Torneo del Bicentenario: non tutto fu perduto…

di Italo Cucci
Guerin Sportivo maggio 1976

Diamo atto a Bernardini di avere bene operato da selezionatore  e a Bearzot di avere saputo trasmettere ai giocatori certi stimoli di gioco non sempre intelligibili e tuttavia recepiti con sufficiente entusiasmo. Dopodiché, si volti pagina.

Bocciata la «strana coppia» è Vinicio il super-candidato

Mi vergogno di essere italiano. Mi vergogno di essere uno «sportivo». Mi vergogno di essere un giornalista sportivo. Ma vorrei ohe altri provassero la stessa vergogna. Ad esempio Artemio Franchi, che ha ingaggiato Fulvio Bernardini e poi l’ha dato in pasto alle belve della critica e alla teppaglia che si è esibita sabato a San Siro come sera esibita mesi addietro a Roma. Bernardini si è difeso come ha potuto, gridando fra le lacrime: «Siete tutti assassini!». Non aveva torto, non ha torto. Forse siamo tutti assassini, noi che abbiamo perduto la dimensione della realtà e abbiamo trasformato il gioco del pallone in un gioco di massacro. Ma se frugo nella mia coscienza, se mi chiedo serenamente, onestamente quali siano le mie colpe, ne trovo una sola: quella di non avere gridato abbastanza, quella di non avere convinto il mio amico Fulvio Bernardini a lasciare la Nazionale quand’era il tempo di farlo.
Ho per Fulvio la stima e l’affetto che ebbi per mio padre. Per questo un anno fa, alla vigilia di Italia-Polonia (19 aprile 1975) lo invitai pubblicamente (dalle colonne del «Guerino», dai microroni della Rai e della Tv) a dare le dimissioni. Aveva esaurito il suo compito di selezionatore, era insidiato da un «secondo» (Enzo Bearzot) smanioso di fargli le scarpe, non era minimamente tutelato da una Federazione assente, soddisfatta soltanto di avere passato la patata bollente del dopo-Monaco nelle mani dell’unico tecnico responsabile che s’era detto disposto al sacrificio, forse perché vecchio, forse perché desideroso di sedersi sulla panchina azzurra che gli era stata negata quando lo meritava dippiù, forse perché inguaribile sognatore, certamente perché innamorato della Nazionale al punto di accettare ogni rischio, mentre tutti gli altri si nascondevano, scappavano, si apprestavano a dare i loro consigli, ad emettere le loro sentenze dopo, come sempre.
Questa gente ha goduto e gode delle sventure della Nazionale; ha goduto e gode, soprattutto, delle sventure di Bernardini, e gli aizza contro – come a Milano – la plebaglia infoiata che nulla ha a che spartire con il calcio, con lo sport; gente che farebbe bene a rovesciare la propria rabbia e libidine di distruzione su altri personaggi, ad esempio sui politicanti ladri e assassini.Per la gioia dei cialtroni, Fulvio Bernardini ha conosciuto il suo piazzale Loreto: lo hanno insultato, deriso, sputacchiato, vilipeso. I corvi che da mesi gli girano intorno gli hanno fatto festa e gli hanno dedicato qualche riga compassionevole.«Il povero vecchio», «il disgraziato tecnico», «il tecnico sputacchiato»: così l’hanno definito, fingendo solidarietà; ma in realtà hanno accettato il verdetto infame di un gruppo di facinorosi come una sentenza definitiva: basta con Bernardini, vogliamo Bearzot.
Gianni Minà ha avuto anche il buongusto di portarle sul video, domenica pomeriggio, alcune di queste facce, di queste voci. Magari per dire che eccedevano. In realtà per dare ad Artemio Franchi, che magari se ne stava sdraiato su un canapè a seguire la trasmissione, una prova in più di quel ch’è necessario fare: cacciare Bernardini, far pagare a lui soltanto il conto salato di un mezzo fallimento, e portare alle stelle, alla consacrazione ufficiale, Enzo Bearzot, il nuovo grande incommensurabile talento dell calcio italiano. L’allenatore del Prato, insomma. Alla radio, Enrico Ameri ha addirittura rispolverato due «vecchie glorie» del giornalismo sportivo, Totò Ghirelli e Gino Palumbo (tu quoque…), perché dicessero, con tono composto, naturalmente, con parole vestite di saggezza, naturalmente, con ghirigori dialettici, naturalmente, quello che il giorno prima i facinorosi di San Siro avevano detto: «Basta con Bernardini, vogliamo Bearzot».
Gli italiani che non hanno motivo di arrossire, gli sportivi veri, si chiedono chi possa avere scatenato l’indecorosa gazzarra di San Siro. Certo non chi ha avanzato critiche serie, certo non ohi ha polemizzato portando fatti e non insulti: a Milano c’è un grande giornale che spesso secerne veleno dalle sue pagine. Giocando sulla pelle di un commissario di polizia, una volta convinse qualcuno ad ammazzarlo come un cane; giocando sulla pelle di un commissario tecnico, oggi, ha convinto una folla a sputacchiarlo e cacciarlo come un lebbroso. Per questo ho vergogna del mio ruolo di giornalista sportivo. C’è troppa gente, intorno, che ammorba l’aria; troppa gente che lucra una popolarità passeggera solleticando i bassi istinti della peggior razza di tifosi. E c’è chi tace, e acconsente. Artemio Franchi, il «granduca di Toscana», il «Machiavelli delle pedate», il «Temporeggiatore», il «Sommo Duce», Già; forse a piazzale Loreto meritava di finirci lui.
Non ho avuto il coraggio di prendere in mano il telefono e chiamare il mio amico Fulvio. Immagino che nella quiete delle sua casa di Bogliasco (sempre che i vigliacchi non ‘l’abbiano raggiunto fin ià) avrà ripreso coraggio e fiducia negli uomini, ma soprattutto avrà ripensato ai consigli che un amico non importante, non intrallazzato, non potente, ma sincero – il sottoscritto – gli ha dato tanto spesso, nell’ultimo anno. Consigli disinteressati? Non del tutto. Consigli dovuti che – se accettati – avrebbero cancellato un senso di colpa che da due anni mi perseguita.

