1927: Lo scudetto di nessuno

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Fu il primo scandalo del calcio italiano. Un giallo che a distanza di oltre 80 anni svela un finale a sorpresa con troppi colpevoli. E senza alcun vincitore…

Prologo

Doveva essere una stagione storica, e a suo modo lo fu. Il campionato di calcio che cominciò il 3 ottobre 1926 dove­va essere celebrato come il pri­mo a carattere nazionale, l’anti­camera del girone unico. Dove­va essere ricordato come il cam­pionato degli stadi monumentali (l’iperbole allora andava parec­chio di moda): il Filadelfia di Torino, il San Siro di Milano e il più maestoso di tutti, il Littoriale di Bologna. Doveva essere la vetrina più luccicante per ma­gnificare, agli occhi dell’italiano medio, le gesta del regime: an­che il calcio, da quel momento, avrebbe indossato la camicia nera. Una stagione storica, appun­to. E in effetti lo fu, ma per tutt’altro motivo: il primo cam­pionato della nuova era sarebbe stato, nell’ultracentenaria storia del calcio in Italia, l’unico a chiudersi senza aver designato una squadra campione. «Stagione 1926-27: Torino (revocato)», dicono così, ancora oggi, gli al­manacchi. Questa è la storia del­l’unico scudetto rimasto senza un vincitore.

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Leandro Arpinati

L’uomo della Riforma

Il 1926, per l’Italia del pallone, è l’anno della riforma. Una riforma finalmente capace di dare una struttura nazionale a un campionato ancora organiz­zato sulla base di raggruppa­menti regionali e di due leghe che trova un brillante interprete in Leandro Arpinati, il nuovo presidente della Federcalcio. Fascista della prima ora, il ro­magnolo Arpinati nel ’26 è un uomo in vertiginosa ascesa: po­destà di Bologna, segretario della Federazione provinciale, vice segretario del Partito, de­putato alla Camera. Ma è anche un personaggio enigmatico, in grado di conciliare gli ideali anarchici e le cariche fasciste, l’amicizia con Mussolini e le spietate critiche che mai risparmierà al Duce e che segneranno la fine prematura della sua car­riera politica.

Con l’elezione di Arpinati la Fe­dercalcio si trasferisce a Bolo­gna, nonostante le resistenze delle società e della stampa del Nord. Proteste che il nuovo pre­sidente non si preoccupa di met­tere a tacere. Al noto giornalista Renato Casalbore (il fondatore di Tuttosport) che porta avanti una furiosa campagna contro di lui, si limita a inviare un tele­gramma: «Letto suo articolo. Ha torto. Continui sua campagna. Rideremo prossimo incontro». Misteri dell’animo umano (o della storia): l’uomo che nel 1920 aveva condotto, pistole al­la mano, un manipolo di camicie nere all’assalto di Palazzo d’Ac­cursio, quando si trova ad occu­pare cariche pubbliche, dimo­stra in genere una liberalità sor­prendente. Appena insediatosi nella nuova carica, nomina se­gretario Giuseppe Zanetti, uno dei massimi esperti di calcio in circolazione. Giocatore all’alba del secolo in Germania e in Svizzera, fondatore del Modena, ha un solo insuperabile difetto secondo i papaveri del Partito: non ha mai voluto prendere la tessera del PNF «Ma io non ho chiesto un fascista», fa sapere Arpinati. «Ho chiesto un compe­tente e un galantuomo». Qualità che presto sarebbero state messe a dura prova. Arpinati e Zanetti si mettono al lavoro e a ottobre, finalmente, si parte.

Parte il nuovo Campionato

Ma come si presenta la nuova creatura? Di sicuro più snella: delle 44 squadre che, dis­seminate tra leghe, gironi regio­nali, semifinali interregionali, finali di lega e finali nazionali, avevano affrontato il campiona­to precedente, ne restano 20, di­vise in due gironi da 10. Senza alcun criterio geografico. Al gi­rone A sono iscritte Alba Roma, Brescia, Casale, Genoa, Hellas Verona, Inter, Juventus, Mode­na, Napoli e Pro Vercelli. Al gi­rone B: Alessandria, Andrea Doria, Bologna, Cremonese, Fortitudo Roma, Livorno, Milan, Padova, Sampierdarenese e Torino. Le migliori tre di ogni raggruppamento si qualificano per la poule finale, che asse­gnerà il titolo. Squadre da batte­re: la Juventus, campione in ca­rica, il Bologna, finalista l’anno precedente e il Torino. In secon­da fila le milanesi e il Genoa. Pronostici rispettati: da una par­te passano al girone finale Juve, Inter e Genoa; dall’altra Torino, Bologna e Milan.

