Due Coppe America, un 7-0 leggendario e la fine di un digiuno lungo oltre un secolo. Storia della Roja di Sampaoli, la generazione che trasformò il Cile da eterna comparsa a regina del continente.
C’è un numero che pesa come una montagna delle Ande: centocinque. Tanti furono gli anni che il Cile attese prima di alzare un trofeo con la propria nazionale di calcio. Dal primo pallone calciato il 27 maggio 1910 a Buenos Aires, passando per decenni di delusioni, eliminazioni brucianti e quel Mondiale casalingo del 1962 che accese sogni mai realizzati, la Roja era rimasta a guardare mentre Brasile, Argentina, Uruguay e Colombia riempivano le proprie bacheche. Non mancava il talento, né la passione feroce di un popolo intero. Mancava qualcosa di indefinibile, quell’ingrediente segreto che trasforma una buona squadra in una grande squadra. Poi arrivò la generazione che cambiò tutto. Un gruppo di uomini che non si limitò a competere con i giganti del continente, ma li guardò negli occhi e li fece tremare.
L’architetto venuto da La U

La svolta ha un nome e un cognome: Jorge Sampaoli. Argentino, vulcanico, ossessionato dal calcio offensivo. Quando la federazione cilena lo strappò alla Universidad de Chile alla fine del 2012, Sampaoli aveva appena trasformato quel club nella forza più travolgente del paese, conquistando una Copa Sudamericana da imbattuto con un calcio spettacolare fatto di pressing asfissiante, passaggi rapidi e un’attitudine kamikaze che toglieva il fiato.
“La metodologia e le caratteristiche di gioco non differiranno da quelle viste nella Universidad de Chile che dirigevo. L’idea è avere una squadra protagonista, che abbia il coraggio e l’audacia di cercare la qualificazione”, dichiarò al momento della presentazione. Non erano parole vuote. Sampaoli portò con sé il DNA di quella Universidad leggendaria: convocò Marcelo Díaz, il regista dai piedi di velluto; Charles Aránguiz, instancabile e letale; Eduardo Vargas, bomber implacabile; Eugenio Mena, terzino di corsa e grinta. Attorno a loro costruì il resto, integrando le stelle che brillavano in Europa — Claudio Bravo dal Barcellona, Arturo Vidal dalla Juventus, Alexis Sánchez dall’Arsenal — e richiamando perfino Jorge Valdívia, il talento errante esiliato dalla nazionale dopo anni di polemiche e notti troppo lunghe.
Il primo compito era riportare ordine e disciplina in un gruppo che, fra scandali di alcol, feste fuori controllo e incidenti imbarazzanti, aveva perso credibilità. Sampaoli ottenne carta bianca dalla federazione e ne fece buon uso: chi indossava la maglia rossa doveva onorarla, punto e basta.
Brasile 2014: il mondo si accorge del Cile

Le qualificazioni sudamericane per i Mondiali del 2014 furono una cavalcata: terzo posto finale, 29 gol segnati, secondo miglior attacco dietro solo all’Argentina. Poi, in un test di lusso a Wembley, il Cile andò a battere l’Inghilterra 2-0 con doppietta di Alexis Sánchez. La FIFA elesse Sampaoli miglior allenatore delle eliminatorie con il 57% dei voti. Il messaggio era chiaro: questa Roja non era la comparsa di una volta.
Al Mondiale brasiliano, il debutto fu un 3-1 all’Australia con reti di Sánchez, Valdívia e Beausejour. Ma il capolavoro arrivò nella seconda giornata, al Maracanã, contro la Spagna campione del mondo. Davanti a oltre 74.000 spettatori, il Cile non si limitò a vincere: dominò. Vargas aprì le danze con un gol di pura classe, servito da una combinazione magica tra Vidal, Sánchez e Aránguiz. Poi fu lo stesso Aránguiz a raddoppiare su ribattuta di Casillas. Il secondo tempo fu un monologo cileno, con olé sugli spalti e una Spagna annientata. Era la prima vittoria del Cile nella storia dei confronti diretti con la Furia Roja, e segnava simbolicamente la fine di un’epoca per gli spagnoli.

