Estate 1983: o Zico o Austria!

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Nella calda estate del 1983 l’Udinese effettua un grande colpo di mercato: Arthur Antunes Coimbra, detto Zico, arriva, dopo un’estate di grattacapi giurisdizionali e sommovimenti popolari, nel capoluogo friulano…


Era l’estate del 1983, una estate calda non solo per il clima meteorologico ma anche per quello che circondava in generale l’Italia, un paese che cercava di uscire dalla cappa degli anni di piombo.
Un estate calda e lo sarebbe stata ancora di più a Roma e ad Udine, specie per i tifosi delle due squadre: perché due colpi di mercato che avrebbero cambiato il corso degli eventi erano nelle previsioni dei presidenti Mazza e Viola che avevano individuato in due campioni brasiliani i loro obiettivi.

Non erano campioni qualunque: uno si chiamava Toninho Cerezo e Viola lo voleva affiancare a Falçao, l’altro Zico, il più grande di tutti, che Mazza e Dal Cin avevano bloccato con una operazione di mercato unica. Ma i sogni non sempre son desideri che si realizzano: anzi il più delle volte occorre lottare. E se nel 1983 le piazze si riempivano ancora per la politica e per le lotte sociali, anche per il calcio servì mobilitarsi.

A Udine l’annuncio arrivò a sorpresa: «Abbiamo preso Zico»: la faccia – furba, sghignazzante, trionfante – della voce che aveva te­lefonato dal Brasile in Italia era quella di Franco Dal Cin, 40 anni, direttore sportivo dei friulani. Era il 1° giugno. Non ci credeva nessuno, furono costretti a farlo. Per dire, è come se oggi Messi venisse acquistato dal Catania. Arthur Antunes Coimbra detto Zico, il «Galinho», il «Pelè Bianco», 30 anni, brasiliano, 173 centimetri per 69 chili di classe purissima, sposato, tre figli, stella del Flamengo, dove gioca da 12 anni, leader della nazionale che un anno prima è crollata – Pablito, tre volte nei secoli dei secoli – contro l’Italia al Mundial spagnolo: 600 gol segnati in carriera, molti su punizione, alla Zico, e sono i più belli, palla accarezzata nel cuore del cuoio, volo a planare, morbido, senza cattiveria come se fosse un destino già scritto.

All’epoca Zico è il calciatore più forte del mondo. Dribbling, piroette, balletti. Samba, torcida. Il suo calcio è allegria, gioco, divertimento, spiazza, sorprende, toglie il fiato. E’ magia che diventa memria, è un messaggio lanciato in una bottiglia: la Storia ci dirà che da Rio de Janeiro, il messaggio arriverà fino a una casa di campagna a Caldogno, bassa vicentina nel profondo nord-est, lì ci abita un ragazzino magro, timido, con le ginocchia di cristallo, molti fratelli e qualche sogno in più: si chiama Roberto Baggio, e Zico è il suo idolo.

Si diceva: doveva essere un trasferimento, divenne un affare di stato. Tutti contro tutti. La Figc contro l’Udinese. «Basta follie, basta stranieri», urlò il presidente Federico Sordillo. Le frontiere erano state aperte solo tre anni prima, lui le voleva già chiudere. Dettaglio: aveva le chiavi per farlo, ma non gliele fecero usare. L’Udinese trovò alleanza nella Roma: c’era anche Cerezo in ballo. Sordillo diede una scadenza. Il presidente della Roma Dino Viola sbottò: «Il diktat della Federazione è illegale». Roma e Udinese depositarono i contratti in ritardo. «Bocciati», decise la Figc. Senza appello? No. Intervennero ministri, segretari di partito, bortaborse: il circo politico si era messo in moto. Luciano Lama, segretario della C.G.I.L. attaccò il presidente dell’Udinese: «Mazza spende sei miliardi per Zico e la Zanussi, di cui è presidente, mette in cassa integrazione migliaia di operai» . Mazza replicò: «Alla fine trionferà la giustizia» .

