INZAGHI Filippo: la fame del gol

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È il giocatore italiano che ha segnato di più nelle coppe internazionali. Il segreto? Il senso della posizione. In campo e nella vita

Prima di Filippo Inzaghi, c’erano solo Annibale e il ciclista Maserati, stella di un Giro di tanti anni fa. Le glorie di San Nicolò, frazione di Rottofreno, settemila anime affacciate sul fiume Trebbia. Piacenza è subito dietro il lenzuolo di nebbia, lungo la Via Emilia Pavese, che taglia la pianura fino ad Alessandria. Leggenda vuole che il grande cartaginese da queste parti abbia rischiato di lasciarci la pelle, per la rottura del morso del suo cavallo, che prese a correre all’impazzata. Rottofreno, ecco perché.

Oggi però chi risale la valle fino San Nicolò, di Annibale probabilmente non sa nulla. Sa invece che tra le villette a schiera e le case coloniche imborghesite da una recente prosperità, si nasconde il nido di Superpippo e il campo dei primi calci. «Cominciai a giocare nel San Nicolò prima di arrivare all’età necessaria: si erano accorti che i gol li facevo, così mi invecchiarono di dodici mesi, camuffando il mio cartellino e attribuendomi otto anni anziché sette».

Sotterfugio inevitabile per garantire l’integrità nervosa della signora Marina, la mamma: perché i bomberini in casa sono due – Simone, di tre anni più giovane, è il più pestifero – e normalmente prendono a calci tutto quello che trovano, paralumi compresi. Meglio l’aria aperta, sicuro. La malattia, del resto, è ereditaria: il papà, Giancarlo, responsabile vendite di un’azienda tessile, è stato calciatore dilettante, poca gloria, tanta passione. È lui ora che accompagna Filippo al campo e che in tribuna, durante le partite degli esordienti, si azzanna nervosamente le unghie, senza staccare per un attimo gli occhi dal pargolo.

Va anche peggio quando un arbitro malaccorto (esordiente pure lui) concede un rigore agli avversari all’ultimo minuto di un match che oggi nessuno ricorda più. Quel che resta, nei racconti del bar, è la reazione del buon Giancarlo che rincorre il ragazzino col fischietto fin dentro lo spogliatoio e l’intervento della madre (dell’arbitro) a liberare il prigioniero. Memorie da strapaese, contorno colorito al piatto forte che anche allora era il gol: talento precoce che proietta il giovane Inzaghi già all’alba dei quattordici anni nell’orbita del Piacenza.

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Se volete figurarvi l’Inzaghino che squarcia il lenzuolo di nebbia e approda alle giovanili del Piacenza, non pensate a quello maturo dei nostri giorni. Alla fine degli anni Ottanta, Filippo è un ragazzino introverso che non ama le discotechemi dà fastidio il fumo») e passa il tempo libero andando a funghi con papà. Però gioca alla grande – il calcio suo, sporco e letale – e soprattutto segna.

Ha anche la fortuna di incontrare, nella Primavera, uno di quei tecnici capaci di non ingabbiare la fantasia dei giovani allievi. «Giancarlo Cella è, tra i tanti allenatori che ho avuto, quello che ricordo più volentieri. Perché sapeva di avere a che fare con dei ragazzi e riusciva a sintonizzarsi sulla loro lunghezza d’onda». Tempi di borsone e corriera: scuola, campo e serate sui libri. Inzaghi prende il diploma in ragioneria senza essere mai rimandato a settembre. «Zante, 1778: per l’esame di maturità mi ero scritto sulla mano luogo e data di nascita di Foscolo. E me li ricordo ancora. Per il resto, improvvisai». C’è un’altra data che Inzaghi dovrebbe ricordare anche senza ricorrere a certi mezzucci: 1 dicembre 1991. È il giorno dell’esordio in Serie B: CasertanaPiacenza, niente gol. Quelli sarebbero arrivati più tardi.

Leffe è un paesone della Val Seriana, nel bergamasco. Uno di quei paesoni dove non c’è lo stadio, ma il campo sportivo. Una tribuna, un torrente e due collinette dietro le porte: curve a buon mercato, ma attenti a non scivolare. Nel 1992, quando ci arriva Inzaghi, in prestito dal Piacenza, la squadra è in C1. «Un trampolino di lancio», gli avevano ripetuto senza tentare nemmeno la via dell’originalità.

