Italia-Resto d’Europa 0-3

Il 25 febbraio 1981, l’Italia di Bearzot affrontò a Roma una Selezione del Resto d’Europa allenata da Derwall, in un’amichevole benefica per raccogliere fondi dopo il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980.

C’è una partita nella storia della Nazionale italiana che quasi nessuno ricorda, ma che dice parecchio di un’epoca e di un Paese alle prese con una ferita profonda. Il 25 febbraio 1981, allo Stadio Olimpico di Roma, l’Italia di Enzo Bearzot affrontò una Selezione del Resto d’Europa guidata da Jupp Derwall, commissario tecnico della Germania Ovest. Non era una gara di qualificazione, non c’erano punti in palio. Lo scopo era raccogliere fondi per la ricostruzione dell’Irpinia, colpita dal terremoto del 23 novembre 1980.

Appena tre mesi prima, alle 19:34 di una domenica sera, una scossa di magnitudo 6.9 aveva squarciato la terra tra Campania e Basilicata. Novanta secondi interminabili che cancellarono interi borghi — Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Laviano, Calabritto, Santomenna — spezzarono quasi tremila vite, provocarono migliaia di feriti e lasciarono circa 280.000 persone senza un tetto. Le linee elettriche e telefoniche saltarono, la penisola rimase tagliata in due. I soccorsi, come denunciò il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, arrivarono con colpevole ritardo.

E’ in quel contesto di emergenza nazionale che la FIGC decise di organizzare un’amichevole di beneficenza devolvendo l’intero incasso alle popolazioni colpite.

Le formazioni: futuri campioni del mondo contro stelle di mezza Europa

Derwall aveva messo insieme la sua Selezione con grande difficoltà: Hrubesch aveva dato forfait e solo poche ore prima del fischio d’inizio erano arrivati Kaltz, Pezzey, Botteron e Woodcock. Bearzot, dal canto suo, schierò una formazione di assoluto livello, quella che di lì a un anno e mezzo avrebbe conquistato il titolo mondiale in Spagna: Zoff in porta, Gentile, Cabrini, Collovati e l’elegante Scirea in difesa; Marini, Tardelli e Antognoni a centrocampo; Conti, Bettega e Graziani davanti. In panchina sedevano nomi di spessore: Franco Baresi, Ancelotti, Bagni, Altobelli e Bordon.

Tra le stelle europee spiccava il danese Allan Simonsen, Pallone d’Oro nel 1977, primo e unico scandinavo a conquistare quel premio: un metro e sessantasei di altezza, accelerazione bruciante e senso del gol da fuoriclasse puro, all’epoca al Barcellona dove i tifosi lo avevano ribattezzato “Simonet”. Accanto a lui l’olandese Ruud Krol, monumento del calcio totale; il tedesco Hansi Müller, raffinato trequartista; lo jugoslavo Halilhodžić e l’inglese Ray Wilkins, regista del Manchester United. In porta il basco Arconada, poi rilevato dal controverso Schumacher.

La cornice di pubblico fu deludente: solo dodicimila paganti per un incasso di circa 78 milioni di lire. Aveva piovuto tutto il pomeriggio e aveva smesso appena due ore prima del calcio d’inizio: troppo tardi per invogliare la gente a uscire di casa. A dirigere l’incontro l’austriaco Linemayr, alla sua ultima partita da arbitro internazionale.

Primo tempo: l’Italia ci prova, poi Simonsen colpisce

La sequenza della rete dell’1-0

Prima del via il pubblico romanista si era lasciato andare a slogan polemici contro il Torino e contro Graziani — la Roma avrebbe affrontato i granata la domenica successiva — ma appena il pallone cominciò a rotolare l’attenzione si spostò sul campo. L’Italia partì con buone intenzioni: Scirea promosse un’azione brillante che Tardelli non seppe concludere, perdendo il passo al momento del tiro. Poi arrivò l’episodio che avrebbe potuto cambiare il volto della serata: Marini segnò un bel gol, ma Linemayr annullò per un fuorigioco molto dubbio di Graziani, probabilmente rimesso in gioco da un avversario intervenuto sul pallone. Fischi vibranti verso l’arbitro. Al 10° Conti impegnò Arconada con una girata al volo su cross di Graziani.

Il gioco non raggiungeva i vertici spettacolari sperati, ma la partita non era noiosa grazie agli sganciamenti di Scirea e alla mobilità di Tardelli. Bettega arretrava a fungere da regista, Graziani faticava tra i due colossi Pezzey e Krol, Conti attraversava un momento di flessione. Sospinti dalle intelligenti imbeccate di Krol, gli europei cominciavano a “legare” il gioco con combinazioni sempre più insidiose.

