WEAH George: il Re di cuore

Ha ricevuto un dono, lo ha messo a frutto. Ha raccolto e, per quanto possibile, ha diviso e condiviso.

  • testo di Andrea Schianchi, tratto da Il calcio dei grandi Campioni ai raggi X – I Quaderni della Gazzetta dello Sport

Da piccolo ha conosciuto la fame e la povertà, da grande ha scalato l’Europa e i suoi pregiudizi, diventando una stella del calcio mondiale. “Re GiorgioWeah ci ha messo poco a costruire il suo impero. Ha aperto la sua casa ad amici e conoscenti, aiutato i compagni in difficoltà, talvolta ha alzato le mani per difendersi dal razzismo. Tutto senza mai tirarsi indietro: perché, per chi è nato tra le baracche di Monrovia, lottare contro le miserie umane è una questione di responsabilità. E di sopravvivenza

George Manneh Oppong Ousmane Weah, per brevità Re Giorgio, è un uomo che ha conosciuto il dolore, la fame e l’ingiustizia. E tutta la sua vita è stata una sfida a queste miserie umane, in campo e fuori. Se qualcuno lo offendeva per il colore della sua pelle, era capace di alzare le mani per difendersi, e lo ha fatto. Se qualcuno piangeva, vicino a lui, Re Giorgio era il primo a porgergli un sorriso, un motivo di allegria, effimero, d’accordo, ma sempre meglio dello sconforto. Se qualcuno aveva (ha) bisogno di un aiuto materiale, un po’ di soldi, un piatto di pasta per sfamarsi, lui c’era (c’è).

Non si è mai tirato indietro, né lo farà mai, perché uno che è nato a Clara Town, un insieme di baracche nei pressi di Monrovia (Liberia), non può farne a meno: è una questione di senso di responsabilità e anche, non dimentichiamolo, di sopravvivenza.

George Weah con Nelson Mandela

Re Giorgio, rispetto ai bambini cresciuti in quei luoghi, ha ricevuto un dono, lo ha messo a frutto, ha raccolto e, per quanto è stato possibile, ha diviso e condiviso. Con il pallone tra i piedi era un dio, ha messo i desideri dentro una valigia ed è venuto in Europa a prendersi il suo futuro: lo hanno amato, applaudito, perfino venerato perché il calcio è una specie di fede laica, e lui, quando ha detto stop, ha semplicemente ringraziato per l’opportunità che gli era stata concessa.

Quell’opportunità che molti bambini, quasi tutti, di quella baraccopoli di Monrovia non hanno avuto. In ogni suo gesto, in ogni sua azione c’è il ricordo di quello che è stato, del dolore vissuto e mai completamente sorpassato, perché il dolore non si supera, al massimo ci si convive.

Re Giorgio ha una famiglia numerosa, fratelli e sorelle, i genitori si sono separati e lui è stato cresciuto dalla nonna paterna. Una storia di guerra civile e di sangue attorno alla baraccopoli, povertà e terrore ovunque. Ma la fede – musulmana o cristiana, George si è convertito durante la carriera – lo ha aiutato.

Weah con la maglia del PSG incrocia Franco Baresi, Champions League 1994/95

Quando è sbarcato in Italia, estate del 1995, era già famoso, aveva incantato gli osservatori, i dirigenti e gli allenatori prima con la maglia del Monaco e poi con quella del Paris Saint Germain. Il Milan doveva essere il momento della consacrazione, e così è stato. Fabio Capello in panchina, Franco Baresi capitano, una squadra al suo servizio: Re Giorgio ci ha messo davvero poco per entrare nel cuore dei tifosi.

Impressionavano, di lui, le movenze feline, da autentica pantera, la velocità e l’incredibile tecnica, la capacità di dribbling e la potenza che, in campo aperto, sapeva esprimere come se fosse una macchina Formula Uno. Dopo le prime esibizioni in maglia rossonera gli inguaribili nostalgici, quelli che hanno sempre bisogno di giudicare il presente facendo i paragoni con il passato, sentenziarono che il Milan aveva finalmente trovato l’erede di Marco van Basten.