A Leffe c’è anche Bortolo Mutti, un altro che ha sentito parlare spesso di trampolini. Dopo l’esordio a Palazzolo, ha ottenuto proprio a Leffe il primo successo, portando la squadra dalla C2 alla C1. Ecco chi si trova di fronte l’emergente Bortolo: «Un ragazzino ancora grezzo, senza malizia, ma con una grande volontà di imparare e un istinto unico per il gol».

Istinto che sulle prime gli serve a poco. Tanta panchina, pochi spezzoni e una gran voglia di lasciar perdere: «Avevo diciannove anni, ero via di casa e in certe notti insonni mi chiedevo: chi me l’ha fatto fare? È stata quella la svolta della mia camera: avrei potuto arrendermi, come hanno fatto tanti altri che conoscevo. Invece ho tenuto duro e ce l’ho fatta».

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Anche perché, con la maglia da titolare, arrivano pure i gol: «Il primo me lo ricordo come se fosse oggi: la partita era Leffe-Siena, il minuto il 34 ‘ del secondo tempo». Alla fine saranno tredici in ventuno partite. E il trampolino funziona a meraviglia, per Inzaghi e anche per Mutti. Che spiccano il volo, insieme, verso la Serie B.

A Piacenza gli avevano trovato un soprannome romantico e un po’ sdolcinato: Peter Pan. Ma il centravanti che approda al Verona e segna sei gol nelle prime otto partite non ha più la faccia da eterno bambino. Ci vuole qualcosa di più diretto: nasce nella curva dell’Hellas il mito di Superpippo, l’eroe del gol. Nasce grazie all’intuizione di un tifoso, che espone uno striscione che meriterebbe il copyright. Qualche tempo dopo Inzaghi si presenterà addirittura alla tv, ospite della Gialappa’s, con la tutina aderente e il mantello rosso, tipo Superman: è nata una stella.

Tredici gol a Verona e quindici l’anno successivo a Piacenza con Gigi Cagni. Possono bastare per il grande salto? Bastano eccome secondo Giovanbattista Pastorello, che per sette miliardi lo porta a Parma. Il Parma di Scala, ma anche di Stoichkov, un’impresa familiare che si sta trasformando in multinazionale. Difficile ritagliarsi uno spazio adeguato in un contesto del genere: «Eppure Scala mi stimava e lo dimostrò inserendomi subito nel giro dei titolari, tanto in campionato quanto in Coppa delle Coppe. Di più: quando, a ottobre, il Napoli si fece avanti per avermi in prestito sino alla fine della stagione, fu proprio il tecnico a opporsi».

L’idea del buon Nevio era decisamente intrigante: Inzaghi in coppia con Stoichkov. Impossibile verificare sul campo: durante un match d’allenamento, Inzaghi si procura la frattura del quinto metatarso del piede sinistro. In soldoni: sessanta giorni di stop e una lunga convalescenza. Anche i supereroi, a volte, devono ricominciare daccapo.

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Filippo Inzaghi, prima delle partite, non dorme. Tormenta le lenzuola, ascolta musica e, allo stremo, accende la tv. A Bergamo se ne accorge, suo malgrado, Massimo Carrera, compagno di stanza e di sventura. È lui che ci rimette: perché la domenica Superpippo è fresco come una rosa e il povero Carrera invece si sente più vecchio di un anno. Effetti collaterali trascurabili: l’Atalanta ha scommesso forte sul bomberino del Parma, sborsando, nonostante le traversie della stagione precedente, quasi quattro miliardi per la comproprietà.

Ottimo affare: appena 166 milioni per ogni gol segnato, perché alla fine Inzaghi si piazzerà in cima alla classifica dei cannonieri con ventiquattro centri. Mondonico ne fa una questione di sentimenti: «Il gol è innamorato di lui». E poiché Inzaghi ricambia, si può anche escogitare un’eccezione per risolvere il problema del sonno: Filippo è l’unico a disporre di una camera singola durante i ritiri. Carrera ringrazia.

