FRANCESCO ROCCA – ottobre 1978

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Si gioca Roma-Bologna e al centro dell’attenzione c’è Francesco Rocca che rientra dopo quasi 2 anni da un terribile infortunio…

Il Figlio della Lupa

ROMA – Riecco Rocca, samaritano del calcio, vecchio bambino cui titoli e foto sui giornali dovevano essere negati, finita la favola del «Kawasaki» e l’emozione per la sua vicenda terribile d’invalido, a neppure ventiquattro anni. L’emozione ritorna invece in lui ed in noi; cinquecentodieci giorni di delirio e di sconforto sono tanti e sono pochi, il corridore di San Vito Romano che era diventato cavia e s’era convinto di dover includere il dolore tra i fatti normali della sua esistenza, trova coraggio per ritenersi fortunato e dopo il miracolo dell’esordio al sole contro il Bologna, confida con un sorriso sciupato:
«in fondo quello che il calcio potrà darmi dal 22 ottobre 1978 in poi è tutto in più. Ero finito per molti e anche per me stesso. Ho trascorso notti insonni, ho pianto, ho gridato, ho morso i cuscini nei letti delle cliniche dove tornavano ad internarmi. Certo, dovrò soffrire ancora, perché non mi illudo di niente, non so più illudermi. Le fitte al ginocchio destro vanno e vengono, sono amiche mie, mi meraviglierei se non mi tenessero più compagnia di tanto in tanto. Avevo scommesso contro il mio stesso pessimismo che un giorno sarei tornato, almeno per una volta, giocatore di Serie A, nell’arco di novanta minuti. E’ accaduto, sono stato di parola. Il mondo è fatto anche di piccole azioni tenaci e non solo di divertimento, di lussi, di miserie, di violenza. Da quel 19 ottobre 1976 mi sono chiesto tante volte se il mio fosse poi un dramma… Di fame muore tanta gente, e negli ospedali, giovani come me, marciscono imprecando d’essere nati, imprecando contro i mali incurabili che si sono ritrovati dentro. Ecco: mi consolavo così e tiravo avanti».

E’ INVECCHIATO, ha perso i capelli, ha rughe precoci e strizzate sotto il naso, agli angoli della bocca, domenica è andato a messa prima della partita e più tardi, rivolto a De Sisti, ha trovato una battuta umoristica: «Stanno incoronando il Papa polacco in San Pietro, e magari molte persone riunite in quella piazza non faranno in tempo a raggiungere l’Olimpico a controllare la mia piccola incoronazione, quell’insediamento che era diventato incubo. Ma è giusto: cosa sono io davanti a Sua Santità?». Sono passate le ore più lunghe: la notte insonne del sabato, gli abbracci e gli auguri, i telegrammi dove c’erano scritte parole meravigliate all’indirizzo del miracolato, gli applausi e i fiori dell’olimpico. Abituato a bisturi, radiografie, corsie d’ospedale, Francesco Rocca resta stralunato, quasi avesse fastidio di racimolare un po’ di sole fuori del tunnel della malattia. E’ diventato tremendamente percettivo, ha voglia di analizzare tutto e tutti, si ascolta e si fa continuamente il check-up, col desiderio agrodolce di anticipare eventuali malanni, nuove sfortune, i brutti imprevisti, le possibili ricadute, vive di presagi e di attimi, si fissa a ripensare com’era, alla favolosa incoscienza che esternava e dispensava prima della «caduta».