In effetti il dolore per la brusca interruzione di carriera dell’olandese era ancora molto forte, e la gente aveva bisogno di sostituire l’eroe. Weah, che di Van Basten aveva alcune caratteristiche (ma gliene mancavano altre…), si prestò al gioco e accettò di essere incoronato re.

E con lui il sogno continuò. Re Giorgio cominciò in porta, quando era un bambino. Giocava nella squadra del quartiere, se quartiere si può chiamare quell’insieme di case di lamiera alla periferia di Monrovia. La squadra si chiamava Young Survivors. Presto l’allenatore si rese conto che Re Giorgio sarebbe stato più utile in attacco e così nacque uno dei più forti centravanti della storia del calcio.

Con la maglia dei camerunensi del Tonnerre Yaoundé, 1987

Quando non era impegnato con le partite vendeva popcorn agli angoli delle strade oppure si univa agli amici e improvvisava qualche concerto di musica reggae, una delle sue passioni. E quando si sentiva triste, di quella tristezza che nemmeno gli amici riescono a scacciare, c era un solo rimedio: correre tra le braccia di nonna Emma a farsi consolare. A lei bastavano poche parole, una carezza, un sussurro e a Re Giorgio tornava il sorriso.

Quelle radici lui non le ha mai dimenticate. Anzi: ha fatto di tutto perché non venissero strappate, perché il mondo dorato del calcio non lo allontanasse dal dolore da cui proveniva. Re Giorgio, appena sbarcato in Italia, andò dal magazziniere del Milan, si fece consegnare una maglia rossonera, ordinò che vi fosse stampato il nome Coach Panpee e fece spedire il pacco a Monrovia. Coach Panpee era un suo grande amico che, una volta ricevuto il regalo, lo mostrò orgoglioso a tutti e da quel momento divenne una specie di “intoccabile” del quartiere.

Quella maglietta era un certificato da esibire, perché essere amici di Weah in Liberia era una faccenda seria, importante, una sorta di scalata nella fragile gerarchia sociale africana. E Re Giorgio, che tutto questo sapeva perché lo aveva vissuto sulla sua pelle, non si è mai tirato indietro: a Milano invitava amici, parenti, semplici conoscenti, alloggiavano a casa sua, li portava a Milanello per vedere gli allenamenti. Insomma, condivideva la gloria con la generosità che posseggono soltanto coloro che sono cresciuti nella miseria.

Al Milan con Marco Simone, Weah strinse un fortissimo rapporto di amicizia

Uno così, uno come Re Giorgio, non può che essere l’immagine perfetta del miglior amico. Appena arrivato a Milano conobbe Marco Simone, attaccante del Milan, e con lui strinse un rapporto profondo. Dormì in casa di Simone i primi giorni, addirittura la prima notte sdraiato sul pavimento e avvolto in una coperta, perché così era abituato. E con Simone, in casa, giocava interminabili partite di basket, uno contro uno, come piaceva a lui: lui, grande appassionato di playground, contro il piccoletto che adorava Michael Jordan e in suo onore indossava una maglietta con il numero 23. Scene di amicizia vera, intensa.

Come quella con Taribo West, ad esempio. O come quella che coltivava con altri ragazzi conosciuti quando giocava in Francia. Spesso Re Giorgio prendeva la macchina e puntava verso la Costa Azzurra. Una volta gli capitò un brutto incidente, sulla Milano-Ventimiglia. I dirigenti del Milan si arrabbiarono moltissimo, lui troncò così la discussione: «Era lunedì, lunedì è il mio giorno libero e io sono un uomo libero».

Non ammetteva che qualcuno gli imponesse regole, non sopportava che qualcuno lo controllasse, lo spiasse, invadesse la sua privacy. In campo dava l’anima ma, finita la partita o l’allenamento, voleva sentirsi libero. Il fatto è che i dirigenti del Milan temevano qualche colpo di testa, forse anche qualche brutta frequentazione, e per quella ragione non lo perdevano mai di vista.