A Udine in quei giorni ci fu quasi un’insurrezione e decise di scendere in piazza. Più volte, ma una soprattutto è nella mente di tutti quelli che l’hanno vissuta quell’estate. Era pomeriggio, e Piazza Venti Settembre si riempì come non accadeva da molto, moltissimo tempo. E spuntarono perfino cartelli con la minaccia proto-leghista di passare all’Austria se Zico, il sogno, fosse stato negato. Già perché il calcio è sogno, e acquisti così da sempre illudono, fanno dimenticare perfino la cassa integrazione, perché l’oppio vero è questo piccolo grande gioco, tanto umano quanto perfetto, che illude e fa pensare che c’è una squadra che comunque difende il tuo nome.

Dall’altra parte del mondo, a Rio de Janeiro, i brasiliani versarono lacrime. «Galinho, non te ne andare»: Rete Globo ogni ora interrompeva le trasmissioni e piangeva l’addio del campione carioca. In italia è il caos. Un giorno è fatta, quello successivo è saltato tutto. Di nuovo, intervenne il presidente della Figc Sordillo. Pose un veto al tesseramento per una «arditezza dell’impostazione finanziaria». Si scoprì che l’Udinese aveva usato una società satellite, la «Grouping Limited». Avrebbe dovuto pagare la metà di Zico: tre miliardi. Ma la società non esisteva.

E quando fuori dal Quirinale i giornalisti accerchiarono il Presidente Sandro Pertini e gli chiesero quella cosa lì, tutti capirono che quello era il punto di non ritorno. Quella cosa lì: Zico all’Udinese, Cerezo alla Roma. Pertini rispose: «Sì, mi piacerebbe veder giocare Zico e Cerezo in Italia: sono due grandi campioni». Sulla questione tutti avevano – dal popolo al presidente della Repubblica – avevano detto la loro: mancavano l’Fbi, la Cia, il Gran Giurì delle Giovani Marmotte e poi il cerchio si sarebbe chiuso.

Il caso-Zico divenne una crociata per il calciospettacolo. Decisivo fu l’intervento del Coni, presieduto da Franco Carraro. Concesse una proroga, la stessa che un mese prima Sordillo aveva negato. 23 luglio, 1984: tutto è bene quel che finisce. Zico è dell’Udinese, Cerezo è della Roma. Quell’anno in serie A ci sono 31 stranieri: 10 sono brasiliani. In pochi giorni l’Udi­nese stacca 26.661 abbonamenti, quell’anno il «Friuli» di Udine sarà sempre tutto esaurito.

Stagione 1983/84. In italia giocano contemporaneamente Zico, Platini e Falcao: parata di stelle, Hollywood in area di rigore, tre Nobel a cena, la stessa sera e sotto lo stesso tetto, tavola imbandita, abbuffati che poi verranno altri tempi e un altro calcio, mangia e bevi tutto quello che c’è perché un giorno così non tornerà mai più.

L’epilogo lo conoscono tutti e non occorre forse ricordarlo. Quel sogno però rimane ancora uno dei più belli mai fatti, e quel che accadde in quel 1983 forse fu una vera piccola grande rivoluzione, l’ultima, perché oggi di voglia di scendere in piazza non ce n’è più. Ne per la politica, né per i problemi sociali, né per il lavoro che non c’è, né tanto meno per il calcio, specchio come sempre di una società. C’è però un momento magico in cui le due storie si incontrarono: il 6 novembre del 1983 va in scena proprio Udinese-Roma. Partita che sembra avviata verso il pari finché Causio non inventa una giocata da campione del mondo con destro incrociato di Zico a “uccellare” Tancredi, una vera “botta di saudade” per i nostalgici del calcio che fu.

Fonti: Corriere dello Sport; Udineseblog.it