VALDIR PERES: gioie e dolori di un portiere

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Guardiapali del Brasile di Santana, annichilito da Paolo Rossi nell’epocale sfida contro l’Italia al Mundial ’82, definito senza pietà come uno dei più scarsi interpreti di quel ruolo a livello mondiale. Per smentire la “vulgata” basta dare un’occhiata alla sua carriera e ai titoli conquistati, tra cui un Pallone d’Oro brasiliano nel ‘75. Il suo capolavoro? La finale del “Brasileirao” nel marzo ’78.

Il destino, a volte, si può anche pilotare ma quando t’imbatti in una squadra ed un centravanti in giornata di grazia, con tutti gli dei del football schierati contro di te, resta ben poco da fare ed il rischio di uscire annichiliti è molto elevato. Il 5 luglio ’82 non fu soltanto una data storica per il calcio italiano, con l’epocale 3-2 inflitto al Brasile del futbol bailado guidato da Tele Santana. Quel giorno, infatti, la parabola calcistica di Valdir Peres, portiere di quel Brasile, raggiunse il punto più basso di una carriera fin lì prodiga di successi e soddisfazioni e con un cursus honorum di spicco. Il palmares personale di Valdir Peres, infatti, comprendeva già quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil ed un titolo nazionale oltre alla conquista, nel 1975, del Pallone d’oro brasiliano (Bola de ouro), primo portiere a vincere quel trofeo assegnato, l’anno prima, a Zico.

Dopo i Mondiali del 1982, l’estremo difensore della squadra verdeoro fu declassato a bidone, antitesi del portiere affidabile. L’esordio contro l’Urss fu devastante, contrassegnato da un intervento “saponetta”, su un tiro innocuo di Bal, che determinò il vantaggio dei sovietici. “Reattivo come una scamorza” scrissero i giornali il giorno dopo sull’estremo difensore schierato da Telè Santana. Nell’ultimo quarto d’ora, Socrates ed Eder ribaltarono il risultato, rimettendo le cose a posto per la nazionale verdeoro.

Non serve un portiere affidabile ad uno squadrone come il Brasile: fu questo il refrain dopo la prima uscita mondiale della Selecao. Socrates, Zico, Falcao, Junior, Cerezo, Eder ed il resto di quel gruppo di campioni avrebbe stritolato chiunque. A stravolgere i pronostici giunse l’improvvisa esplosione di Rossi, tornato il Pablito d’Argentina ’78, risorto dopo un pessimo avvio di Mundial per infliggere ai brasiliani un altro giorno calcisticamente terribile: la “Tragedia del Sarrià”, trentadue anni dopo il “Disastro del Maracanà” contro l’Uruguay di Schiaffino. La Selecao del mondiale spagnolo, definita la più forte dai tempi di Pelè, si consegnò alla storia del football come la “perfetta incompiuta”.

La carriera di Valdir Peres, Mondiale ’82 a parte, è stata quella di un buon portiere. Nel 1973, arrivò al San Paolo, prelevato dal Ponte Preta, aprendo una parentesi durata undici anni ed impreziosita da quattro titoli paulisti (contro la Portuguesa, nella finale del ’75, il portiere fu il protagonista), una Copa do Brasil e, soprattutto, il campionato brasiliano dopo la finale del marzo ’78, non tralasciando la finale di Coppa Libertadores ’74, persa di misura allo spareggio contro gli argentini dell’Independiente. Vittorie in cui il contributo di Valdir Peres fu evidente, con prodezze in serie anche nei tiri dal dischetto.

Nella finale per il titolo nazionale, disputata il 5 marzo ’78 allo stadio di Belo Horizonte davanti ad oltre centomila spettatori, si trovarono di fronte l’Atletico Mineiro di Joao Barbatana e il San Paolo guidato da Rubens Minelli. Ad arbitrare l’incontro venne designato l’esperto Coelho. Tra i punti di forza della formazione paulista spiccava il centrocampista Francisco Chicão, brillante per senso della posizione e grinta, eletto miglior giocatore della finale e da quel giorno odiato dalla tifoseria bianconera. Lo accusarono, infatti, di aver volontariamente infortunato il giocatore Angelo – in un intervento in sandwich con Neca – nel corso del secondo tempo supplementare. In attacco, il San Paolo schierava il centravanti Serginho “Chulapa”, futuro titolare del Brasile ’82. L’altro punto di forza era Valdir Peres su cui Minelli, l’allenatore giunto al club paulista dopo aver vinto due titoli brasiliani consecutivi con l’Internacional di Porto Alegre (’75 e ’76), ripose grande fiducia.