I superstiti tor­nano in pista a marzo e dopo quattro giornate tutti hanno chiara la trama del film: se la giocheranno fino alla fine il Bo­logna di Schiavio, Della Valle e Muzzioli e il Torino del supertrio Baloncieri, Libonatti, Ros­setti (44 gol in tre nella prima fase del torneo). Il 15 maggio è il gran giorno: le due regine di fronte al Filadelfia. Segna Libo­natti all’inizio del secondo tem­po, il Bologna barcolla, sbuffa, si riprende e assedia. Nel finale l’area del Toro è un fortino: So­sia, il portiere, arriva a far scudo col proprio corpo durante una furiosa mischia sulla linea di porta. «E’dentro», gridano i bo­lognesi. «Sarà, ma io non ho vi­sto un bel nulla», indietreggia l’arbitro Pinasco, la faccia stra­volta di uno che non ci capisce più niente e vorrebbe solo riab­bracciare i propri cari. 1-0, fini­sce così: Torino a 8 e Bologna a 6, raggiunto anche dalla Juven­tus.

Un derby in… giallo

Comincia il ritorno e il vantag­gio granata aumenta, grazie a una vittoria esterna con l’Inter, mentre Juve e Bologna si neutra­lizzano nello scontro diretto. Ul­tima speranza di riaprire il tor­neo: il derby, che all’andata aveva vinto la Juve. Il conte Marone, presidente del Toro, stavolta ci tiene a fare bella figura e scommette una cena col “colle­ga” Edoardo Agnelli. Arbitro della scommessa il Principe di Piemonte, nientemeno. Prima di partire per l’estero il signor con­te si raccomanda: «Ci sono par­tite che bisogna vincere a tutti i costi. Questa è una di quelle». Ma nella vita, purtroppo, c’è sempre qualcuno che prende le cose alla lettera e Marone dovet­te rendersene conto in quella cir­costanza.

L’uomo del destino è un dirigente granata e si chiama Nani. Ci tiene da matti a dimo­strare il suo zelo e stenta a cre­dere alle sue orecchie quando ta­le Giovanni Gaudioso, studente catanese di ingegneria, gli sbatte sotto il naso la proposta indecen­te:
«Sono a pensione in piazza Madonna degli Angeli».
«Embè?».
«Conosco bene Allemandi, dorme lì anche lui. Vo­lendo, si può trattare…».
Luigi Allemandi, aveva 24 anni, ed era uno dei più forti terzini in circolazione. Cresciuto nel Le­gnano come mezzala, era stato retrocesso in difesa per poter sfruttare al meglio la sua strari­pante potenza. Gianni Brera lo descriveva così: «Era una forza scatenata della natura. Portava la zazzera ricciuta e aveva del diavolo. I suoi spunti veloci impressionavano come i suoi balzi acrobatici. Entrava primo sull’avversario lanciato al goal ed erano veri sfracelli».

Alla Juve l’aveva portato Virginio Roset­ta, che si era preso la briga di andarlo a vedere di persona. Combi, Rosetta, Allemandi: l’imbattibile difesa della Juve campione d’Italia era stata tra­sferita in blocco in Nazionale il 17 aprile di quel 1927, a Torino, per un’amichevole (vinta 3-1) col Portogallo. Combi, Rosetta, Ailemandi, Barale, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Ferrerò, Torriani: si presenta così la Juve al Fila­delfia il 5 giugno, per il gran derby. E il Torino: Bosia, Balacics, Martin, Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. E allora? Attacca il Toro, ma dalle parti di Combi non si passa.