…Per la gioia dei cialtroni, Fulvio Bernardini ha conosciuto il suo piazzale Loreto: lo hanno insultato, deriso, sputacchiato, vilipeso. I corvi che da mesi gli girano intorno gli hanno fatto festa e gli hanno dedicato qualche riga compassionevole…

Correva l’estate del 1974, la Nazionale era reduce dalla squallida prova di Stoccarda, Valcareggi aveva chiuso. Scrivevo – allora – per «Il Resto del Carlino» e avevo come collaboratore il giornalista Fulvio Bernardini che commentava due volte la settimana il campionato e – naturalmente – anche le vicende della Nazionale (per lungo tempo i suoi servizi erano apparsi anche sulla «Gazzetta dello Sport», allora diretta dall’ottimo Gualtiero Zanetti).
Dopo Monaco, come tutti quei critici che non si accontentano di invocare siluramenti ma propongono anche soluzioni, che non amano distruggere ma anche costruire, lanciai l’ipotesi di una Nazionale affidata a Stephan Ko-vacs, il tecnico straniero più qualificato.
La Federazione non volle saperne. Alla ricerca di nuove soluzioni, proposi a Bernardini di scrivere quel che avrebbe fatto per rilanciare la Nazionale.

Fu allora che Franchi – dopo avere ottenuto il «gran rifiuto» di Italo Allodi (caro Italo, non te lo perdonerò mai) – invitò Bernardini a prendere in mano la patata bollente. Ne fui lieto, ma subito paventai l’ira dei «padrini» che, scavalcati da una decisione che non condividevano, subito presero a dipingere Bernardini in questi termini: «superato», «incompetente», «vecchio Anchise», «rincoglionito».
Uno di questi – sommo scrittore – oggi si adonta per il linguaggio che i pochi critici anti-Bearzot usano e li difenisce (bontà sua) maleducati.
Poi ci fu Jugoslavia-ltalia, a Zagabria (28 settembre 1974, 1-0): Bernardini si sentì male e quei «critici» dissero che la Nazionale si portava il morto in panchina, e scherzavano macabro. Poi ci fu Olanda-Italia, a Rotterdam (20 novembre 1974: 3-1) e quegli stessi «critici» ignorarono il comportamento dell’arbitro russo Kasakov, ohe ci negò un rigore e concesse agli olandesi un gol in fuorigioco.
E quindi Italia-Bulgaria a Genova (29 dicembre 1974: 0-0) e i cosiddetti critici cominciarono a raccogliere i frutti della loro istigazione al linciaggio: Bernardini fu sepolto da una pioggia di fischi, insulti e cuscini.
19 aprile 1975, a Roma: Italia-Polonia 0-0, la Nazionale continua a non perdere, e anzi a mostrare gioco, ma la critica ottusa non recede dalla sua posizione preconcetta, rinnovo a Bernardini l’invito ad andarsene, ma il «gran vecchio» non ha ancora capito che sta per scattare la trappola federale; e infatti al termine delia tournée in Finlandia (1-0, vittoria un po’ penosa) e Russia (0-1, sconfitta onorevole) la congiura anti-Bernardini viene ufficialmente scoperta.

