ZICO – Intervista febbraio 1985

  • Intervista di Marino Bartoletti – Guerin Sportivo febbraio 1985

Dopo oltre tre mesi di assenza rientra in campionato il re delle punizioni e il primo appuntamento è un vero derby: la sfida col capolista Verona. L’incidente, le cure, il Brasile, Ferrari, i progetti, Messico 86.

UDINE. Il Re è tornato dall’esilio. E domenica prossima, cacciati i pettegoli, i pessimisti, i gufi e i dissacratori, rimetterà quasi sicuramente i piedi sul suo trono: che poi è un trono fatto di erba e di cemento. Un grande trono in cui sono i sudditi a stare seduti e nel quale lui, il Sovrano, dovrà danzare, muovere e inventare arte calcistica nel tentativo di restaurare quanto prima un potere fatalmente logorato da una lunga e chiacchierata assenza.

Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico 1° Re di Udine e Imperatore del Friuli libero, riprenderà domenica — proprio contro la nascente, vicina Repubblica Veronese — quel discorso interrotto praticamente quattro mesi fa col football italiano, suo pascolo e suo nuovo e non mai conquistato feudo. Lo farà fra l’attenzione di tutti, amici e nemici, detrattori ed estimatori, potenziali compratori e — chissà — forse anche potenziali venditori.

Che cosa significa per lui questo rientro? Con che sentimenti torna in campo dopo settimane e settimane di bordate verbali oltreoceaniche? Che nuova rotta può prendere il vascello udinese sotto la guida del suo ritrovato nocchiero? A che cosa può preludere un suo eventuale eccellente girone di ritorno? E soprattutto, Zico è sempre Zico? Per non dare anche noi spazio alla fantasia (quella fantasia che da settembre in poi ha riempito i giornali, dilatando sia le parole che la realtà) siamo andati ad Udine a raccogliere le sue ultime confidenze della vigilia.

ESORDIO

— Allora Arturo, visto che la vita ricomincia a 32 anni, si può parlare di tuo «secondo esordio» italiano?
«Certo, perché no? Oltretutto è la primissima volta nella mia carriera sportiva che “riemergo” da una sosta tanto lunga. Per me, sinceramente, il campionato di quest’anno si è fermato a settembre, ovvero il giorno del mio infortunio nella partita contro la Lazio. I tre incontri che ho giocato successivamente non contano: li ho giocati senza stimoli e senza la condizione fisica necessaria. E ho fatto male, malissimo, perché ho peggiorato soltanto la mia situazione. Ora contro il Verona, torno con gioia e con rabbia: la gioia e la rabbia di un giocatore che da mesi aspettava questo momento».

— Certo che, in tua assenza se ne sono dette e scritte di cose…
«Si sono dette molte, troppe cattiverie. E quelle che mi hanno ferito di più sono state incredibilmente pronunciate proprio dal mio ex allenatore, Enzo Ferrari»

— Che cosa ha detto Ferrari di cosi grave?
«Ha detto che, secondo lui, io ero un giocatore finito: rovinato, per di più, da una duplice preparazione sbagliata fatta prima in Brasile e poi in Italia. Le sue dichiarazioni, nel mio Paese, hanno fatto molto rumore, ferendomi moltissimo. Ora spero che il tempo — come dite voi — sia galantuomo. E se è veramente “galantuomo” non potrà che dare ragione a me e torto a lui».

— Per la verità Ferrari non è stato l’unico ad avanzare ipotesi pessimistiche sulle tue possibilità di tornare il grande Zico…
«Lo so, lo so. Ma se è successo quello che è successo, io lo debbo solo alla mia mancanza di egoismo: al mio totale — vorrei dire eccessivo — attaccamento alla squadra. Se non avessi giocato in condizioni precarie le partite contro il Como o contro l’Avelli-no, non avrei perso quattro mesi. Perché l’ho fatto? Perché capivo che l’Udinese in quel momento aveva bisogno di me: probabilmente mi è mancata la freddezza necessaria per intuire che, chiedendo troppo al mio fisico, avrei solo peggiorato la situazione. Ma è andata così: pazienza. Ora tutto deve essere cancellato».

CALORE

— Questa vicenda ti ha insegnato qualcosa?
«Sì in teoria mi avrebbe dovuto insegnare che non bisogna mai sacrificare la propria salute agli interessi della squadra. Ma, conoscendo me e il mio carattere, non mi stupirei se ricadessi nello stesso errore. Ecco, forse, visto che non ci “arrivavo” io, dovevano essere altri a dirmi “fermati” fino a che non avrai recuperato la tua condizione al cento per cento”. Ma, ripeto, ormai è andata così. Ora l’importante è ricominciare: e ricominciare bene».