A ventiquattro anni Inzaghi è un attaccante consacrato: Campione d’Europa con l’Under 21, capocannoniere in Serie A e ormai nell’orbita della Nazionale maggiore. Tempo di ringraziamenti: «La mia più grande fortuna da quando faccio il calciatore è stata quella di trovare sempre allenatori con i quali ho avuto splendidi rapporti. Mutti per me è come un padre e a lui devo più di tutti. E poi Scala, eccezionale. Quindi Cagni e Mondonico. Sono molto diversi, ma hanno una grande dote in comune: la grinta e la capacità di trasmetterla alla squadra».

La stessa grinta che ci mette la Juve a fine stagione per assicurarsi. Impresa non facile, perché a un certo punto si mette in mezzo anche l’Atletico Madrid. Ma perché il Parma, rientrato in possesso dell’intero cartellino, si libera così velocemente del suo gioiello? Se lo chiede anche Inzaghi: «So per certo che i Tanzi hanno cercato più volte di riportarmi a Parma, anche a costo di sborsare il doppio della cifra che avevano incassato con la mia cessione. La realtà è che i danni ai Tanzi li hanno provocati altre persone, alle quali avevano delegato la gestione del loro club».

Se non ci fossero le mamme… Pippo Inzaghi si è appena trasferito a Torino ed è chiaro che al momento la cosa più importante è conquistare una piazza fin troppo schizzinosa. Così dal suo inesauribile archivio la signora Marina estrae, con un opportunismo degno del figlio, una foto di Pippo bambino, che finisce direttamente nelle redazioni dei giornali sportivi. Cinque anni, o giù di lì, solita zazzera e – sorpresa! – la maglietta bianconera. «Juventino da sempre», annuncia trionfante mamma Inzaghi, dimenticando che in tempi non sospetti il pargolo si dichiarava tifoso dell’Inter.

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Vabbé, non è il revisionismo storico che fa la fortuna di Superpippo alla Juve. Questione di gol, tanto per cambiare: 57 in campionato nelle quattro stagioni bianconere. Gol che gli assicurano il posto fisso in Nazionale e una posizione contrattuale sempre più forte: nel giro di due anni l’ingaggio lievita dal miliardo e ottocento milioni di vecchie lire a stagione ai sei miliardi.

Non solo: è alla scuola juventina che Inzaghi affina una capacità di gestire le pubbliche relazioni non comune per un calciatore. Disponibilissimo con giornalisti e ammiratori, si appiccica addosso l’immagine del bravo figliolo («Devo tutto a mamma e papà») e impara a uscire indenne anche dalle situazioni più complicate. Per chi vota? «Per nessuno. La politica non mi interessa». Berlusconi che attacca Zoff dopo la finale di Euro 2000? «No comment».

Delle lezioni di savoir vivre si sdebita sul campo – scudetto al primo colpo – e fuori: «La maglia della Juve è la mia seconda pelle». Almeno fino alla metamorfosi dell’aprile 2000, quando Ancelotti comincia a spedirlo un po’ troppo spesso in panca: «Ho un contratto che mi lega ancora per tanti anni alla Juventus. Comunque a fine stagione parlerò con i dirigenti. Certo, nel calcio può succedere di tutto». Pochi giorni dopo traduce il concetto in termini meno diplomatici: «Se discutono me, è finito il calcio».

Ma no, il calcio sta in piedi per un’altra stagione, il tempo di rastrellare la seconda delusione in campionato e le solite frustrazioni europee. Poi l’addio, con rancore: «Sono molto contento di essere al Milan e non mi importa se a Torino qualcuno mi rimpiange. Alla fine mi hanno fatto un favore a lasciarmi libero».

La prima stagione a Milanello è di riscaldamento, vuoi per i cambi in pan­china del Milan e per gli infortuni, suo e di Rui Costa. La Juventus rivince lo scudetto e il Milan è solamente quarto, sembrerebbe l’inizio di una scommessa sbagliata e invece è come l’involucro di una pubblicità ingannevole, perché dalla stagione successiva Filip­po Inzaghi e il Milan inizieranno un ciclo di successi senza pari, oltre quello di Rocco e Sacchi, con in panchina Carlo Ancelotti, un altro reduce bianconero.