Il «Guerino» vuol saperne di più e a bordo dell’aereo che riporta dalla Russia la comitiva azzurra (comprendente anche 58 giornalisti) indice un referendum. Questo il voto dei giornalisti: 27 a favore di Bernardini, 26 contrari, cinque astenuti. Tregua? Fine della battaglia polemica anti-Bernardini? Così pare.
Al «processo», intentatogli in mezzo al mare di, Grecia dal «Guerino», il dottor Fulvio viene assolto e più tardi addirittura i giornalisti – interpellati da «Dribbling», settimanale televisivo – indicano ila loro formazione preferita che viene subito adottata dal C.T.
Ma i nemici non demordono, quei giornalisti che Ghirelli domenica ha definito «democratici» (ma dove la vogliamo buttare, questa storia, in politica?) appena possibile fan fuoco e fiamme e convincono Franchi ad affiancare Bernardini con Bearzot (debutto della «strana coppia» all’Olimpico, in settembre, contro la Finlandia, 0-0 e fischi, naturalmente) e quindi ad autonominarsi «tutore» del «vecchio» (vedi «Corriere della Sera») dando inizio all’osceno compromesso che vuole ottenere questo scopo: accreditare a Enzo Bearzot (sostenuto dai «padrini» della critica) i successi (rari) e addebitare a Fulvio Bernardini (ormai sorretto da una sparuta schiera di amici) gli insuccessi (numerosi) della gestione.

E così arriviamo al torneo del Bicentenario, con Franchi che partecipa all’apertura e poi scappa in Italia lasciando sul posto Franco Carrara che saprebbe sì come comportarsi, ma si pone precise limitazioni per non dar l’aria di voler usurpare quella carica di presidente federale che presto sarà sua ufficialmente.

…la più parte dei critici contrari alla «strana coppia» (che in realtà non ha più ragione di esistere, avendo esaurito la funzione preparatoria: in questo sono d’accordo con voi, Ghirelli e Palumbo) propone una candidatura piuttosto seria alla guida della Nazionale: Luis Vinicio…

A New York viene organizzata una conferenza stampa doppia per Don Revie e Fulvio Bernardini e alcuni giornalisti inglesi, imbeccati dai soliti «critici» nostrani, sparano a zero sul C.T. azzurro; il mio personale intervento costringe Carraro a chiarire ufficialmente la posizione di Bernardini e Bearzot, definiti «corresponsabili» anche se ormai tutti sanno che Bearzot agisce e paria da Commissario Unico; i soliti «critici» son sempre più avvelenati e dopo Italia-Brasile, mentre il sottoscritto dice senza misteri che è ora di finirla con la «strana coppia» peraltro imitato dalla maggior parte dei colleghi, da altre parti si prepara l’avvento di Bearzot in piena solitudine e, quindi, il linciaggio di Fulvio Bernardini.
E questi, dopo la partita contro la Romania, cade una volta di più nella trappola: reagisce da uomo, protesta, accusa, grida allo scandalo sicché i suoi detrattori possono arrivare a dire che «il vecchio è pure matto», lo si mandi fuori dai piedi, per favore.