Scrive Bruno Roghi, inviato della Gazzetta dello Sport: «I to­rinesi lavorano a maglie fitte, ma Allemandi è imbattibile, in­terviene, è sicuro e potente». Al 44′ il colpo di scena: passa la Ju­ve, con Vojak. La ripresa è un assedio granata e quando l’arbi­tro Gama assegna al Torino una punizione dal limite si presenta sul pallone il potente terzino un­gherese Balacics: il tiro rasoter­ra non è irresistibile, ma la palla buca la barriera, gol. Traiettoria strana, secondo Roghi, il nostro “testimone oculare”: il pallone è passato tra le gambe curiosa­mente divaricate di uno juventi­no. Allemandi? No, Rosetta. E il Gigi? Continua a darci dentro: il Toro non trova altri spazi. Fin­ché un bianconero non ha la bel­la pensata di farsi cacciare, per una reazione ingenua e spropo­sitata. Allemandi? No, il centra­vanti Pastore. A un quarto d’ora dalla fine, la Juve, in dieci, an­naspa e il Toro con Libonatti se­gna il gol della vittoria. Gol che potrebbe rivelarsi decisivo perché consente ai granata di mantenere inalterato il van­taggio sul Bologna ( 12 a 9) e di far fuori la Juve (rimasta a 7). A tre giornate dalla fine. Il Conte Marone brinda, Agnelli paga pe­gno e insomma al Toro, mai co­sì vicino allo scudetto, festeg­giano tutti. Tutti tranne Nani, quello della proposta indecente. Chissà perché.

Il caso Pinasco

La festa, però, dura poco: in set­timana arriva in sede un tele­gramma che sulle prime fa pen­sare a uno scherzo. Il senso è più o meno questo: cari amici, ricor­date il match d’andata col Bolo­gna, vinto 1-0? E ricordate an­che quel gol-non gol dei rosso­blu che sarebbe valso il pari? Bene, anzi malissimo. Il signor Pinasco, l’arbitro, ha ammesso davanti alla CITA (una commis­sione che svolgeva anche le fun­zioni del giudice sportivo) di aver preso un abbaglio. E allora, poiché trattasi di errore tecnico, la gara è da ripetere. E quando? Si chiedono sgomenti quelli del Toro. Il 3 luglio, una settimana prima dell’ultimo turno di cam­pionato. Poco importa che al­l’ultima giornata sia in program­ma il ritorno, al Littoriale: Tori­no-Bologna e Bologna-Torino, tutto in sette giorni. E la classifi­ca? Torino 10, Bologna 9.

Lo scudetto è di nuovo in bilico. Come reagisce la cosiddetta opi­nione pubblica? Carlin, storica firma del Guerin Sportivo, scri­ve: «La CITA, soltanto quando ha letto l’esito della partita Torino-Juventus, s’è accorta di un errore tecnico nella partita Tori­no-Bologna, avvenuta quasi un mese prima», E Arpinati? Non è dato sapere. L’impressione è che non avesse gradito affatto il gen­tile omaggio al “suo” Bologna, proprio nel momento in cui mezza Italia lo accusava di es­sersi portato, con il trasferimen­to della Federcalcio a Bologna, il lavoro a casa. Di fatto il Resto del Carlino, di cui Arpinati era, come si direbbe oggi, azionista di riferimento, diede pochissimo rilievo alla ripetizione della par­tita, nonostante l’importanza della gara.

I duellanti nel frattempo comin­ciano a dare i primi segni di ce­dimento: il Bologna pareggia col Milan e perde con l’Inter, il To­ro perde col Genoa, ma batte il Milan, portandosi sopra di due alla vigilia del doppio spareggio. Ma che strano: chi va ad arbitra­re l’incontro di Torino? Tale Da­ni di Genova, uno che aveva diretto la stessa gara nella pri­ma fase del campionato (il 16 gennaio) e che sull’1-1 aveva assegna­to ai granata un contestatissimo rigore trasformato dall’infallibile Balacics. Co­sì, sei mesi do­po, il prode Dani torna sul luogo del de­litto e… conce­de il bis: rigo­re per il Toro, gol del solito Balacics e proteste molto più sommesse, benché di fatto quel gol assegnasse lo scudetto.

Il giorno dopo, sul Carlino, un trafiletto col risultato e, più in evidenza, il telegramma di feli­citazioni che Arpinati aveva spe­dito al Torino fresco campione d’Italia. L’impressione è che si fosse ovviato in maniera artigia­nale – e soprattutto poco rumo­rosa – a una palese ingiustizia: il nuovo presidente della Federa­zione, per evidenti motivi di op­portunità politica, non poteva permettere che il Bologna vin­cesse uno scudetto a quel modo. Inutile a questo punto il ritorno al Littoriale, che infatti il Toro affronta con una squadra imbot­tita di riserve. Vince 5-0 il Bolo­gna, ma la goleada serve solo a consolidare il secondo posto dei rossoblu.

