Graziano Mannari: parola di Lupetto

Per chi non lo ricordasse, o per chi fosse troppo giovane per farlo, Graziano Mannari a fine anni ‘80 era un ragazzino arrivato a Milanello da Livorno, con un bagaglio di speranze. L’inizio della sua carriera è folgorante: ha la fortuna di entrare tra i coccolati del maestro Sacchi, che lo lancia nel Grande Calcio senza timore: un goal storico al Bernabeu – ancorché in amichevole – contro uno dei Real Madrid più forti della storia. Ha la fortuna, ma anche il merito, di crescere in un’epoca che rimarrà indelebile nelle memorie rossonere, e di parteciparvi e lasciare il segno, con una doppietta in un Milan-Juventus 4-0 che regalò una delle partite più spettacolare che la storia del Calcio ricordi: era quel Milan del quale si diceva “puoi cambiare gli uomini, ma è una macchina talmente perfetta che il risultato non cambia”. Il risultato, appunto, era uno spettacolo indimenticabile e Graziano Mannari rappresentava la dimostrazione di quel teorema.

Allora Graziano, ti va di ripercorrere la tua vita calcistica o, nonostante siano passati tanti anni, questo ti procura ancora rimorsi o sofferenza per come è andata?
«Ho ricordi bellissimi di quel periodo, nulla potrà cancellare le emozioni che ho vissuto. Io – al di là di come sia finita – mi ritengo un ragazzo fortunato per quello che ho potuto, vivere. Il fatto che – ancora oggi – ci si ricorda di me, dimostra che qualcosa di buono ho fatto. Nel mio piccolo anch’io ho fatto la storia…».

Partiamo dall’inizio allora: come un ragazzino di Livorno ha cominciato a giocare a pallone e, soprattutto, come è finito a Milanello?
«Come capitava a tanti ragazzi anni fa, ho iniziato a giocare in piazza. Sono cresciuto in un paesino di 6 mila abitanti e passavo le giornate per strada. Da li all’oratorio, poi le prime esperienze nelle squadrette locali e, infine, il classico osservatore che ti notava in qualche partita. A me è successo che fosse un dirigente del Milan, perché a quei tempi anche le grandi società si “sporcavano le mani” in provincia. Era ancora il Milan di Farina: io ero troppo giovane per andare fino a Milano e il Presidente del Milan, che aveva creato società satelliti in Romagna, mi portò a Follonica. Da li, poi, un po’ più cresciuto, sono andato a Milanello, dove ho fatto tutta la trafila, partendo dai giovanissimi».

L’impatto con la grande società e la grande città?
«Duro, molto duro. Io, come ti dicevo, arrivavo da un paesino di 6 mila abitanti e del Mondo non avevo visto nulla. Mi son trovato catapultato nella metropoli e ci capivo davvero poco. Poi, a quei tempi, Milanello esisteva ma era ancora “derelitto”. Per cui noi ragazzi abitavamo in centro e per noi era come essere in film. Ma la cosa più difficile, è stato inserirsi in squadra, perché dopo aver fatto 60-70 goal a stagione, pensavi di essere almeno “bravino”, e accorgersi invece di essere uno dei tanti, è stata una botta. Li c’era gente che aveva cominciato dalla scuola calcio, gente già formata nel fisico e nel carattere. Io con la testa, forse, ero ancora un ragazzino, loro già professionisti».

Beh, comunque non te la sei cavata malaccio se a 19 anni ti sei ritrovato in prima squadra. E che prima squadra,..
«Guarda, ricordo ancora oggi quei momenti e mi vengono i brividi. Allora, forse, c’era l’incoscienza giovanile e quindi non realizzavi. Solo ora mi rendo conto di quello che ho vissuto. Dall’inizio di stagione ero aggregato ai “grandi” e poi ho saputo che il merito era di Baresi: quando Sacchi chiese chi dei giovani poteva essere portato su, fu lui a fare il mio nome, perché diceva che nelle amichevoli del giovedì ero tarantolato. Gullit mi chiamava “Zanzara” o “Speedy Gonzales”, Sacchi mi apprezzava perché non mi fermavo mai e, forse, sono stato il primo attaccante a fare pressing, cosa che ai tempi non esisteva. E si sa quanto Arrigo ci tenesse…»

A chi devi, invece, Il soprannome Lupetto?
«Quello è tutto merito di Carlo Pellegatti, un’invenzione geniale. Con Mannari di cognome, Lupetto, era perfetto… Ma la cosa più bella era che ululava quando segnavo. Un grande (ride, ndr)».