— Che cosa ti ha aiutato di più in questi mesi? Il tuo orgoglio, il tuo senso della professionalità, la rabbia accumulata…?
«Mi ha aiutato il Brasile. Mi ha aiutato un certo tipo di calore umano che ho ritrovato. Certo anche a Udine tutti mi sono stati vicini, ma l’“aria di casa” ha avuto su di me l’effetto rasserenante del vecchio medico di famiglia».

— Qual è ora il tuo stato d’animo?
«Sereno e pronto al perdono».

— Al perdono di tutti?
«Ma sì: anche se in poche settimane ho forse provato le amarezze che non avevo provato in quindici anni di professione, ora mi sta a cuore l’allegria dei tifosi dell’udinese: il resto sarà conseguente».

— L’Udinese, d’altra parte, ha in qualche modo agevolato il tuo rientro, “salvandosi” con la partita di Roma e sgravandoti di responsabilità che potevano anche essere pericolose…
«Sì, il ruolo di “salvatore della Patria” mi avrebbe sinceramente messo in imbarazzo. Ora, invece, il rientro in occasione di questo Udinese-Verona mi offre più possibilità di tranquillità che di tensione. Una bellissima partita, un bellissimo derby, una bellissima opportunità di fare bella figura contro quella che io giudico la squadra più forte del campionato».

— Perché, a tuo parere, quello che sta facendo il Verona non è riuscito a farlo l’Udinese? Perché non è l’Udinese la grande rivelazione, la grande nuova reginetta del campionato?
«Semplicemente perché il Verona è “partito” tre anni prima di noi: stessa squadra, stesso spirito, stesso allenatore. E poi perché — anche se non dovrei essere io a dirlo — il Verona non ha avuto la sfortuna di perdere uno Zico praticamente alla seconda giornata di campionato. Anche noi avevamo iniziato alla grande giocando benissimo sia a San Siro contro il Milan che in casa contro la Lazio: potevamo prendere e tenere un passo da primato. poi sono cominciati i guai. Guai che il Verona, per esempio non ha mai avuto (se non per le assenze di Galderisi e di Elkiaer che, comunque, ha puntualmente pagato). È antipatico fare conti del genere: ma se l’Udinese senza Zico ha fatto undici punti nel girone d’andata, è molto probabile che l’Udinese con Zico ne avrebbe fatto almeno diciotto. E allora nessuno avrebbe parlato né di crisi, né di regressi».

OBIETTIVI

— Quali sono, ora come ora (cioè a metà dell’esperienza italiana) gli obbiettivi sportivi di Zico?
«Sono due: quello che inseguo da una vita e cioè vincere un mondiale e quello che ho preventivato venendo qua, ovvero portare l’Udinese… in Europa».

— Beh, sinceramente, nell’uno e nell’altro caso non è che ti rimangano molte chances…
«Può essere: ma di Mondiali ne giocherò ancora uno e all’Udine-se penso che resterò ancora un altro campionato. C’è da dire, piuttosto che, così come il Brasile fallì per un nulla il titolo nell’82, l’Udinese ha fallito per un nulla la zona UEFA lo scorso anno. E non fermiamoci a guardare il risultato finale: guardiamo piuttosto quel terzo posto fino al quale eravamo saliti prima che io mi infortunassi in una maledetta amichevole saltando cinque partite consecutive e compromettendo tutto quello che di buono avevamo fatto fino ad allora».

— E una storia che si ripete, evidentemente. Ma, dì la verità, che effetto ti avrebbe fatto quest’anno lottare per non retrocedere (anche se, in realtà, questo è un problema che non ti ha neppure sfiorato visto che sei andato via quando non c’erano rischi e visto che ora torni a tempesta superata)?
«Se devo essere sincero non sarebbe stata la prima volta : con la differenza che in Brasile, anche se una squadra va male, non corre il rischio di scendere in Serie B. Comunque qualcosa del genere lo avevo già vissuto nel Flamengo nel ’73 e nel ’76. Ma così come la mia società di allora gettò proprio su quelle delusioni le basi delle successive vittorie, chissà che anche l’Udinese non possa rigenerarsi. Certo, qua, non sono mancate le batture a vuoto: e devo dire che anche la partenza di Dal Cin — o comunque i suoi dissapori col presidente — non hanno sicuramente giovato a perseguire quei progressi che tutti speravamo più consistenti».

PAURA

— Ma, secondo te, davvero l’Udinese non fa più paura a nessuno?
«Io credo che un campione in campo non solo dia più serenità alla propria squadra, ma incuta, soprattutto, soggezione all’avversario. Scusatemi se non faccio il finto modesto, ma penso proprio che, con me, le cose cambieranno parecchio e posso fare anche un esempio molto pratico: nelle ultime partite, chi affrontava l’Udinese faceva allegramente tanti falli al limite della propria area. Ora ciò non accadrà più, a cominciare da domenica prossima. E, non accadendo più, ne trarranno inevitabilmente vantaggio i Selvaggi, i Mauro, i Carnevale che saranno messi in condizione di concludere al meglio le loro azioni. A questo credo si possa tranquillamente aggiungere il numero di passaggi che partiranno dai miei piedi sempre per questi compagni: e, badate bene, non parlo tanto per parlare, parlo di cifre, visto che lo scorso anno fui io a fare il maggior numero di assist e fu l’attacco dell’udinese a segnare 47 gol fino ad essere il terzo assoluto del campionato».