Negli ottavi, però, il destino bussò alla porta con la crudeltà che solo il calcio sa avere. Contro il Brasile padrone di casa, dopo un 1-1 combattuto e una partita in cui per la prima volta i brasiliani non riuscirono a travolgere i cileni, si arrivò ai supplementari. Al 119′, Mauricio Pinilla scaricò un tiro che aveva la traiettoria del gol della vita. La palla baciò la traversa e tornò in campo. Per centimetri, il Cile restò fuori dai quarti. Ai rigori vinse il Brasile 3-2, ma la Roja uscì a testa altissima: per la prima volta, il carnefice storico aveva dovuto sudare fino all’ultimo respiro.
Santiago 2015: finalmente campioni
Il 2015 portò la Copa América in casa cilena, e il paese intero sentiva che era il momento giusto. La squadra era matura, affamata, e giocava il miglior calcio del continente. Dopo un esordio solido contro l’Ecuador (2-0, reti di Vidal e Vargas) e un pazzo 3-3 con il Messico in cui Vidal fu protagonista assoluto con un gol e un assist, arrivò la notizia che fece tremare tutti: proprio Vidal, dopo la grande prestazione, si schiantò con la sua Ferrari guidando in stato di ebbrezza. I fantasmi del passato tornarono di colpo. Sampaoli lo difese: “Ha commesso un errore, ma non è sufficiente per tagliarlo. Molte cose vanno messe sulla bilancia”. Il giocatore si presentò in lacrime davanti alle telecamere: “Chiedo scusa a tutti. Ho messo a rischio la vita di mia moglie e di molte persone. Cercherò di dimostrare in campo che questa opportunità ha un senso”.
La risposta sul campo fu devastante: 5-0 alla Bolivia con doppietta di Aránguiz, poi 1-0 all’Uruguay nei quarti e 2-1 al Perù in semifinale grazie a un Vargas ispiratissimo. Il Cile era in finale. In casa. Dopo ventotto anni. E davanti c’era l’Argentina di Messi.

Il 4 luglio 2015, lo Estadio Nacional di Santiago traboccava di oltre 45.000 anime. La partita fu una battaglia di nervi e muscoli: poche occasioni, tanti falli, tensione alle stelle. Dopo 120 minuti senza gol, si andò ai rigori. Higuaín sbagliò. Bravo parò il tiro di Banega. E quando toccò ad Alexis Sánchez, il numero 7 non scelse la potenza: optò per un cucchiaio gelido nel centro della porta. Gol. 4-1 ai rigori. Il Cile era campione d’America per la prima volta nella storia. Centocinque anni di attesa, dissolti in un pallonetto.
Il “Massacro di Santa Clara“ e il trionfo del Centenario
Nei mesi successivi, Sampaoli lasciò la panchina per divergenze con la nuova dirigenza federale. Al suo posto arrivò Juan Antonio Pizzi, argentino senza grande palmarès, accolto con scetticismo. I risultati iniziali sembrarono dare ragione ai dubbiosi: sconfitta con l’Argentina nelle qualificazioni, poi un ko in amichevole con la Giamaica. Ma la Copa América Centenario del 2016, edizione speciale per celebrare i cento anni del torneo più antico del mondo, riservava un copione che nessuno sceneggiatore avrebbe osato immaginare.

Dopo una sconfitta all’esordio proprio contro l’Argentina, il Cile si rialzò battendo Bolivia e Panama. Poi, nei quarti di finale, si consumò l’episodio più clamoroso: il 18 giugno, a Santa Clara, contro un Messico imbattuto da 22 partite, la Roja mise in scena una delle prestazioni più straordinarie nella storia delle competizioni continentali. Puch aprì le marcature, poi Vargas iniziò il suo show personale: quattro gol, il primo giocatore a segnarne così tanti in una singola partita di Copa América dai tempi di Evaristo de Macedo nel 1957. Con le reti di Sánchez e ancora Puch, il tabellone segnò un irreale 7-0. Il “Massacro di Santa Clara” era entrato nella leggenda.