A proposito di “Maestro Arrigo”, sono vere tutte quelle cose che si dicono di lui? Le videocassette di Signorini da mostrare a Baresi e tutto il resto, sono solo leggende metropolitane?
«No, no, è tutto vero (ride, ndr). Era uno che viveva per il calcio, era sempre a Milanello e poteva succedere che, magari, lo incrociavi sulle scale, ti fermava e ti portava in sala video per farti vedere una partita dello Zambia, per mostrarti i movimenti che voleva da te nella gara, successiva. Era davvero malato di calcio (ride, ndr), non so quante, videocassette avesse, ma ne aveva di partite assurde».real madrid milan mannari

Ti ricordi il tuo esordio, il goal al Bernabeu, la doppietta alla Juve, il vivere quotidiano con quella squadra mitica?
«Come ti dicevo, c’era l’incoscienza giovanile, ma ci sono ricordi che rimarranno indelebili. Il goal al Bernabeu, per esempio: ricordo che quella settimana avremmo avuto martedì Coppa Italia, giovedì l’amichevole col Real Madrid, martedì ancora Coppa Italia. Già ai tempi Sacchi faceva turnover e io avevo già giocato martedì contro il Campobasso, contro il quale tra l’altro avevo segnato una doppietta. Così, al Bernabeu, non mi aspettavo di giocare; invece, all’intervallo, Sacchi disse: “Graziano e Franco scaldatevi che nel secondo tempo entrate”. Allora, già il fatto di scaldarmi con Baresi per me era un sogno, farlo al Bernabeu davanti a 90 mila persone, era una cosa impensabile. Sono entrato in campo senza paura, ma poco dopo mi son presentato solo davanti a Buyo, ho cincischiato e lui mi ha anticipato. E lì è venuta fuori l’incoscienza giovanile: pochi minuti dopo mi è arrivata un’altra palla, avevo davanti tre difensori, li ho puntati, scartati e ho segnato. Cioè, davanti avevo gente come Chendo e Gallego, non so se rendo. Da pazzi (ride, ndr). Ma allora non mi sono reso conto di quello che ho fatto, probabilmente me ne accorgo più adesso che a tanti anni di distanza ancora si ricorda quell’impresa».

L’esordio in A, invece, a Cesena, al posto di un certo Gullit…
«Anche quella è una storia da raccontare: ero al Viareggio e giovedì mi arriva la chiamata di raggiungere la prima squadra. Io nell’ultima partita avevo accusato un dolorino alla coscia, così la domenica, parlando col preparatore, gli ho chiesto di fare un pò di riscaldamento all’intervallo. Giusto per testare i muscoli. Cosi, quando è venuto a dirmi di riscaldarmi, non immaginavo di entrare. Quando, invece, mi hanno chiamato per rientrare negli spogliatoi e uscire con la squadra, non ci credevo. Nel tunnel, ero talmente teso che avevo la faccia bianca come un cencio. Tanto che Baresi se n’è accorto, è venuto lì a tranquillizzarmi. Ricordo che, in campo avvertivo lo scetticismo generale, vedevo le facce dei tifosi con stampato sul volto: “Ma chi è quello?” (ride, ndr)».

L’hanno scoperto un po’ più avanti contro la Juve: la doppietta ai bianconeri, è l’apice della tua carriera?
«Sì, probabilmente – e forse purtroppo – sì. Erano i miei primi goal in A e uno dei due l’ho fatto tuffandomi di testa in mezzo ai difensori della Juve, mirando l’incrocio. Quando son caduto, non avevo mica capito di aver segnato. Non ci potevo credere. Non ho realizzato neanche dopo l’abbraccio dei compagni e il boato del pubblico. Ho capito che era tutto vero, solo guardando il tabellone: ho visto scritto Mannari e mi son detto “Allora l’ho fatto proprio io” (ride, ndr)».

