CARLO PETRINI – settembre 1979

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Dopo mille traversie Petrini raggiunge Bologna, che, a causa dello scandalo scommesse, sara’ anche la sua ultima destinazione…

Pedatore di ventura

QUATTORDICI campionati, la bellezza di undici maglie cambiate, un grosso grappolo di gol (esattamente sessantatré), un po’ di gloria, qualche baldoria, qualche fragoroso casino. Ecco Carlo Petrini, trentuno anni, pedatore di ventura. Ecco le sue gioie, le sue rabbie, la sua storia.
«Monticciano di Siena, un paesino di contadini e cacciatori. Io sono nato lì, mio padre era muratore, mia madre andava a servizio. Eravamo poveri da morire e peggio ancora restammo quando mio padre e mia sorella se ne andarono all’altro mondo. Eravamo già in Liguria, a Ruta di Camogli. Speravamo di mettere insieme qualche lira e invece io e mia madre ci ritrovammo completamente squattrinati. Come fare? Io studiavo in collegio, il preside mi diede una mano, mantenne me agli studi e fece fare a mia madre la cameriera. In quel modo tirammo avanti finché non mi feci largo nel calcio».

– Il calcio, i primi calci…
«Ti ho detto del collegio. A dodici anni mi chiama il Genoa, mi fanno vedere a Bonilauri, mi dicono che ho dei numeri. A quattordici anni sono convocato da Lievore, mi danno centomila al mese più l’affitto di una casa. Favoloso, erano soldi veri, soldi santi. Faccio la primavera del Genoa per due anni e poi finalmente l’esordio in prima squadra, in Serie B, Pro Patria-Genoa, il sei gennaio del sessantacinque. Mi ricordo chi c’era in squadra: Rivara, Pantaleoni, Baveni, Dal Pozzo e Giacomini, sì, il Giacomini che adesso è al Milan».

– Però l’anno dopo vai in C.
«Giusto, vado in C e ti spiego come. Gipo Viani arriva al Genoa, mi prende da parte e mi fa: bel giovanotto, posso darti alla Triestina o al Lecce, scegli tu. Io grido Trieste e finisco al Lecce. Dovevo dire di no? Vado al Lecce e sto zitto perché inseguivo sempre il denaro. Duecentocinquantamila al mese, a Lecce… una stagione meravigliosa, finisco in Nazionale juniores con Turone, Santarini e Fedele e sono capocannoniere in quel torneo, ti rendi conto?».

– Bene, suppongo che il Genoa ti rivoglia…
«E naturalmente il Genoa mi ripiglia, mi faccio una esperienza fondamentale con Giorgio Ghezzi, un uomo di valore che purtroppo a un certo momento viene cacciato. Vado avanti con Tabanelli, poi l’anno dopo con Fongaro prima e con Campatelli poi. Faccio sette gol, mica pochi. E allora ecco il Milan che si fa avanti. Oh, il Milan! oh Rocco, eccetera. E invece lì faccio il buco. Ero appena sposato, ero militare. Mia moglie era ed è genovese, appena potevo scappavo da Milanello per stare con lei. E dire che Rocco mi faceva tutte le prediche di questo mondo. Bruto mona, ti ga una gran machina, ma mi te la bruso quela machina da diveto de sti cojoni… beh, un’annata così: dieci partite e due gol. Ma tieni presente che avevo davanti tre uccelloni come Prati, Sormani e Hamrin. Feci comunque l’esordio in Coppa Campioni contro il Malmoe, meglio di niente. Dal Milan al Toro: Combin a Milano, io a Torino. Un disastro, purtroppo. A ottobre mi rompo due menischi. Cinque partite in tutto e mi dispiace per quel brav’uomo di Cade, Eppure il Toro mi tiene e mi dà ancora fiducia. Stagione non male, sei gol in Coppa Italia. Il Toro prende Bui e io vado a Varese. Tre allenatori in un anno, Brighenti, Maroso e Cade, retrocediamo, ma io sei gol li faccio. E mi prende il Catanzaro. Nota che ero ancora un po’ del Milan e speravo, chissà. Però a Catanzaro c’era Renatone Lucchi, a Catanzaro mi presi centomila rivincite».

petrini-cuccureddu-intervista-wp– Ventidue gol in due stagioni, se non sbaglio.
«Ventidue gol, proprio così. Ma anche quattro allenatori che si avvicendano, Lucchi, Leotta, Seghedoni e Di Bella. Il Catanzaro poi fiuta l’affare con la Ternana. Mi mandano là, tre gol in tutto, retrocessione con Riccomini. Sono giù di morale, ma sento dire che mi vogliono alla Roma. Bene, andiamo pure anche a Roma, non si sa mai. Ti dico: gioco l’Uefa e la Coppa Italia; faccio sette gol in campionato, dovevo essere la spalla di Prati e invece la spalla sono gli altri che la fanno a me. Grande annata con il grande Liedholm, ecco».

– D’accordo, ma allora perché ti mandano subito via?
«La guerra al clan Cordova, io Ciccio, Morini e Batistoni fatti fuori tutti insieme. Eccomi a Verona con Valcareggi. Preferirei dimenticare. Brutta parentesi, solo qualche piccolo lampo e nient’altro. Dopodiché devo rassegnarmi a restare in B, al Cesena. E’ storia recentissima…».

– La storia della rissa con Marchioro…
«Si, una brutta storia. Un bel giorno Marchioro addirittura tenta di mettermi le mani addosso e becca male perché comincio a suonargliele e fortuna che poi la cosa si arresta a mezza strada. Manuzzi mi vuole mollare due schiaffetti, ma non ci arriva, Manuzzi è la metà di me… Sei gol con Marchioro, quattro l’anno dopo con Cade. Se mi ritengo soddisfatto di Cesena? No, soddisfatto no, ma Lucchi mi dice che c’è il Cagliari che mi vuole, io mi tengo pronto e invece mi telefonano per dirmi di andare subito al Bologna dal momento che sono entrato nella trattativa Bordon. Ti serve altro? Sono a Bologna, mi sento forte come un ragazzino, fai conto che io abbia venticinque anni reali. Qui a Bologna voglio fare molti gol, l’ambiente è stupendo, i tifosi e i giornalisti mi hanno subito preso in simpatia e la società mi darà un piccolo premio se farò sette gol. Tu dici che io sette gol non li faccio? Guarda, mi bastano quindici partite e vedrai…».

– Hai avuto più di venti allenatori. Suppongo che ne ricorderai con piacere parecchi…
«Sì, certo, ti dico Giorgio Ghezzi, Renato Lucchi, Di Bella, Liedholm e poi i presidenti Ceravolo, Taddei e Manuzzi…».

– Propositi per gli anni che vengono…
«Mi piacerebbe restare nel calcio, ma a che fare? I direttori sportivi sono persone insincere, tutti zucchero e miele con i giocatori che contano e sempre indisponibili o prepotenti con i giocatori qualunque. Andrà a finire che in Liguria metterò su una palestra oppure un qualcosa con piscine e campi da tennis, stiamo a vedere. Però per altri tre anni voglio giocare perché penso di avere qualcosa di interessante da dire. Purtroppo la testa giusta ce l’ho solo adesso. Non ho mai avuto concentrazione e professionalità. Ora ho tutto, so come deve comportarsi sempre uno sportivo militante, ma ho anche trentuno anni, per la miseria!…».