In semifinale, senza lo squalificato Vidal, il Cile eliminò la Colombia 2-0 con gol di Aránguiz e Fuenzalida. E in finale, di nuovo contro l’Argentina, di nuovo ai rigori dopo 120 minuti senza reti: Vidal sbagliò il primo tiro, ma Messi — proprio lui — spedì il pallone alle stelle. Quando Francisco Silva trasformò l’ultimo rigore, il Cile era bicampione d’America. E soprattutto campione del Centenario, un titolo che nessuno potrà mai strappare: il prossimo torneo del genere si giocherà nel 2116.

La fine dell’incanto
Dopo il trionfo, qualcosa si ruppe. Vidal dichiarò: “Siamo la nazionale più forte del mondo”, ma i risultati raccontarono un’altra storia. Il rendimento nelle qualificazioni per il Mondiale 2018 fu disastroso: sconfitte evitabili, prestazioni opache, l’intensità di un tempo svanita nel nulla. Lo stesso Sampaoli, prima di andarsene, aveva già intravisto le crepe: “Se continuiamo così, senza cambiamenti profondi, è difficile che il Cile arrivi al Mondiale”. Ebbe ragione. La Roja restò fuori dalla Russia 2018, e l’era d’oro si chiuse con un sapore agrodolce.
Ma poco importa. Ciò che il Cile costruì tra il 2014 e il 2016 è inciso nella pietra del calcio. Bravo, muro invalicabile. Medel, il Pitbull che non mollava mai. Díaz, metronomo silenzioso. Aránguiz, polmoni e classe. Vidal, genio e sregolatezza. Vargas, bomber ritrovato ogni volta che indossava la maglia rossa. Alexis Sánchez, il più grande di tutti, recordman di presenze e gol nella storia della nazionale. E Sampaoli, l’uomo che prese una squadra ferita nell’orgoglio e la trasformò in un esercito di api africane — come amava dire la stampa latina — che non si fermavano finché l’avversario non era al tappeto.
Per centocinque anni il Cile aveva sognato. In due estati, smise di sognare e cominciò a vincere.
I protagonisti
Claudio Bravo — Capitano e portiere di straordinaria regolarità. Riflessi felini, posizionamento impeccabile e personalità da leader. Protagonista assoluto ai rigori in entrambe le finali, eletto miglior portiere di entrambe le Coppe America. Oltre 110 presenze in nazionale, ha vestito le maglie di Barcellona e Manchester City.
Gary Medel — Soprannominato “El Pitbull”, poteva giocare da difensore centrale o da mediano con la stessa ferocia. Contrasti implacabili, spirito combattivo inesauribile e una grinta contagiosa che dava la carica all’intero reparto arretrato. Oltre 110 presenze con la maglia della Roja.
Gonzalo Jara — Difensore tosto e provocatore nato, capace di usare ogni mezzo — lecito e meno lecito — per fermare gli avversari. Celebre l’episodio con Cavani nella Copa América 2015, che gli costò due giornate di squalifica. Al netto delle polemiche, fu un pilastro della retroguardia cilena con oltre 100 presenze in nazionale.
Mauricio Isla — Titolare inamovibile sulla fascia destra nella Copa 2014 e nella Copa América 2015. Ottimo nei cross e nell’appoggio al centrocampo, polivalente al punto da poter giocare anche da centrale o mediano. Perse spazio con l’arrivo di Pizzi e l’esplosione di Fuenzalida.
Eugenio Mena — Terzino sinistro veloce e combattivo, cresciuto sotto l’ala di Sampaoli alla Universidad de Chile. Fu titolare fisso nella prima fase dell’era d’oro, garantendo spinta e copertura sulla corsia mancina.