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Lo splendido tuffo di Mannari nel match contro la Juventus, l’apice della breve carriera di “Lupetto”

Non per intristirti, ma dopo un inizio di carriera così in una squadra meravigliosa come il Milan di Sacchi, come si può cadere nell’anonimato e chiudere addirittura nei campionati minori?
«Eh, a volte me lo chiedo ancora… Diciamo che non sono stato fortunato, ma non voglio dare la colpa solo agli infortuni, che pure ci sono stati: domenica ho esordito in serie A, il giovedì dopo mi sono rotto tibia e perone. Rientro, segno due goal alla Juve e mi spacco il ginocchio. Tibia e perone, ginocchio destro e sinistro e chi più ne ha più ne metta. Diciamo che se dopo i primi infortuni ho avuto il carattere di reagire, dopo invece mi sono un pò lasciato andare. Ma non è vero, come si diceva a quei tempi, che mi ero montato la testa. Ero un bel ragazzo ed un bersaglio facile, ma sono sempre stato uno con la testa sulle spalle. Purtroppo – come detto – un po’ la sfortuna, un pò colpa mia perché non ho avuto la forza di reagire alla malasorte».

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Mannari elude Tacconi e realizza la sua doppietta in Milan-Juventus 4-0

Hai avuto la fortuna, però, di vivere due anni con una squadra che ha fatto la storia del calcio: qual era la forza di quel gruppo? Chi era il giocatore più forte?
«Erano tutti ragazzi splendidi, nessuno che facesse la star. Anche con i ragazzi più giovani, avevano estrema disponibilità. Ricordo che con Van Basten ero molto unito, ero diventato il suo fratellino minore. Siamo stati compagni di sventura per via degli infortuni e abbiamo fatto un lungo periodo di riabilitazione insieme, eravamo diventati inseparabili. Dire che Marco era il più forte, è scontato: ricordo che quando arrivarono lui e Gullit, Ruud si conosceva, mentre Van Basten era praticamente un signor nessuno. Lo guardavamo negli allenamenti e ci dicevamo: “O questo ha culo, o è un fenomeno”. Era un fenomeno (ride, ndr)».

Sacchi ha cambiato il calcio o con quella squadra avrebbe vinto chiunque: da che parte ti schieri?
«Ha cambiato il calcio, sicuramente, anche perché quella squadra l’ha costruita lui. Van Basten non lo conosceva nessuno, Gullit l’ha voluto lui, Donadoni quando è arrivato non era il giocatore che poi è diventato, quando Berlusconi voleva Borghi, lui chiedeva Rijkaard. E’ stato un innovatore, ha rivoluzionato il calcio. Sul suo lavoro ci hanno campato anche Capello e Galbiati per anni. Ho molto rispetto per loro, sono stati proprio Capello e Galbiati a crescermi nelle giovanili, ma nel loro Milan c’era molto di Sacchi».

Tornando a te: breve esperienza rossonera, ma uno Scudetto e una Coppa Campioni in bacheca le hai messe…
«E una Supercoppa italiana, non dimentichiamola (ride, ndr). Era la prima e ho anche segnato! Visto che anche io nel mio piccolo ho fatto la Storia (ride, ndr)? Sembrerà assurdo, ma la partita più importante della mia cartiera, secondo me, non è stata quella della finale di Barcellona, ma la doppia sfida di Belgrado. Ricordate la sera della nebbia? Quella Stella Rossa, era fortissima, c’erano Savicévic, Prosinecki, Stojkovic. Superando quel turno abbiamo acquisito la consapevolezza di essere una grande squadra. E io ero in campo».

