ANASTASI Pietro: il bomber della classe operaia

Quando da piccolo giocava sui campi impolverati della Sicilia orientale, per tutti quel bimbo gracile e scuro era semplicemente “Petru ‘u turcu”. “La mia era una famiglia di operai, si aveva un po’ di meno rispetto ad oggi, ma si era più felici. Non vivevamo nell’oro, ma ma non per questo non vivevamo bene“. A furia di gol, si accorgono di lui alla Massiminiana, la squadra dei fratelli Massimino che all’epoca (siamo a metà degli anni Sessanta) giocava con profitto in quarta serie.

Poi il fato, per lui, veste gli abiti di una donna incinta e di un barista esperto di calcio. Lo fa una domenica dell’ aprile del 1966, a Catania, dove poche ore prima la squadra del Varese ha disputato una partita anonima contro i rossazzurri. Casati, manager del club lombardo, ha prenotato un volo per tornare a casa, ma giunto a Fontanarossa trova una donna incinta che in lacrime chiede agli addetti della biglietteria un posto sull’aereo per Milano. Il posto non c’è e Casati, decide di lasciarle il suo. Tornato in albergo, si ferma al bar per un aperitivo. «Dottore, se proprio deve stare qui un altro giorno, perché non va a vedere la Massiminiana – gli consiglia il barista – Gioca domani e in squadra ha un ragazzino che è un vero portento».

Quel ragazzino è Pietro Anastasi, il futuro “Pelè bianco” della tifoseria juventina, l’eroe nazionale dell’ Europeo del ’68, il calciatore che conquisterà il Nord partendo dai campi scalcinati del profondo Sud, divenendo così per intere generazioni di giovani meridionali un modello da seguire sulla strada dell’emigrazione e del riscatto sociale. E’ stato tutto questo Anastasi. Lo è stato per talento, caparbietà e spirito di sacrificio.

A Varese vive due stagioni splendide sublimate dalla tripletta che il 4 febbraio del 1968, Anastasi infligge alla Juventus che di lì a qualche mese sarebbe diventata la sua squadra per otto stagioni e con cui avrebbe vinto tre scudetti. I bianconeri di Zigoni, Menichelli, Salvatore, Del Sol vengono battuti dai padroni di casa con un umiliante 5-0 ed il giovanissimo Anastasi segna la prima, la quarta e la quinta rete. “Vincemmo 5-0 contro la Juventus ed io realizzai una tripletta. Ma fu solo uno dei tanti episodi di un’annata strepitosa per una squadra provinciale come la nostra. Facemmo risultato contro molte big rimanendo imbattuti in casa nostra
Quella stagione rimane memorabile per la matricola Varese che giunge in classifica al settimo posto e si prende la soddisfazione di battere sul terreno amico anche Milan (2-1), Inter (1-0), Roma (2-0) e Cagliari (2-1).

Nella calda estate del 1968 Anastasi è ormai pronto per una “grande”, è pronto a trasferirsi nella vicina Milano alla corte del presidente dell’Inter Ivanoe Fraizzoli. Anzi, ha già indosso la casacca nerazzurra essendo in prova ai milanesi in un’amichevole estiva dove per la cronaca segna pure due reti. Durante l’intervallo però l’Avvocato Agnelli conclude direttamente con l’allora presidente varesino Borghi l’acquisto del centravanti sulla base di 650 milioni, cifra record per l’epoca, ed una fornitura di motori per frigoriferi all’azienda di cui lo stesso Borghi è proprietario.

E sempre in quell’estate arriva anche il debutto in maglia azzurra, direttamente nella finale di Euro 68, Italia e Jugoslavia di fronte in un doppio confronto: “Fu tutto incredibile. Nella prima finale con la Jugoslavia, quella che pareggiammo col gol segnato in extremis da Domenghini, Valcareggi negli spogliatoi mi guardò e mi disse che sarebbe toccato a me. La partita finì 1-1 e venne rigiocata due giorni dopo. Vincemmo 2-0, segnò prima Riva e poi io con un gol davvero pregevole. Un sogno ad occhi aperti.