Jean Beausejour — Jolly capace di ricoprire entrambe le fasce e il centrocampo. Raggiunse le 100 presenze in nazionale e fu particolarmente importante nella Copa América Centenario 2016, dove giocò tutte le partite della cavalcata vincente.
Marcelo Díaz — Il metronomo. Visione di gioco sopraffina, passaggi chirurgici e capacità di dettare i tempi della manovra. Quando Díaz brillava, l’intera squadra girava a meraviglia. Erede diretto del calcio champagne praticato alla Universidad de Chile, fu il termometro tecnico di tutta la generazione dorata.
Charles Aránguiz — Centrocampista completo: corsa infinita, inserimenti pericolosi, tiri potenti e un senso tattico raffinato. Segnò gol pesantissimi, tra cui quello alla Spagna al Mondiale 2014, e fu uno degli uomini più costanti e decisivi in entrambe le conquiste continentali.
Arturo Vidal — Genio e sregolatezza incarnati. Sul campo era un fenomeno totale: sapeva creare, distruggere, inserirsi, dribblare e segnare con la stessa naturalezza. Fuori dal campo, le sue notti movimentate fecero discutere un paese intero. Passato per Juventus, Bayern Monaco e Barcellona, collezionò oltre 100 presenze e 24 gol in nazionale, restando il simbolo più controverso e amato di questa Roja.
Jorge Valdívia — Detto “El Mago”, poteva incantare o sparire nel nulla. Nella Copa América 2015 scelse la prima opzione: giocò tutti gli incontri, distribuì tre assist e fu il principale creatore di gioco sulla trequarti. Rientrato in nazionale dopo un lungo esilio causato dalle sue stesse intemperanze, si riscattò nel momento che contava di più. 79 presenze e 7 gol in carriera con la Roja.
José Pedro Fuenzalida — Laterale polivalente esploso sotto la guida di Pizzi. Nella Copa América Centenario fu una delle rivelazioni più brillanti: velocità, cross precisi e un gol nella travolgente semifinale contro la Colombia.
Edson Puch — Attaccante esterno rapidissimo, trovò maggiore spazio nel 2016. Titolare nel leggendario 7-0 al Messico, nel quale mise a segno una doppietta, giocò cinque delle sei partite della Copa Centenario.
Eduardo Vargas — Mai così decisivo come quando vestiva la maglia della nazionale. Nei club europei faticava a mantenere la continuità, ma con la Roja si trasformava nel bomber letale dei tempi della Universidad de Chile. Capocannoniere di entrambe le Coppe America, autore del poker nel Massacro di Santa Clara, chiuse la carriera internazionale con 35 gol in 82 presenze, terzo marcatore all-time della selezione.
Mauricio Pinilla — Il destino gli riservò il ruolo più crudele: quello dell’eroe mancato. Il suo tiro sulla traversa al 119′ contro il Brasile nel Mondiale 2014 resta uno dei “what if” più dolorosi della storia cilena. Sempre chiuso dalla coppia Sánchez–Vargas, fu una comparsa di lusso nelle due conquiste continentali.
Alexis Sánchez — Il più grande di tutti. Velocità, dribbling, intelligenza tattica e un fiuto del gol che lo portarono a diventare il miglior marcatore (39 gol) e il giocatore con più presenze (121) nella storia della nazionale cilena. Senza di lui, semplicemente, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile.
Francisco Silva — Centrocampista difensivo dal fisico imponente, capace di agire anche da centrale arretrato. Titolare in buona parte dell’era Sampaoli, entrò nella storia trasformando il rigore decisivo nella finale della Copa América Centenario 2016.
Felipe Gutiérrez — Mezzala presente nel gruppo del Mondiale 2014 e convocato regolarmente da Sampaoli, pur senza ritagliarsi un posto da titolare fisso. Pedina utile nella rotazione di un centrocampo ricchissimo di talento.