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Per la sua seconda stagione in rossonero, 2002/03, il Milan si qualifica per la finale dell’Old Trafford di Manchester contro la Juventus. Una finale brutta, con pochissime occasioni da gol, supplementari surreali e infine i rigori che arridono ai rossoneri. Se c’è qualcuno, quindi, che pensa che Inzaghi non sia stato decisivo per quella vittoria e per la prima Champions targata Ancelotti alzi pure la mano, a suo rischio e pericolo.

Il tecnico emiliano, si sa, preferisce le coppe e nel 2003 arriva anche quella tricolore. Poi la Supercoppa Uefa, il primo scudetto e la Supercoppa Italiana. Ma sono stagioni tribolate quelle prima del Mondiale tedesco, tra infortuni a schiena, ginocchio, gomito e caviglia. Meno presenze, meno reti, più fame da gol e più rabbia agonistica. Nonostante Marcello Lippi non straveda per lui lo por­ta in Germania, lo fa giocare, segna il gol del 2-0 alla Repubblica Ceca e il 9 luglio si laurea campione del mondo, alloro da mettere insieme all’Europeo Under 21 vinto nel ’94.

Dopo Calciopoli il Milan riparte dai preliminari di Cham­pions, a due anni di distanza dallo choc di Istanbul, e ancora una volta Inzaghi è decisivo contro la Stella Rossa di Belgrado, vecchia conoscenza in casa rossonera, con vivi ricordi legati alla prima Coppa dei Campioni vinta da Arrigo Sacchi. Segna la prima rete nel girone contro l’AEK Atene e poi scompare dal tabellino dei marcatori per un bel po’. Lo ritroviamo nei quarti di finale contro il Bayern Monaco, è suo il 2-0 fuori casa. Partecipa da spalla alla fantastica sfida con il Manchester United, nella quale il Milan domina offrendo il miglior calcio prodotto sotto la guida di Ancelotti, perdendo immeritatamente in Inghilterra e vincendo per 3-0 la partita perfetta a Milano. E il Milan di Nesta, Maldini, Pirlo e, soprattutto, Kakà che gioca senza ombra di dubbio la sua migliore stagione con questa maglia.

La finale è di maggio, ad Atene, dove i rossoneri hanno già vinto contro il Barcellona, un 4-0 che ancora rimbomba tra quegli spalti, contro il Liverpool di Benitez, quello di Istanbul, quello della rimonta da 3-0 a 3-3, quello dei rigori e di una sconfitta che fa male anche solo a rammentarla. Pippo Inzaghi è titolare e lascerà il segno come pochi altri attaccanti sanno fare quando conta. Al 45’, sul filo del fuorigioco (altrimenti non sarebbe lui), devia in porta una punizione di Pirlo, e all’82’ di una gara tirata, ma sempre sotto controllo da parte dei milanisti, su lancio di Kakà uccella la difesa del Liverpool e Reina infilando il 2-0. La rete dell’olandese Kuyt all’89’ è solamente per le statistiche ma non cambia il corso della storia. Il Milan vince la sua settima Cham­pions League e Superpippo è l’uomo partita, uno degli attaccanti che ha segnato di più nelle coppe europee, l’unico italiano tra i primi dieci marcatori di sempre.

Ma il 2007 è l’anno monstre di Inzaghi al Milan che continua con il gol del pareggio contro il Siviglia nella Supercoppa Europea, dando la carica alla rimonta dei rossoneri che vincono 3-1, e con la decisiva doppietta contro il Boca Juniors nel 4-2 di Yokohama che regala ai tifosi anche la gioia del Mondiale per Club. Di fatto termina qui la grande stagione di Ancelotti in rossonero e anche quella di Pippo Inzaghi che rimarrà sino alla conquista dello scu­detto e della Supercoppa Italiana 2011 con Allegri in panchina, un rapporto di fatto mai nato.

Con il Milan alla fine sono 126 gol in 300 partite, considerando tutte le competizioni. In carriera 219 reti con i club e 25 con la Nazionale, una fame che non poteva certo finire con l’addio al calcio giocato e che Inzaghi ha sempre cercato di trasportare anche nella sua avventura in panchina.

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