SERGIO TACCONE
Un Biscione piccolo piccolo

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Cronistoria riveduta e corretta di una stagione pazza e indimenticabile per il popolo neroazzurro, un viaggio emblematico e senza precedenti: l’annata calcistica 1993/94.


Facile essere interisti all’ombra del Triplete. Coppe internazionali, strette di mano, applausi che si sprecano. Più difficile lo era quando per vincere un trofeo non sarebbe bastato un pellegrinaggio tra Fatima, Loreto e Lourdes. Archiviata l’età dell’oro Herrera-Moratti anni ’60, il seguito erano stati lunghi periodi di digiuno pasquale inframmezzati da qualche vittoria qua e là. Scudetti vinti nel mercato d’estate, tantissimi. Trofei in bacheca, i soliti, quelli degli anni precedenti ormai sommersi dalle ragnatele.

Il top lo si era toccato negli anni ’90, presidenza Ernesto Pellegrini: lì proprio non si vinceva mai. Neanche se a quel pellegrinaggio avessimo aggiunto Medjugorje e Santiago di Compostela. O meglio, una vittoria c’era stata, al solito alla interista: esagerata. L’aveva conquistata il Trap con un punteggio record. Una parentesi nel mezzo di una dura e amara realtà contrassegnata da titoli e trofei che viaggiavano nell’altra Milano pallonara e in casa degli “odiati” juventini.Il tifoso interista più che un appassionato di pallone era diventato un soggetto di studio per psicologi, cardiologi e specialisti della barzelletta. “L’interista era un tipo dall’aria inquieta, non del tutto disprezzabile, forgiato da un’amara autoironia, quanto mai necessaria per tirare avanti. Uno che avresti invitato a cena, ma a cui non avresti mai concesso la mano di tua figlia”.

Parola di Sergio Taccone, autore di “Un Biscione piccolo piccolo” (Limina, 2010, pp. 103, euro 18). Cronaca e storia di come una squadra toccò il peggior fondo classifica della sua storia – tredicesimo posto, uno più del Piacenza retrocesso – con l’incredibile conquista della prima Coppa Uefa. Tutto ciò nella stagione 1993-94. Altro che film di Hitchcock o di Dario Argento. L’orrido vestiva i colori nerazzurri e triturava in un sol boccone giocatori arrivati con la fama di assi, e ripartiti con l’appellativo di brocchi. Il comico è che appena quegli stessi giocatori vestivano le casacche di altre squadre, ecco che l’incantesimo finiva, e da brutti anatroccoli tornavano principi.

Come nel caso di Dennis Bergkamp: uomo del mistero a San Siro, classe da vendere con i gunners dell’Arsenal. A farne le spese di questa schizofrenia del pallone c’era finito anche un nome illustre, Osvaldo Bagnoli. Scudetto dei miracoli a Verona, conquistatore dell’Anfield Road di Liverpool col Genoa, non aveva fatto i conti con l’ambiente nerazzurro. Chiede rinforzi, gliene danno altri. Chiede una rosa ristretta di giocatori, se ne ritrova 20. Chiede che alcuni siano incedibili (Gigi De Agostini), lo scopre venduto.

Insomma, incomunicabilità all’ennesima potenza. “Avrei dovuto cambiare non due ma undici giocatori”, disse dopo una gara. Peccato che alla fine a pagare sia lui, esonerato dopo un gennaio da incubo, sostituito dall’inesperto e inadeguato Giampiero Marini, mister della Primavera. Questa era l’Inter anni ’90. Per rinfrescarsi la memoria, il libro di Taccone è utile. Attenzione però alle controindicazioni mediche: rivangare su magoni e frustrazioni sepolte in una fitta coltre di oblio può essere pericoloso. Il lettore è avvisato.

Testo di Filippo Fabbri / La Voce

Sergio Taccone
Un Biscione piccolo piccolo
Limina, pp. 103