suo piccolo Vicenza sino alle vette più elevate. Pablito, che non è più quello delle campagne di Argentina e Spagna, viene da tre stagioni in bianconero non completamente esaltanti, nonostante uno scudetto e tre vittorie nei tornei europei per società. A Milano trova Nils Liedholm, che per stuzzicare la fantasia dei tifosi cava dal cilindro una delle sue invenzioni, il «Vi-Ro-Ha»: Virdis, Rossi e Hateley. L’idea è quella di ricostituire un trio che rinverdisca i fasti del «Gre-No-Li», ma sia la pronuncia che i risultati sul campo stonano un po’ troppo.

A dicembre scocca l’ora del derby, svalutato e svuotato dagli interessi di classifica. E’ il giorno dell’ennesima (e ultima) resurrezione del compianto centravanti toscano, che per un pomeriggio torna se stesso: una doppietta «alla Rossi», con un gol d’anticipo e uno di rapina a uno Zenga già grande tra i pali. Per una settimana l’Italia celebra la rinascita di un simbolo, ma già dalla domenica seguente si capisce che è un fuoco di paglia. Rimangono quelli gli unici gol di Rossi della stagione e della sua parentesi milanista: il canto del cigno di un campionissimo logoro anzitempo, sfinito dagli acciacchi, mortificato dalla critica; una figura comunque unica nel panorama calcistico italiano e mondiale. Al ritorno, in casa interista, Pablito non gioca. Un derby, due gol. Come ai bei tempi.

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