Virginio Rosetta, difensore della Juventus

La lunga estate calda

Estate torrida, quella del ’27. Al­la pensione di piazza Madonna degli Angeli le finestre sono bocche spalancate in cerca d’os­sigeno. Allemandi è in partenza: la villeggiatura, poi il probabile trasferimento al Bologna, dove avrebbe fatto coppia con un altro formidabile terzino, Monzeglio. Prima di partire, però, deve ave­re una risposta. Da Gaudioso. Che in un giorno di fine luglio si presenta nella stanza di Gigi con una cattiva notizia: «Nani non scuce». Sì, i soliti nomi: Nani, Gaudioso, Allemandi. I soliti so­spetti, anche. Ma allora, che co­sa era successo alla vigilia di quel derby, che il Toro doveva vincere “a tutti i costi”? Era suc­cesso che lo sprovveduto diri­gente del Torino aveva accettato la proposta di Gaudioso e aveva allungato 25.000 lire ad Alle­mandi con la promessa di far­gliene avere altrettante a partita giocata (e vinta). 50.000 lire… 50.000 lire erano cinque Balilla una dietro l’altra. 125 volte lo stipendio mensile che gli passa­va la Juve. Poi, il match era an­dato come era andato: il Torino aveva vinto, sì, ma Allemandi in campo si era fatto in tre, come al solito. E Nani non aveva nessu­nissima intenzione di sganciare la seconda rata. Questa era la ri­sposta che attendeva quel giorno di fine luglio Allemandi, questo gli fece sapere Gaudioso.

E que­sto fu quanto venne a sapere – troppo calda quell’estate, troppe le finestre aperte, troppo affolla­ta la pensione di piazza Madon­na degli Angeli – l’uomo che oc­cupava la stanza vicina. Ferminelli era un giornalista romano trapiantato da qualche an­no a Torino, dove, dopo un breve periodo di apprendistato alla Stampa, era stato assunto come redattore al Paese Sportivo. Tipo permaloso, questo Ferminelli: a inizio stagione il Torino non lo aveva incluso nell’elenco degli aventi diritto alla tessera perma­nente per il Filadelfia. Lui (sem­bra storia di oggi…) se n’era la­gnato con la società, che si era scusata per l’equivoco e lo aveva invitato a passare in sede per ri­tirare l’agognata tessera. «Eh no», era stata la risposta. «Sta a voi farmela avere al giornale». Polemicuccia meschina fin­ché si vuole, ma sta di fatto che il Toro non spedì un bel nulla e Fermi­nelli mai si de­gnò di alzare il posteriore dal­la sua confortevole poltrona. In compenso, però, vergò per tutta la stagione articoli di fuoco contro il Torino, che comparvero pure su un foglio milanese, Lo Sport, e su un settimanale satiri­co romano, Il Tifone.

Anche Fer­minelli boccheggiava per il cal­do in quelle interminabili gior­nate di fine luglio, a Torino. Abitava in pieno centro: in una pen­sione di piazza Madonna degli Angeli.Figurarsi il godimento dello scriba quando le urla sempre più alte di Allemandi e Gaudioso in­vasero la sua stanza. Un pezzo sensazionale, servito a domici­lio, e perdipiù capace di affossare l’odiato Torino. Su Lo Sport uscirono poche righe. I redattori milanesi vollero affrontare l’ar­gomento con tanta cautela da rendere le allusioni contenute in un breve trafiletto assolutamente incomprensibili. Quelli del Tifo­ne, invece, spararono un bel tito­lo: «C’è del marcio in Danimar­ca». E sotto, la piccata ricostru­zione dei fatti del Ferminelli che avanzava sospetti sulla legitti­mità dello scudetto appena asse­gnato.

Poi, il silenzio. Silenzio espressamente richiesto dalla Federazione al direttore del fo­glio romano: era scattata l’in­chiesta e non erano gradite inter­ferenze. Il giallo richiedeva un ispettore: fu Giuseppe Zanetti, il segretario della Federcalcio che aveva rifiutato la tessera fa­scista. «Fu una inchiesta minu­ziosa», ricorderà lo stesso Za­netti molti anni dopo, «condotta in tutta segretezza con indagini svolte in Piemonte, in Lombar­dia e in Sicilia. In uno di questi viaggi venne visitata la pensione che ospitava Allemandi, Gau­dioso e il giornalista per rileva­re l’ubicazione delle camere. In quella di Allemandi vennero no­tati dei pezzettini di carta nel ce­stino, pezzettini di carta che ven­nero raccolti pensando che avessero potuto avere un riferi­mento con la questione che inte­ressava. Infatti, incollati questi pezzettini su della carta traspa­rente (lavoro che durò ben di­ciotto ore) si potè ricostruire una lettera con cui Allemandi si lagnava del mancato versamen­to delle venticinquemila lire, so­stenendo di aver collaborato e non poco alla conquista dello scudetto da parte dei granata. Non occorreva altro, ma era co­munque necessario arrivare alla prova dei fatti senza far uso di quella lettera dalla quale non si riusciva a capire il perché non era stata spedita ma gettata nel cestino».