L’accoglienza a Torino è uno choc: Pietro si presenta in sede con i capelli lunghi e senza cravatta e il presidente Catella lo congeda invitandolo a ripresentarsi con un abbigliamento più consono, camicia, cravatta e capelli corti. Anche l’allenatore, il ‘sergente di ferro’ Heriberto Herrera, il ‘ginnasiarca’ perfezionista ed intransigente, lo riprende sovente nel corso degli allenamenti. Ma il pubblico invece accoglie con molta simpatia il picciotto catanese, tutto estro, istinto e generosità, perdonandogli qualche lacuna tecnica.

Il primo anno segna 14 reti e il secondo, quando l’allenatore è il compianto Armando Picchi, suo ex compagno di squadra nel Varese, va a segno 15 volte. Quando Picchi si ammala, gli subentra ‘Cesto’ Vycpalek, che rimprovera spesso a Pietro i suoi atteggiamenti esuberanti, talora persino spocchiosi.
Sogna i mondiali messicani, Pietro, ma non partirà: la sera prima della partenza uno scherzo malandrino quanto pesantemente inopportuno da parte di un massaggiatore, che lo colpisce con un asciugamano bagnato ai genitali, gli causa un trauma che lo costringe ad operarsi ed a saltare l’avventura mondiale.

Dopo una stagione anonima, durante la quale per la prima volta nella sua carriera viene escluso dalla squadra per motivi disciplinari e tattici oltre a perdere anche il posto in Nazionale, la seguente (1971-72) si contraddistingue per l’arrivo di Bettega che per i suoi colpi di testa può valersi (almeno fino a metà gennaio, quando purtroppo si ammala) dei cross dell’altruista Anastasi. Arriva lo scudetto, ed anche Pietruzzu segna 11 gol importanti, ribelli e impossibili. Un altro scudetto (con 16 gol), poi una finale persa di Coppa Campioni e la partecipazione ai mondiali tedeschi del 1974 con la clamorosa eliminazione azzurra (e con Pietro in rete contro Haiti).

L’anno successivo inizia la lunga fase declinante della carriera di Anastasi, che non è più brillante, ha perso la sua verve, non è più la star, soppiantato dai nuovi leaders Bettega, Causio e Furino.
Il 27 aprile 1975 il nuovo allenatore Carlo Parola lo lascia in panchina contro la Lazio; Pietro non nasconde il malumore e, entrato nel secondo tempo, sotto la spinta dell’adrenalina, nel giro di 5 devastanti minuti, segna 3 gol 3 ai biancocelesti. A fine stagione arriverà l’ennesimo scudetto, l’ultimo per Pietro.

Nella stagione 1975/76 le scintille con Parola si fanno sempre più frequenti: “Una volta mi disse che avevo paura di giocare una partita di coppa perché poi avrei potuto non giocare in campionato. Lo mandai a quel paese e quella storia ci costò anche uno scudetto. L’ambiente fece terra bruciata intorno a me, e qualcuno ebbe la presunzione di poter vincere senza di me. Fino a quando ero in squadra comandavamo la classifica con cinque punti di vantaggio, poi fui messo ai margini e perdemmo il campionato. Chiesi di finire il campionato prima che prendessero una decisione su di me, ma non fui ascoltato”.

I suo tempo a Torino è finito: forse il suo gioco tutto istinto, i suoi scatti a ripetizione lo hanno logorato; Boniperti lo cede all’Inter ricevendone in cambio il più anziano Boninsegna e cento milioni; e “Bonimba” con la Juve vincerà due scudi e una coppa UEFA, mentre Pietruzzu non riesce più a segnare come sa: la miseria di 7 reti in 46 partite e solo una Coppa Italia in bacheca.

Due anni in neroazzurro senza lasciare il segno, prima di riabbracciare il bianconero, ma stavolta dell’Ascoli. Il 30 dicembre 1979 altro giorno da segnare in rosso sul calendario, arriva il centesimo gol proprio a Torino contro la Vecchia Signora: “Era destino. Segnai già in altre circostanze, ma le reti mi furono annullate dall’arbitro. Prima della partita l’Avvocato venne a salutarmi negli spogliatoi e per me fu motivo di grande orgoglio. Vincemmo quella partita 3-2 e tutto lo stadio era in piedi per me“.

Dopo l’Ascoli, il Lugano, sempre nel segno del bianconero, e poi l’addio al calcio giocato.