«Dicevano che correvo per tre e io per non rinnegare il personaggio mi sarei messo ad effettuare esercizi dimostrativi intorno al campo anche dopo la fatica di ogni incontro, quando i colleghi hanno la lingua fuori e non si reggono in piedi dalla stanchezza. Ero fatto così; e la felicità della maglia giallorossa e di quella azzurra mi costringeva a pensare che tutto intorno a me fosse immortale, immortale io stesso. Quante volte da Roma sono ritornato a piedi, fino a casa mia, a San Vito Romano? Tante, tantissime, sei un matto, dicevano i compagni. Quando Herrera mi fece debuttare a San Siro contro il Milan, cinque anni fa, non appena messo piede a Fiumicino, mi recai di corsa al santuario del Divino Amore. Andavo a ringraziare, ho sempre creduto che ci sia qualcosa di più al di la del bene e del male dell’umanità… Però in campo mi sentivo il più importante, il più forte, l’instancabile. Adesso ho cominciato ad amministrarmi e mi basterebbe correre soltanto per difendere il posto nella Roma e non per vanità, per esibizionismo, per meravigliare gli altri».

HA PAURA, forse avrà sempre paura, gli è nata sotto i ferri del professor Perugia ed è cresciuta due volte sotto quelli di Trillat, allorché cercava disperatamente di recuperare l’improbabile idoneità. Migliorava, peggiorava, era sul punto di considerarsi guarito, ripiombava al buio, tornava a dubitare. «Ringrazio quei professori – mormora, tradendo la voglia accorata di riepilogare – anche se fatalmente e non per colpa loro, l’allegria l’ho lasciata nelle loro cliniche specialistiche. Mi sono sentito improvvisamente anziano, anziano come mio padre e mia madre, che si sono sempre sacrificati. Da ragazzo non avevo mai badato ai loro sacrifici: età prassi che dovessero allevarmi nel migliore dei modi, dandomi un minimo d’istruzione. Con il ginocchio sinistro martoriato, mi sono avvicinato di più anche a loro, ai miei “vecchi”. La popolarità inaridisce: uno si sente coccolato e ci tiene che tutto gli sia dovuto. Ho capito tante cose, i giorni neri sono stati talmente tanti che ho preso a considerarli giorni eguali a quelli belli…».

I romanisti si raccontano ormai per le vie della città i particolari del miracolo. Parlano di lui come di un Lazzaro, su cui la squadra, distrutta dall’inizio del torneo, ha ripreso ad appoggiarsi, alfine di rigenerare i propri equilibri. Rocca è riduttivo, non ha intenzione di elevarsi così come non ha mai; voluto commiserarsi: «non sono eroe, il calcio ha bisogno d’uomini veri più che di eroi. Gli eroi esistono nei libri e nelle finzioni sceniche. Io sono uno dei tanti, cori problemi e speranze. Torneranno a criticarmi. Domenica contro il Bologna mi hanno giudicato con benevolenza. Ero un caso umano; io m’auguro d’essere valutato d’ora in poi come gli altri, senza particolari concessioni. Io punto soltanto a giocare e mi basterebbe la Roma. No, alla Nazionale meglio non pensare! Ringrazio Bearzot perché mi è stato sempre vicino, ma non mi sento di promettergli nulla ed è giusto che lui operi scelte senza sentimentalismi. Il Rocca della Nazionale appartiene al passato, il futuro è da scoprire… Col calcio, mi pare d’aver cominciato, domenica 22 ottobre, alle 14,30».

DALLE TRIBUNE, lo hanno seguito con apprensione. C’era nell’aria il profumo dei ricordi e irresistibile si sprigionava la voglia di confrontare il Rocca restituito dai medici con quello fenomenale piombato da San Vito Romano stagioni addietro. Dalla panchina gli addetti ai lavori tenevano gli occhi fissi sul ginocchio ridotto a cartina geografica, dove segni percettibili e cicatrici per lungo e di traverso, testimoniano il calvario.
Rocca c’è, c’è ancora, non l’abbiamo perso per sempre… La partita, pur drammatica per la situazione della Roma e per scongiurare l’allontanamento di Giagnoni, diventata pretesto, era l’angolo di Francesco Rocca, resuscitato terzino lungo le fasce laterali. Aveva resistito in vista di quegli attimi a diciannove mesi di tormenti. E lui? lui, uscì allo scoperto vincendo il primo contrasto su Sali, eppoi incurvandosi alla sua maniera, per provare la famosa «marcia in più». Bene, niente ruggine, nessun problema. Questo sembrava d’intuire dall’alto, ma Rocca confida invece: «Ho stretto i denti, quando il ginocchio mi dava un po’ fastidio. Niente di drammatico, ho sopportato di peggio, i doloretti attuali sono confetti. Temevo di arrivare secondo dietro all’avversario, non appena mi allungavo il pallone. Ho preso qualche botta, botte come carezze. Meglio cento scontri di una sola operazione. Io da Trillat sono stato di casa, dal professor Perugia pure, sono stato per mesi il pendolare di Lione. Alla “Clinique Vendome” mi conoscevano infermieri portantini, suore, tutti. Mi auguro solo che prima d’andare in pensione, il professor Trillat abbia compiuto il “capolavoro”».