Giustizia è fatta?

I protagonisti dell’intrigo vengo­no convocati e sottoposti a con­fronti incrociati. Oltre ad Alle­mandi, sono invitati a presentar­si a Bologna, davanti al Diretto­rio federale, altri due juventini: Munerati e Pastore. L’inchiesta procede fino all’inizio di no­vembre, quando ormai la stagio­ne sportiva 1927-28 è in pieno svolgimento. Il 3 novembre, tre giorni prima di un importantissi­mo Italia-Austria valido per la Coppa Internazionale, Nani crolla, trascinando con sé il truce Gaudioso. E Arpinati non perde tempo, benché si sia a po­che ore da un incontro tanto delicato.

Il 4 novembre un comuni­cato della Federcalcio costringe molti giornali all’edizione straordinaria: «Il Direttorio federale, accertato anche per confessione del dottor Nani, consi­gliere del Torino, che egli ha versato al signor Gaudioso, pure confesso, lire 25.000 destinate a taluno dei giocatori della Juventus per assicurare illegittimamente al Torino la vittoria nella gara del 5 giugno, delibera di togliere al Torino il titolo di campione assoluto d’Italia, per l’anno sportivo 1926-27».

A To­rino restano di sasso, mentre l’I­talia si interroga: cosa nasconde quel “taluno”? Arpinati scioglie il dubbio quarantatt’ore dopo in un’intervista alla Gazzetta dello Sport: «Non sono uomo da mi­steri. Dite pure, prima ancora che esca il comunicato ufficiale, che stanotte mi è stato possibile individuare il giocatore verso il quale il signor Gaudioso avreb­be esercitato con successo la propria opera di corruzione. Si tratta dell ‘ex juventino Allemandi che ho intenzione di squalifi­care a vita. Ove altre responsa­bilità venissero alla luce, col­pirò con la medesima fermezza: ne potete essere certi».

La sen­tenza definitiva arriva il 21 no­vembre ed è per certi versi sor­prendente: «Il Direttorio federa­le conferma le precedenti deci­sioni e squalifica a vita Luigi Allemandi, della cui colpevolez­za è stata pienamente raggiunta la prova; richiama il giocatore Munerati a una più esatta com­prensione dei suoi doveri in quanto un calciatore tesserato non può accettare doni di qual­siasi entità o natura da iscritti ad altre società; deplora e proi­bisce il malcostume delle scom­messe anche di lieve cifra, spe­cie quelle tenute contro le sorti dei propri colori e ammonisce per questa trasgressione il gio­catore Pastore, lieto di constata­re come l’episodio che ha dato luogo alle accennate sanzioni sia circoscritto a un solo gioca­tore e non possa quindi gettare ombra né onta sulla grande massa dei calciatori italiani». Il caso è chiuso.

Il sacrificio di Allemandi

Chiuso? Beh, insomma. La sentenza che sancisce la squalifica a vita del povero Allemandi (peraltro amnistiata nel giro di un anno) se la cava con un simpatico buffetto a Munerati, che – a quanto si desume – avrebbe accettato un “dono” da parte di una società avversaria (e Alle­mandi cosa aveva fatto?) e a Pa­store che addirittura avrebbe scommesso sulla sconfitta della propria squadra. Il finale poi ha tutta l’aria di una giustificazione non richiesta (accusa manifesta, dicevano i latini): l’episodio è circoscritto – si sottolinea – e non scredita la «grande massa dei calciatori italiani». Insomma, le zone d’ombra sono parecchie. Perché Allemandi pretende con tanta foga la seconda rata del pa­gamento di Nani, pur essendo stato uno dei migliori in campo nel derby incriminato? Forse perché era un semplice inter­mediario che doveva girare i soldi ai diretti interessati? Il torinista Baloncieri qualche anno dopo lascerà ai posteri una frase sibillina: «Un fatto dubbio si era presentato agli inquirenti: quel­lo di sospettare di un altro atle­ta che, per la sua dirittura mora­le, era inattaccabile».