Punto di forza dell’Atletico Mineiro era il centrocampista arretrato Toninho Cerezo, già nel giro della nazionale (prenderà parte al Mondiale d’Argentina) e vincitore, nel ’77, del Pallone d’oro brasiliano. Tra i pali Joao Leite soprannominato “il portiere di Dio” per la sua fede cattolica: prima di scendere in campo, distribuiva spesso agli avversari delle copie della Bibbia. Estremo difensore sicuro nelle uscite e dotato di un ottimo senso della posizione, Joao conquistò il ruolo di titolare dopo l’infortunio di Miguel Ángel Ortiz e da allora divenne un idolo della tifoseria atleticana.

Dopo 120’ di gioco, San Paolo e Atletico Mineiro erano ancora sullo 0-0. Un nulla di fatto in termini di gol ma con i due portieri protagonisti. Uscite puntuali, tanto coraggio nel risolvere pericolose mischie in area, almeno un paio di parate decisive a testa tra cui una prodezza di Peres su conclusione di Joãozinho Paulista. Dagli undici metri, il duello Peres-Joao vide prevalere l’estremo difensore dell’Atletico, bravo a respingere il tiro dell’ex Getulio ed a bloccare l’esecuzione di Chicao.

Le parate di Joao furono vanificate dalle topiche dei rigoristi scelti da mister Barbatana: Cerezo, Joaozinho e Marcio (autore dell’errore decisivo) spedirono la palla in tribuna, per la disperazione dei tifosi bianconeri assiepati nel settore dietro la porta dove si svolse la lotteria conclusiva dagli undici metri. Per il San Paolo, errori di Getulio e Chicao a parte, andarono in gol Peres, Antenor e Bezerra. Il risultato vide così prevalere i paulisti (3-2) che conquistarono il primo titolo nazionale, il terzo consecutivo per il tecnico Minelli.

Il Ct verdeoro Coutinho inserì Valdir Peres nella rosa dei convocati della nazionale per i Mondiali ’78, come secondo di Leao. Al ruolo di titolare, il portiere del San Paolo vi arrivò quattro anni più tardi e dopo stagioni all’insegna di un rendimento costante, pur palesando una certa timidezza nelle uscite ma con la fama di pararigori.

Tra i suoi exploit in nazionale si ricorda quello di Stoccarda, nel maggio ‘81, durante l’amichevole tra Brasile e Germania Ovest. A dieci minuti dal termine, con i verdeoro avanti 2-1, Kalle Rummenigge finì a terra in area. L’arbitro decretò la massima punizione, affidata allo specialista Breitner. Tiro respinto da Valdir Peres ma per il direttore di gara il portiere si era mosso anzitempo. Penalty da ripetere. Breitner cambiò angolo ma il numero uno brasiliano respinse nuovamente la conclusione con un balzo felino alla sua sinistra. Telè Santana non ebbe dubbi: in Spagna il titolare del Brasile sarebbe stato Valdir Peres. Tutto bene, o quasi, fino alla disfatta del Sarrià che trasformò il portiere del San Paolo in un bidone.

Eppure, nei tre gol di Rossi non vi furono responsabilità specifiche dell’estremo difensore verdeoro. Nel primo avrebbe potuto tentare l’uscita sul cross di Cabrini ma dov’erano i difensori? La seconda rete scaturì da un errato disimpegno arretrato mentre nel terzo e decisivo gol la retroguardia brasiliana ignorò Pablito, ancora in beata solitudine a ridosso della porta avversaria. Corresponsabilità, semmai, non colpe esclusive. Tuttavia, non vi fu pietà alcuna nei confronti dell’estremo difensore del Brasile.

Quel 3-2 di Barcellona rimase tatuato addosso al portiere come una condanna perenne. Valdir Peres non venne più convocato nella Selecao, destinato alla “gogna calcistica”. Due anni dopo, l’ormai ex portiere della nazionale fu eletto miglior portiere del campionato statale del Rio Grande del Nord dopo aver difeso la porta dell’America. Nel 1986, lasciato il Guaranì, approdò al Corinthias dove trovò, come rivale di ruolo, Carlos, terzo portiere della nazionale brasiliana al Mundial spagnolo. I due si contesero la maglia di titolare del club all’insegna del rispetto reciproco.

Nel 1990, a 39 anni ed ormai agli sgoccioli della carriera agonistica, Valdir Peres vinse il “Pernambucano”, il campionato dello stato di Pernambuco, difendendo la porta del Santa Cruz, vincitore in finale contro lo Sport Recife. Per l’ex pallone d’oro brasiliano fu l’ultimo titolo prima di appendere i guantoni al chiodo.

TESTO DI SERGIO TACCONE, Autore di “Quando il Milan era un piccolo diavolo” (Limina), “Milan Story” (Edizioni della Sera) e “La Mitropa Cup del Milan” (Urbone Publishing).