BOREL Felice Placido: il volo di Farfallino

Grande centravanti della Juventus Anni Trenta. Polemico, senza peli sulla lingua, non entrò mai nelle grazie del Ct Pozzo


Quando Felice Placido Borel nacque a Nizza il 5 aprile 1914, il calcio scorreva già nelle sue vene. Figlio di Ernesto Borel, pioniere del calcio juventino, e fratello di Aldo, anche lui calciatore, Felice era destinato a scrivere pagine indimenticabili nella storia del pallone italiano. Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che quel ragazzino gracile, alto appena 166 centimetri per 55 chili e con un piede 37, sarebbe diventato uno dei più grandi centravanti della Juventus di tutti i tempi.

Il soprannome Farfallino gli venne affibbiato dal celebre Carlin, al secolo Carlo Bergoglio, per quella sua inimitabile andatura leggera, quasi danzante. Come raccontava il giornalista Bruno Roghi: “La sua falcata è ampia, balzante, equilibratissima nel ritmo”. Era un modo di muoversi sul campo che sembrava sfidare le leggi della fisica, un volo radente che lasciava i difensori avversari impietriti.

L’apprendistato con il Maestro austriaco

La formazione calcistica di Borel iniziò nei Balon-boys del Torino, dove appena sedicenne attirò l’attenzione di Karl Sturmer, un preparatore austriaco che sarebbe diventato fondamentale per la sua crescita. Come ricordava lo stesso Borel: “Sturmer è stato il più abile preparatore e insegnante per i giovani calciatori che mai ci sia stato in Italia”. L’austriaco completò la formazione di quel talento cristallino, plasmando un giocatore che aveva già tutto: velocità, scatto, intelligenza, dribbling e un tiro micidiale.

Fu proprio durante una partita allo stadio Filadelfia che il barone Giovanni Mazzonis, dirigente della Juventus, si accorse di quel ragazzino prodigioso. La scoperta fu ancora più sorprendente quando Mazzonis realizzò che si trattava del figlio di quell’Ernesto Borel con cui aveva giocato nei campionati dal 1906 al 1910. La Juventus, da sempre abituata a scegliere tra i campioni già affermati, non si lasciò sfuggire l’occasione.

L’esplosione in bianconero

L’esordio in Serie A arrivò il 2 ottobre 1932, in Napoli-Juventus, anche se inizialmente come mezzala per sostituire Cesarini. Ma l’allenatore Carlo Carcano aveva capito subito dove doveva giocare quel talento: al centro dell’attacco. Come raccontava lo stesso Borel: “Carcano mi disse che io ero soltanto centravanti”.

La prima stagione in maglia bianconera fu semplicemente straordinaria: 29 gol in 28 partite, capocannoniere della Serie A a soli diciannove anni. Un record che lo rese il più giovane vincitore della classifica marcatori, primato tuttora imbattuto. Il primo gol lo segnò alla nona giornata contro la Lazio: “Vincemmo per 4-0. Realizzai le prime due reti”, ricordava con orgoglio.

La stagione successiva fu addirittura migliore: 32 reti in 34 partite, altro titolo di capocannoniere, altro scudetto. Giocava in una squadra leggendaria, con campioni come Combi, Rosetta, Caligaris, Monti, Orsi e Cesarini.

Il Mondiale del 1934 e i rituali scaramantici

Nel 1934 arrivò la chiamata della Nazionale per il Mondiale casalingo. L’esordio in azzurro fu da favola: il 22 novembre 1933 a Budapest, contro l’Ungheria, Borel segnò l’unico gol della partita. La cronaca dell’epoca racconta: “Cesarini allungò il pallone a Borel che si trovava a circa metà campo; con due successivi balzi il non ancora ventenne centrattacco azzurro si liberava di Palotas e di Biro e in breve si trovò, solo, di fronte al portiere Hada: un tiro secco di sinistro da una diecina di metri mandò il pallone a insaccarsi in rete”.