E pensare che, appena arrivato, non lo consideravano un fenomeno. Tutt’altro. Al primo allenamento l’allenatore Fabio Capello sentenziò: «Ma chi abbiamo preso, un cameriere?». E il presidente Berlusconi, dopo averlo visto ciabattare malamente un rigore, disse minaccioso: «Ma chi lo ha portato qui? Voglio sapere chi è stato». Poi, ai primi gol di Re Giorgio e alle prime meraviglie mostrate, anche il presidente salì sul carro e si intestò la scoperta del nuovo fenomeno.

Il fantastico gol alla Lazio, dicembre 1995

Ci sono due azioni, tutt’e due concluse con il gol, che raccontano più degli altri il Re Giorgio giocatore. Roma, stadio Olimpico, 3 dicembre 1995, poco prima di ricevere il Pallone d’oro (primo africano della storia), il Milan se la vede contro la Lazio. Mancano pochi minuti al termine della partita, il risultato è fermo sullo 0-0, Re Giorgio riceve il pallone in zona offensiva, ma è completamente isolato. Peggio: è circondato. Di fronte a lui ci sono tre difensori della Lazio e il portiere. Un giocatore normale in una situazione simile che fa? Temporeggia, aspetta l’arrivo dei rinforzi, qualche compagno che accorre da dietro.

Invece Re Giorgio la pensa diversamente, perché lui è uno che ama le sfide e sa che per vincere bisogna sempre rischiare qualcosa. Allora eccolo saltare secco Marcolin e poi buttare il pallone in mezzo a Bergodi e Nesta, correre a riprenderlo e infilare il portiere in uscita. Applausi per la prodezza e per il coraggio. Che, in questo caso, sfiora i confini dell’incoscienza, d’accordo, ma è proprio così che Re Giorgio si conquista il diritto di stare sul trono.

La seconda scena è una delle più cliccate su Youtube. Siamo allo stadio San Siro, è l’8 settembre 1996 e il Milan affronta il Verona. Re Giorgio prende il pallone al limite della sua area di rigore, converrebbe giocarla sui piedi di un centrocampista e scattare in avanti in modo da posizionarsi al meglio mentre i compagni sviluppano l’azione. Invece no, Re Giorgio s’inventa una cosa impossibile. Parte in dribbling e comincia a saltare gli avversari come birilli.

Il coast to coast al Verona: velocità e grandissimo controllo di palla

Gli spettatori trattengono il fiato: ma che cosa fa? Dove vuole arrivare? Re Giorgio galoppa e, finta dopo finta, elimina sette avversari. Avete letto bene: sette avversari messi al tappeto. E poi, al termine di una volata lunga tutto il campo, eccolo depositare in rete il pallone e correre felice a prendersi l’abbraccio dei compagni e del popolo rossonero.

C’è un’altra scena importante da ricostruire, ma questa racconta più il Re Giorgio uomo del Re Giorgio calciatore. C’è il suo amico Marco Simone in difficoltà, l’allenatore Capello lo tiene spesso in panchina. Il Milan era atteso da una partita internazionale a Strasburgo e Re Giorgio martellava l’amico: «Non mollare, Marco. Devi credere nelle tue capacità».

In campo gli capitò un pallone delizioso, con un colpo di tacco Re Giorgio liberò Marco al tiro e fu un gol indimenticabile. Un gol che, oltre a contenere un gesto tecnico, portava con sé il significato profondo dell’amicizia. Quel giorno Re Giorgio si sentì soddisfatto, aveva fatto qualcosa d’importante per una persona speciale.

Chissà se aveva chiesto questo nella sua classica preghiera pre-partita? Già, perché Re Giorgio, prima che l’arbitro fischiasse l’avvio della gara, aveva l’abitudine di mettersi a mani giunte e occhi chiusi. Disse: «Chiedevo a Dio di farmi segnare un gol, ma soltanto se era per il mio bene». Quella volta, chi sta lassù deve aver pensato che il meglio era far segnare l’amico in difficoltà.