LE DIFFICOLTA’ continuano, inutile nasconderlo. Rocca dice che il suo campionato comincerà a Catanzaro, domenica prossima: «Quelli del Bologna sono stati gentili e carini, fin troppo. Bellugi mi ha abbracciato ed è stato l’unico momento in cui ho resistito per non piangere. Il resto mi ha lasciato indifferente. Mi spiego meglio: ho apprezzato tutto, ma di sognare non sono più capace. Sono semmai capace di gratitudine. Ringrazio pertanto il presidente Anzalone e l’allenatore Giagnoni, per la pazienza che hanno avuto. Gli infortunati gravi, col tempo, diventano ingombranti, danno fastidio. Alla Roma non ho avuto mai questa sensazione. Anche il pubblico non mi ha dimenticato e con piacere ho notato che si sono incassati dei soldi in più in coincidenza del mio rientro».

Intorno a lui, la Roma del «tre miliardi» Pruzzo torna a riassestarsi. Torna a confidare nell’unico «figlio della Lupa» tra tanti «lupetti», doverosamente allineati al nuovo corso delle sponsorizzazioni. La Roma aveva bisogno delle stampelle di Rocca e della sua storia esemplare, per trovare nuovi stimoli, migliori traguardi. C’era una volta Rocca, si diceva con malinconia in questi ultimi due anni, volendo indicare la prima sacrosanta causa di ogni malcontento e di ogni sconfitta.
Rocca-Lazzaro è qui, ha ripreso a scatenarsi, a dettare i proverbiali cross, ha ripreso a vivere. Tornerà a volare? Tornerà quello che Bernardini e Bearzot segnalarono come l’unico «olandese» del calcio italiano? Agli interrogativi, l’interessato replica svogliato: «Bah, lasciamo perdere. Io resto il “burino” di San Vito. Ero calciatore ruspante, sono calciatore ritrovato a metà e che si porta dietro l’odore delle cliniche, degli ospedali, dei disinfettanti. Il calcio mi ha dato molto e mi ha risolto tutti i problemi, fino a due anni fa. Poi o creduto di dover smettere, di sedermi dietro qualche scrivania, di dover cominciare un po’ a morire, invece, io e i dottori siamo stati più forti del male, io ho sempre avuto la testa dura. Se sarà necessario, tornerò sotto i ferri, finché ho una speranza, rischio…».

L’eventualità della quarta operazione, al momento, pare scongiurata. Rocca, spiegano i medici, ha solo bisogno di giocare e di sanare completamente le ferite dell’anima. Domenica, dopo la partita vinta col Bologna, non ha voluto neppure un dito di quella bottiglia di champagne che s’era stappata per lui. «Aspettate a brindare», ci ha esortato, tutto serio in faccia… Capito? Rocca deve allontanarsi il più possibile da quello che è stato. E’ davvero possibile?
Nel lunedì della rinascita, il San Francesco di San Vito Romano, chiede solo silenzio mentre torna a ripetere il solito melanconico refrain: «Il ginocchio misterioso non mi spaventa più, il dolore è proprio amico mio…».