Al Mondiale giocò da riserva di Angelo Schiavio, scendendo in campo solo nella ripetizione dei quarti contro la Spagna. Ma il trionfo iridato rimase indelebile nella sua memoria. Raccontò nel 1982: “In piazza Colonna, a Roma, eravamo usciti sul terrazzo dell’albergo: c’erano 50.000 persone ad applaudirci, un’impressione enorme, mi era venuta la pelle d’oca”.

Borel era anche superstizioso. Dichiarò nel 1987: “Avevo l’abitudine, ovunque andassi, di ribaltare il lettino dei massaggi. Ero superstizioso. Ero pure la bestia nera della Roma, contro di loro segnavo sempre: sapevano di questo mio gesto e una volta mi fecero trovare il tavolo inchiodato! Ma non mi persi d’animo. Insieme a Orsi, che giocava con il jolly delle carte nella scarpa, sradicai il mobile dal pavimento. Segnai e vincemmo 2-1”.

GLi infortuni e il declino

Nel 1935, durante il terzo scudetto consecutivo del quinquennio d’oro, qualcosa iniziò a incrinarsi. I gol diminuirono (13 in 29 gare) e il ginocchio cominciò a dare problemi. Nel campionato 1935-36 giocò solo otto partite a causa delle ripetute operazioni. Come amava ricordare: “Ho giocato tutta la vita con una gamba sola”.

Venne operato tre volte, ma la chirurgia ortopedica dell’epoca non poteva fare miracoli. La carriera di Farfallino, iniziata come un fuoco d’artificio, iniziò a spegnersi lentamente. Riuscì ancora a brillare nel 1936-37 con 17 gol, giocando da interno a fianco di Guglielmo Gabetto, ma erano gli ultimi bagliori di una stella che si stava offuscando.

L’uomo oltre il calciatore

Chi era Felice Borel fuori dal campo? Sua figlia Betty lo descriveva così: “Papà era davvero una persona fuori dal comune; assommava in sé le migliori qualità del genitore, del compagno di giochi, dell’amico e del confidente. Era amato proprio da tutti, in quanto uomo puro e generoso, che dava senza mai chiedere nulla in cambio”.

Nel 1941, insieme a Gabetto e al portiere Bodoira, passò al Torino per una sola stagione, prima di tornare alla Juventus con il doppio ruolo di giocatore e allenatore. Appese le scarpe al chiodo nel 1946, a soli trentuno anni, ma il suo contributo al calcio era tutt’altro che finito.

Dopo il calcio

Dopo la tragedia di Superga, Borel allenò il Torino, poi il Napoli e il Catania. Ma il suo ruolo più importante fu quello di osservatore e talent scout per la Juventus. Fu lui, insieme a Voglino, a scoprire un certo Giampiero Boniperti, destinato a diventare una leggenda bianconera.

Nel 1961, Umberto Agnelli lo nominò general manager dei bianconeri. La sua vita si divise tra Torino e Finale Ligure, dove divenne il responsabile di tutti gli osservatori della società e dove promosse la creazione di una scuola calcio che prese il suo nome.

Borel disputò in totale 286 partite di campionato con la maglia della Juventus, segnando 160 gol. Numeri straordinari per un giocatore che, come disse Vittorio Pozzo: “Il suo pallone secco e preciso era sempre indirizzato fuori dalla portata della parata del portiere”.

L’ultimo volo di Farfallino

Il 21 febbraio 1993, Farfallino si spense a 78 anni, dopo aver lottato con un male incurabile. Al tempo, era l’ultimo campione del mondo del 1934 ancora in vita. Ai suoi funerali, celebrati prima a Torino e poi a Finale Ligure, parteciparono migliaia di persone, tra cui le squadre di Juventus e Torino.

Finale Ligure, la città che aveva amato e che lo aveva amato, gli ha dedicato lo stadio cittadino. Un tributo giusto per un uomo che aveva dedicato tutta la vita al calcio, non solo come giocatore ma come scopritore di talenti, allenatore, dirigente e appassionato narratore di quel calcio d’altri tempi di cui era stato protagonista indiscusso.Farfallino vola ancora nei ricordi di chi ama il calcio, con quella sua andatura leggera e inconfondibile, simbolo di un’epoca in cui il talento puro e l’eleganza erano i veri padroni del campo.