Con il suo mentore Arsene Wenger

Dietro ai giorni del successo, del palcoscenico e delle paillettes, ci sono stati però momenti duri. Durissimi. Soprattutto appena sbarcato in Europa. A Montecarlo incontrò il primo maestro, Arsene Wenger, che lo protesse e lo lanciò. Ma quanti pregiudizi, quante critiche!

Re Giorgio veniva spesso fermato dai poliziotti del Principato che gli chiedevano i documenti. Razzismo strisciante. Una volta disse: «Un bianco su una Mercedes è un uomo d’affari, un nero su una Mercedes è un trafficante». Ecco la differenza. E quella differenza lui non l’ha mai sopportata, l’ha sempre combattuta. Segnava gol non tanto per sentirsi felice quanto per convincere gli altri che anche un africano, uno nato in una baraccopoli di Monrovia, in Liberia, può lare il calciatore, diventare famoso e guadagnare tanti soldi.

Erano, quei gol, il suo riscatto sociale. E lo erano anche i cori dei tifosi che, piano piano, si innamoravano di lui: li aveva finalmente convinti. Ma il razzismo è una bestia terribile, la più bassa espressione del genere umano, e sconfiggerla è difficile.

Dopo il trasferimento al Paris Saint Germain il pubblico lo criticò pesantemente. Su uno striscione i tifosi scrissero: «Weah, non abbiamo bisogno di te». E, a corredare queste parole volgari, bandiere con le svastiche che sventolavano. Re Giorgio cercò di non curarsi di questi idioti, ma non fu semplice.

Gli capitò di vivere la discriminazione anche in campo: successe al termine di una partita di Champions League del 1996, Porto-Milan a Oporto. Il difensore avversario Jorge Costa lo provocò, forse lo insultò. Fatto sta che Re Giorgio, nel tunnel che porta agli spogliatoi, rifilò una testata a Jorge Costa, il quale si presentò poco dopo in sala stampa con il cranio insanguinato. Ci fu un’indagine dell’Uefa, il Porto denunciò Weah per lesioni aggravate e Re Giorgio si beccò una maxi-squalifica.

Ma il dubbio resta: peggio la reazione (che non va mai giustificata, sia chiaro) o la provocazione razzista? Propendiamo per la seconda ipotesi. Re Giorgio, dunque, non era un santo, ma nemmeno un diavolo come lo volevano dipingere i portoghesi. Sennò la Fifa non gli avrebbe assegnato il Premio Fair Play: successe che si venne a sapere che Re Giorgio pagava di tasca sua tutte le trasferte della nazionale liberiana e così si decise di dare un riconoscimento al benefattore.

Ma per Re Giorgio era tutto normale. Così come era normale fondare e finanziare una società di calcio a Monrovia, la Junior Professional, dedicata a suo padre William. Beneficenza, altruismo, impegno per il suo popolo: questi sono sempre stati gli obiettivi di Re Giorgio. E questo fu anche il suo programma elettorale quando, nel 2005, si presentò per le presidenziali. Rappresentava la speranza della Liberia povera, vinse il primo turno, ma perse al ballottaggio nonostante avesse ottenuto l’appoggio di Nelson Mandela.

Non si scoraggiò, Re Giorgio, perché non c’era motivo di farlo. La sua battaglia sarà vinta soltanto quando a Monrovia non ci saranno più case in lamiera e bambini per la strada a fare l’elemosina. Di lavoro ce n’è ancora parecchio e Re Giorgio lo sa.

Oggi il suo gol è ridare il sorriso a un bambino che ha perso i genitori nella guerra civile, oppure mettere nelle mani di un vecchio una ciotola di riso perché finalmente possa riempirsi lo stomaco. E i soldi che ha guadagnato facendo il calciatore sono a disposizione di questa missione. La più difficile della sua vita, ma anche la più nobile.

  • Testo di Andrea Schianchi – La Gazzetta dello Sport