Magari quello che aveva aperto inspie­gabilmente le gambe al passaggio del tiro non irresistibile di Balacics, che aveva consentito al Toro di pareggiare? Gianni Brera, nella sua Storia critica del calcio italiano, la ri­solve così: «A questo punto, non sembra necessario essere Sherlock Holmes per appurare come sia andata, e subito dopo capire come abbia potuto Allemandi militare nell’Inter di Giovanni Mauro, vicepresidente della Fe­derazione e temibile capo degli arbitri. I sottili ricatti reciproci avevano lasciato alla Juventus il terzino più dotato di classe (Ro­setta) e avevano impedito al Bo­logna di acquistare un terzino che avrebbe fatto irresistibile coppia con il suo Monzeglio ai Mondiali 1934».

Luigi Allemandi, pietra dello scandalo. Dopo l’amnistia in seguito alla squalifica a vita, divenne campione del mondo nel 1934

Il sacrificio di Allemandi, insomma, giova pa­radossalmente alla Juventus, che in questo modo evita di perdere altri giocatori. E perché una vol­ta tanto l’inflessibile presidente non usa il pugno di ferro? Chis­sà. Certo, è curioso notare che solo un anno prima (il 2 maggio 1926) Edoardo Agnelli, per conto del padre Giovanni, aveva ceduto ad Arpinati l’intero pac­chetto azionario degli Stabili­menti Poligrafici Riuniti, società editrice del Resto del Carlino. E benché Arpinati, come pare, si fosse deciso all’acquisto più per pressioni esterne che per un ef­fettivo interesse, l’affare appena concluso lo collocava in una po­sizione di evidente soggezione nei confronti della potente fami­glia torinese. Inconvenienti – mettiamola così – del conflitto di interessi… E Allemandi? Non volle più tor­nare sull’argomento. Solo nel 1976, poco prima di morire, con­fessò a Carlo Moriondo di Stam­pa Sera: «Sì, c’era stato qualco­sa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole non ero io…».

La colpa dei campioni

L’impressione che il losco trian­golo Nani-Gaudioso-Allemandi non fosse che la punta dell’ice­berg la dà peraltro lo stesso Ar­pinati quando spiega perché non sarà il Bologna, secondo classi­ficato, a fregiarsi del titolo di campione d’Italia. Dalla Gazzet­ta dello Sport del 7 novembre 1927: «Il titolo passerà ora al Bologna? Assolutamente no. Il risultato dell’inchiesta è tale che ho riportato l’impressione pre­cisa che talune partite di cam­pionato abbiano falsato l’esito del campionato stesso. Il Bolo­gna non avrà perciò il titolo tol­to al Torino; il campionato 1926-27 non avrà il suo vincito­re».

Probabile che Arpinati si riferisse anche al caso Pinasco (l’arbitro che ammise l’errore tecnico in Torino-Bologna con un mese di ritardo) o ad altre vicende mai venute in superficie. Eppure nel corso degli anni da Torino e da Bologna si sono susseguiti a intervalli più o meno regolari appelli, raccolte di firme e addirittura interrogazioni parlamentari, per riaprire il fascicolo e assegnare una volta per tutte lo scudetto di nessuno. Uno scudetto che però non può andare a Torino perché – fosse o non fosse Allemandi l’unico colpevole – è provato che la corruzione avvenne, anche se Nani agì, come continuò a ripetere, a titolo personale. Uno scudetto che, tutto sommato, non può neppure scendere sulla maglia dei secondi classificati, sui quali si allunga, inquietante, l’ombra dello spinoso e mai del tutto chiarito caso Pinasco. Se Arpinati non premiò il “suo” Bologna, lasciando che il primo campionato della sua gestione si chiudesse senza un vincitore, non lo fece, evidentemente, solo per dimostrarsi al di sopra delle parti. La morale, per chi ne sentisse il bisogno, è unica, ritagliabile e sovrapponibile alle tristi vicissitudini odierne. Scrisse un anonimo editorialista del Resto del Carlino: «Purtroppo il football ha assunto in qualche località aspetti diremo quasi industriali: le società sono organizzate come grandi aziende, dove lo sport, che dovrebbe essere sempre sinonimo di cavalleria e di purezza, deve camminare a braccetto con l’interesse».
Era il 5 novembre dell’Anno del Signore 1927…