Dopo un’incornata fuori bersaglio di Graziani, su un improvviso contrattacco arrivò il vantaggio ospite al 33°. Splendido assist di Halilhodžić per Müller, che da una ventina di metri sparò un violento sinistro: Zoff non trattenne, intervenne Gentile che toccò corto all’indietro, Nehoda si inserì e calciò, Zoff ribatté ancora ma il pallone schizzò sul piede dell’accorrente Simonsen che non ebbe difficoltà a spingerlo in rete. Per Zoff era il primo gol subìto dalla partita con la Cecoslovacchia agli Europei del giugno precedente. Al 37° il capitano azzurro evitò il raddoppio su un tiro ravvicinato di Nehoda. Poi Gentile si infortunò alla caviglia destra e al 42° cedette il posto al giovane Giuseppe Baresi. Su una conclusione sbagliata di Bettega si andò al riposo.

Secondo tempo: Halilhodžić e Woodcock affondano gli Azzurri

La rete di Woodcock per il 3-0 definitivo

Nell’intervallo si consumò la consueta staffetta ZoffBordon tra i pali azzurri, mentre Derwall effettuò ben quattro cambi in un colpo solo: Schumacher per Arconada, Gerets per Kaltz, Zamora per Camacho e Woodcock per Simonsen. L’assetto europeo cambiava pelle ma non perdeva qualità.

Al 56° arrivò il raddoppio, un piccolo capolavoro balistico. Fallo di Collovati su Halilhodžić, punizione dalla lunetta dell’area: lo jugoslavo calciò direttamente in porta con un destro carico d’effetto, una parabola maligna che ricadde nel sette alla destra di Bordon, nettamente sorpreso. Lo 0-2 spegneva le residue speranze azzurre.

Al 59° Wilkins si fece apprezzare con una gran botta a filo di traversa. Graziani reclamò un rigore per un presunto fallo di mano di Zamora in area — per l’arbitro era tutto regolare — e sciupò un’altra occasione su cross di Cabrini. Al 67° Bearzot inserì Bagni al posto di Conti: il pubblico fischiò la decisione, anche se Conti non aveva combinato granché. Al 74° entrarono Altobelli e Ancelotti per Bettega e Antognoni: Tardelli ereditava la fascia di capitano.

All’ultimo cambio degli ospiti — Botteron per Nehoda — seguì l’unica ammonizione della serata: Pezzey stese Graziani al 78° e si prese il cartellino giallo. Un minuto dopo arrivò il colpo di grazia. Zamora saltò come un birillo Marini, tirò fuori dai pali Bordon e servì un comodo pallone per Woodcock che dovette solo appoggiare in rete. Lo 0-3 era un verdetto impietoso. Il pubblico dell’Olimpico applaudì la prodezza degli ospiti e poi si rivolse agli azzurri con un coro inequivocabile: “Buffoni, buffoni!”.

Bettega affrontato da Kaltz

Una sera dimenticata

Tra gli azzurri si salvarono soltanto Gentile — prima dell’infortunio — Cabrini, Collovati e Scirea: la spina dorsale difensiva che avrebbe retto l’urto del Mondiale. Il resto della squadra aveva deluso, incapace di reggere il confronto con avversari superiori per tasso tecnico, classe e — elemento che suonava come un rimprovero — serietà nell’approcciare un’amichevole. Quegli europei, che non si erano mai allenati insieme, avevano dato lezione semplicemente mettendo in campo il proprio talento e la propria professionalità: quando si è dei veri campioni, l’intesa nasce d’incanto. Lo scarso pubblico romano aveva gradito le squisitezze di Krol, Müller, Zamora, Pezzey e Halilhodžić, accompagnandole con degli “olé, olé” di ammirazione che suonavano però anche di scherno verso gli azzurri umiliati.

La sconfitta si inseriva in un periodo nero per Bearzot. Lo scandalo del Calcioscommesse, il deludente Europeo casalingo del 1980, le critiche feroci e quotidiane al CT. Poche settimane prima, al Mundialito in Uruguay, l’Italia era uscita al primo turno perdendo la testa — due espulsioni, Cabrini e Tardelli — contro i padroni di casa.Quella sera all’Olimpico, però, non era il calcio che contava davvero. Contava il gesto, la solidarietà, il ricordare che a poche centinaia di chilometri da Roma c’erano ancora migliaia di persone che vivevano nelle tende, che avevano perso tutto. Il Presidente Pertini aveva ammonito: “il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

ITALIA-RESTO D’EUROPA 0-3
Roma, Stadio Olimpico, 25 febbraio 1981 – ore 20:30 – Arbitro: Linemayr (Austria)
Reti: 33′ Simonsen, 56′ Halilhodžić, 79′ Woodcock
Italia: Zoff (46′ Bordon); Gentile (42′ G. Baresi), Cabrini; Marini, Collovati, Scirea; B. Conti (67′ Bagni), Tardelli, Graziani; Antognoni (74′ Ancelotti), Bettega (74′ Altobelli). Ct: Bearzot.
Resto d’Europa: Arconada (46′ Schumacher); Kaltz (46′ Gerets), Krol, Pezzey, Stojković, Camacho (46′ Zamora); Wilkins, Nehoda (76′ Botteron), Halilhodžić; H. Müller, Simonsen (46′ Woodcock). Ct: Derwall.
Ammoniti: Pezzey (78′)
Spettatori: 12.000 circa – Incasso: 78 milioni di lire circa