— Ma tu, in realtà, credi che terminerai la tua carriera italiana nell’udinese o che, prima di rientrare in Brasile, cercherai altre esperienze sempre da noi?
«Oggi come oggi mi sento di dire o Udinese o Brasile. Credo che deluderei molta gente che qui mi ha amato moltissimo se lasciassi Udine per andare in un’altra squadra del vostro campionato».

— Però ferma restando la genuinità dei tuoi sentimenti, che cosa potrebbe indurti a cambiare squadra?
«Quando venni in Italia il presidente mi disse che, con me, voleva puntare ad un Coppa europea o addirittura allo scudetto ed io gli ho creduto. Certo, se fosse proprio lui, un giorno, a dirmi che queste condizioni sono venute meno, che, nell’interesse reciproco sarebbe meglio se io venissi ceduto, beh, allora non potrei che chiedergli di lasciarmi trovare altrove le soddisfazioni che assieme non siamo riusciti a conseguire. Il mio desiderio è sempre quello di lasciare una traccia: ma spero ancora di poterlo fare rimanendo qui. Se proprio dovessi andar via vorrei perlomeno la garanzia di andare in una squadra di livello superiore».

— Giocando al fantacalcio, che ne diresti di andare a giocare al fianco di Maradona?
«Dico che usando il termine “giocare” mi potrebbe anche divertire una simile ipotesi. Ma se parliamo seriamente preferisco non affrontare un argomento del genere, perché qualcuno potrebbe farne oggetto di titoli a nove colonne scrivendo, che so, “Zico vuole andare al Napoli”, o, vicevera… “Zico odia Maradona”».

FIDUCIA

— Giusto parliamo allora di argomenti «reali»: l’Udinese, la «tua» Udinese, in questo momento di che cosa ha più bisogno? Di punti? Di fortuna? Di tranquillità? Di Zico?
«Ora che Zico rientra potrebbe non avere più bisogno di niente, se non della ritrovata fiducia in se stessa. Fiducia che vuol dire certezza di non valere meno degli altri, che vuol dire non aver paura né di perdere, né tantomeno di vincere. L’Udinese “deve” semplicemente fare quello che “può” fare».

— D’accordo, ma ormai che obiettivi concreti possono restarle?
«Un bel girone di ritorno: un bottino finale al di sopra dei trenta punti. A che servirebbe? Io dico che basterebbe per ridare il sorriso a parecchia gente, per ripartire con più ottimismo nel prossimo campionato».

— Ma tu, per quel che ne sai ora, resterai fino al termine del-
la stagione o raggiungerai la tua Nazionale?
«Io, a differenza di altri miei colleghi, ho una clausula ben precisa nel mio contratto: e credo proprio che Mazza mi consentirà di onorarla, permettendomi di raggiungere la mia Nazionale il 7 maggio nel ritiro di La Paz per quella che potrebbe essere la fase più delicata della qualificazione ai Mondiali. In fondo si tratterebbe di perdere solo le ultime due giornate col Napoli e la Cremonese, dopodiché sarei di nuovo a disposizione. Ma è chiaro che vorrei andar via con la squadra già tranquillamente salva…».

— E destino che tu non riesca mai a giocare contro Maradona…
«Già, ma credo proprio che – fra campionato italiano e Mondiali – non mancheranno altre nuove, importanti occasioni di guardarci negli occhi».

— Dicevi della tua clausola particolare: credi dunque che gli altri brasiliani d’Italia finiranno col disertare la convocazione in Nazionale?
«Temo di sì. D’altra parte come potrebbero — per esempio — uno Junior al suo primo anno in Italia, mollare il Torino in una fase di campionato che potrebbe persino significare lo scudetto? O un Cerezo disertare una possibile finale di Coppa? Bisognerà che la nostra Federazione discuta caso per caso con le singole società».

COMPAGNO

— Ma lasciamo il futuro più o meno remoto per guardare a quello assai prossimo: la gioia che provi per il tuo ritorno in campo sarà sufficiente a sanare tutte le polemiche, le amarezze e anche le paure affiorate in questi mesi attorno al tuo «caso»?
«Per me, rimettere piede in campo sarà come ricominciare a vivere. La linea bianca è un sipario che ti fa dimenticare tutto».

— Che cosa ti senti di promettere ai tuoi tifosi?
«Le soddisfazioni che la sfortuna ha tolto sia a me che a loro».

— Che cosa significherebbe, per te, segnare subito un gol?
«Significherebbe non far perdere l’abitudine a Garella di prendere gol da Zico, visto che io scorso anno gliene feci uno all’andata e uno al ritorno».

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