Un altro dato è comunque emerso dal nostro referendum, un dato molto interessante: la più parte dei critici contrari alla «strana coppia» (che in realtà non ha più ragione di esistere, avendo esaurito la funzione preparatoria: in questo sono d’accordo con voi, Ghirelli e Palumbo) propone una candidatura piuttosto seria alla guida della Nazionale: Luis Vinicio. Certo, si tratta del solito disoccupato, ma Vinicio non è destinato a restare a lungo in cassa integrazione (come sarebbe toccato a Bernardini – peraltro impegnato a fare il giornalista – o a Bearzot): qualche club lo sta trattando ora, qualche altro si onorerà di ingaggiarlo più avanti.
Il rischio che si corre è il solito: c’è libero Radice, e la Federazione se lo fa soffiare dal Torino; c’è libero Giagnoni, e la Federazione aspetta che se lo prenda il Bologna. Adesso c’è Vinicio: che cosa succederà?

Ghirelli ha ribadito alla radio un folle concetto spesso pubblicizzato: la Nazionale non ha bisogno di grandi tecnici, ma di ubbidienti mezze figure. E’ mai possibile che il genio italico sia giunto a coltivare simili turpitudini masochistiche? E’ dunque vero che si deve fornire la Federazione di lacchè onde consentire ad Artemio Franchi di farla da gigante? Mi rifiuto di crederlo.
Certo, la mia fiducia in Franchi è piuttosto scemata, di questi tempi, ma l’ho sempre reputato – e lo reputo – uomo corretto e non malato di sfrenata ambizione di potere.

Oggi Franchi fa figura barbina soltanto perché è arrivato alla fine (volontaria) del suo mandato e non crede di dover muovere foglia che Carraro (suo delfino) non voglia. Ma Carraro vorrebbe sì che qualcosa cambiasse: non può (non vuole) dirlo perché teme che sia irregolare prendere il 30 giugno (prossima riunione del Consiglio Federale) una decisione che poi dovrebbe essere ratificata il primo d’agosto da un nuovo Consiglio Federale e da un nuovo governo della cosa calcistica. Insomma, per un frainteso rispetto delle regole (ma non sono già state superate, ad esempio, per nominare Italo Allodi direttore generale del settore tecnico?) Franchi (e di conseguenza Carraro) condanna il calcio azzurro all’immobilismo, mentre batte alle porte l’Inghilterra, mentre scatta l’operazione Mondiali 78.

Il nostro sondaggio pubblico fra i giornalisti ha detto che Vinicio è gradito; un nostro sondaggio segreto fra i consiglieri federali d’oggi e i papabili di domani ha dato lo stesso risultato. Perché, dunque, attendere ancora? Perché perdere l’occasione per ricostituire un clima di serenità e di civile dibattito tra tecnici, giornalisti, giocatori, sportivi dopo i gravi episodi di inciviltà verificatisi un pò dovunque?
Diamo atto a Bernardini di avere bene operato da selezionatore (già, checché ne dicano i soliti furbastri, le più interessanti realtà azzurre le ha scovate lui: Rocca, Antognoni, Bellugi, Graziani, Bettega, Capello fisso, Pulici, Savoldi e tanti altri li ha fatti giocare lui, in Nazionale, prima dell’avvento della strana coppia) e a Bearzot di avere saputo trasmettere ai giocatori certi stimoli di gioco non sempre intelligibili e tuttavia recepiti con sufficiente entusiasmo. Dopodiché, si volti pagina.

Pronti a recitare il «mea culpa», quando se ne presentasse l’occasione. Ma nessuno potrà onestamente provare alcun senso di colpa per avere cercato di sottrarre alla «strana coppia» il giocattolo della Nazionale.
E personalmente sarò finalmente felice di sapere il mio amico Bernardini fuori da questa oscena vicenda: magari addolorato per avere perduto la panchina azzurra, ragione della sua vita di sportivo, ma libero, come ogni cittadino, di vivere la sua vita lontano dai vermi, dai corvi, dagli sputacchiatori, dai «cronisti d’assalto» e dai Ponzio Pilato.

di Italo Cucci
Guerin Sportivo maggio 1976