Mannari–1280×720Ma è vero che sei arrivato a Milanello da interista?
«E’ vero sì, infatti io andavo a vedere l’Inter la domenica. Ci davano una tessera con la quale potevamo entrare gratis allo stadio, ma io non andavo mai alle partite del Milan. Ho messo la prima volta piede a San Siro per un derby, ricordo ancora tutto: 1 a 0, goal di Bini. Poi, però, il derby del 3 a 2 con quel colpo di testa di Hateley indimenticabile, mi ha cambiato un po’ la vita. Da allora ho cominciato ad affezionarmi al rossonero. Infine, quando ho cominciato a giocare in prima squadra, mi sono definitivamente convertito».

Dopo l’addio al Milan, tanta provincia e poi l’addio al calcio: di te si son perse le tracce, cos’hai fatto tutto questo tempo e cosa fa Lupetto Mannari oggi?
«Ho sempre cercato di coltivare la mia passione, fino a quando ho potuto ho provato a giocare, poi son tornato a casa nella mia Livorno e con mia moglie abbiamo aperto un negozio per bambini. A parte questo, non sono mai riuscito ad allontanarmi dal richiamo del pallone, prima partecipando a “Quelli che il Calcio”, e poi facendo qualche apparizione alle partite delle Vecchie Glorie».

C’è qualcuno dei ragazzi con i quali sei cresciuto che si è perso per strada?
«Io mi son perso (ride, ndr). A parte gli scherzi, è vero: io sono cresciuto con Stroppa, Nava, Pessotto, Cappellini. Loro son tutti arrivati, io no (ride, ndr)».

Intervista di Sergio Stanco rilasciata nel 2010


mannari figurina parmaCresciuto nei vivai di Rosignano e Follonica, nel 1984 passa al Milan a titolo gratuito. Esordisce in Serie A il 7/2/1988, nella vittoria interna sul Cesena, subentrando a Gullit. Tre giorni dopo subisce il primo, grave infortunio (rottura di tibia e perone), e non colleziona altre presenze in campionato.

Ristabilitosi, viene aggregato stabilmente alla prima squadra; il 1º settembre 1988 al Bernabéu, in un’amichevole tra Milan e Real Madrid, vinta 3-0 dalla squadra rossonera, realizza il secondo gol. Chiude la stagione 1988-1989 con 17 presenze in campionato e tre reti, tra cui una doppietta nella vittoria per 4-0 sulla Juventus. Nel marzo del 1989 viene convocato da Cesare Maldini nella Nazionale Under-21, senza tuttavia esordire in azzurro.

Complessivamente ha vinto con il Milan uno scudetto, una Coppa dei Campioni ed una Supercoppa italiana, a cui contribuisce con un gol nella vittoria finale contro la Sampdoria nel 1988.

Nel 1989 viene ceduto al Como, in Serie B, nell’affare che porta Simone al Milan. Gioca 22 partite realizzando 3 reti, non sufficienti ad evitare la retrocessione in Serie C1. Passa quindi al Parma, voluto da Scala e disputa 12 partite senza reti nel campionato 1990-1991, l’ultimo nella massima serie.

Nell’estate del 1991 passa in prestito all’Avellino, per 700 milioni di lire: non viene mai impiegato, e nel mercato di riparazione scende in Serie C1, nel Siena, con cui realizza un unico gol in 25 partite. Rientrato a Parma, viene girato in prestito al Pisa, di nuovo tra i cadetti. A novembre viene ceduto dal presidente Anconetani e passa al Ravenna, in Serie C1, voluto da Guidolin. Con i giallorossi gioca solo due partite, a causa di un secondo grave infortunio, questa volta ai legamenti del ginocchio.

Nel campionato 1993-1994 torna in forza al Parma, con cui ottiene soltanto due presenze da subentrante in Coppa Italia; in novembre rescinde il contratto per trasferirsi al Fiorenzuola, di nuovo in Serie C1. Qui subisce un nuovo infortunio al ginocchio, che limita a 11 le sue presenze stagionali.

A fine stagione fa ritorno brevemente al Siena, prima di trasferirsi alla Pistoiese nell’autunno del 1994. Con gli arancioni allenati da Clagluna conquista la promozione in Serie B. Chiude la carriera professionistica con un biennio nel Pontedera, prima di scendere tra i dilettanti con Sorianese (Eccellenza laziale) e Acquaviva.