L’altro Schillaci: la parabola amara del cugino dimenticato

La storia del cugino di Totò: da talento del calcio alla vita in strada. Una promessa spezzata tra dipendenze e sogni infranti sullo sfondo delle notti magiche di Italia ’90.

C’è un binario, alla stazione centrale di Palermo, dove ogni notte va in scena lo stesso muto rituale. L’ultimo convoglio della giornata sbuffa nel silenzio, le porte si aprono come bocche stanche e lasciano scendere chi un letto ce l’ha. Poi, quando i fari si spengono e i ferrovieri voltano le spalle, qualcuno sale di nascosto. È lì che ogni tanto si infila un uomo dal passo lento, con un cane fedele al guinzaglio e un cognome troppo pesante da portare. Si chiama Maurizio Schillaci. Sì, quel cognome. Lo stesso che in una notte di luglio del 1990 ha fatto piangere e abbracciare milioni di italiani davanti alla televisione. Solo che gli occhi sgranati che bucarono lo schermo del mondo non erano i suoi: erano del cugino Salvatore, per tutti Totò. Maurizio, invece, scriveva un’altra storia, in silenzio. Una storia che il calcio ama scrivere ma quasi mai raccontare: quella del talento più lucente che non ce la fa.

Due cuginetti al Capo

Per capire da dove arriva tutto, bisogna tornare nei vicoli del Capo e del CEP, due quartieri di Palermo dove negli anni Settanta i bambini imparavano a tirare di destro prima ancora che a scrivere. Le porte erano due pietre, il pallone una matassa di stracci stretta con lo spago, gli avversari ragazzini a piedi nudi con il sole negli occhi. Tra quelle mura di tufo correvano due cugini magrolini: Maurizio e Totò Schillaci. Si sfidavano dalla mattina alla sera, contavano i gol come se fossero monete d’oro, sognavano San Siro mentre la madre li chiamava per cena.

Chi li vide giocare in quegli anni racconta sempre la stessa cosa, con un sorriso e poi con un’ombra negli occhi: “Maurizio era più forte”. Lui aveva qualcosa nei piedi che non si insegna. Quando partiva in dribbling sembrava che l’asfalto si ammorbidisse, che il difensore davanti perdesse improvvisamente i contorni. Era rapido, tagliente, maledettamente preciso sotto porta. Totò aveva la fame, la rabbia agonistica, gli occhi da cerbiatto cattivo. Maurizio aveva la grazia. E nel calcio, a volte, è proprio la grazia a tradirti per prima.

Lo sguardo del Boemo

Nel 1979, a soli diciassette anni, Maurizio esordisce nel Palermo. È un ragazzino con la faccia spaventata e i piedi educati, che porta in serie cadetta lo stesso sgambetto sognante dei vicoli. Ma è nel 1983 che la sua strada incontra l’uomo che cambierà tutto: si chiama Zdeněk Zeman, viene dalla Boemia con la valigia piena di idee e una sigaretta perennemente accesa tra le labbra. È appena arrivato in Sicilia ad allenare il Licata, in Serie C2, e ha bisogno di pedine che corrano fino a perdere il respiro nel suo 4-3-3 votato all’attacco.

Zeman lo guarda allenarsi una mattina e capisce subito. Non vede un ragazzo: vede un’arma. Lo vuole, lo prende, lo schiera. E Maurizio Schillaci ricambia con una doppia stagione da romanzo: ventidue gol tra C2 e C1, un campionato vinto, una promozione che a Licata ricordano ancora come si ricordano i miracoli. È in quel biennio che la Lazio, allora in Serie B e affamata di riscatto, manda i suoi osservatori in Sicilia. Tornano con una sola frase scritta sul taccuino: “Prendetelo. È un fenomeno”.

Roma, le trentotto auto e il tendine traditore

L’estate del 1986 ha il sapore della svolta. La Lazio offre cinquecento milioni di lire per quattro anni di contratto. Per un ventiquattrenne cresciuto a pasta col sugo e palloni di pezza, sono cifre da capogiro. Maurizio firma con il cuore in gola, convinto che la Capitale sia il trampolino verso la Serie A e magari, un giorno, verso la maglia azzurra.

Roma però è una città che non perdona la fragilità. Lo aspetta con un sole accecante e una pressione che a Licata non aveva mai conosciuto. Poi arriva l’infortunio, subdolo, viscido come un serpente nell’erba: una tendinite cronica che i medici della società non riescono a inquadrare. “I medici sociali mi hanno rovinato”, dirà anni dopo, con la voce di chi ha avuto tutto il tempo per rileggere quella stagione. Negli spogliatoi cominciano a chiamarlo “il malato immaginario”. Undici presenze in campionato, un solo gol, una fiducia sgretolata giorno dopo giorno.

I soldi, paradossalmente, abbondano. Maurizio se ne va in giro come un nababbo: “In un solo anno mi sono comprato trentotto macchine”, racconterà. Trentotto. Una al posto del sorriso che nel frattempo se n’era andato.

Il ritorno a casa con Totò

Dopo appena una stagione laziale, Maurizio fa le valigie e torna in Sicilia. La destinazione è Messina, dove lo aspetta di nuovo lui, Zeman, e dove gioca anche il cugino Totò. Sembra il copione perfetto per la rinascita: i due Schillaci insieme, il maestro boemo in panchina, la maglia giallorossa addosso e il San Filippo che canta. Per qualche mese funziona persino. I tifosi peloritani impazziscono per quel duo che si cerca a memoria.

Ma il calcio, come la vita, ha già deciso che le strade dei due cugini si separino. Totò esplode definitivamente, segna a raffica, viene comprato dalla Juventus per sei miliardi di lire e nel 1990 viene convocato da Azeglio Vicini per i Mondiali di Italia ’90. Maurizio, invece, si perde di nuovo. Litiga con il club, finisce alla Juve Stabia, e a Castellammare scopre che la noia delle serate provinciali è una belva che divora tutto.

Le due amiche

A pochi chilometri da Castellammare c’è Salerno. Una città di luci e di nebbie, di porto e di vie strette dove negli anni Ottanta-Novanta circolava di tutto. È lì che Maurizio incontra quelle che lui stesso, con un sorriso storto da intervista in bianco e nero, chiamerà “le mie due amiche”: prima la cocaina, poi l’eroina.

All’inizio è una fuga, una serata, un escamotage per riempire un vuoto che nessun gol gli sta più dando. Poi diventa una catena. Le partite si diradano, i compagni voltano lo sguardo, gli sponsor svaniscono. Le presenze in Serie B si fermano a 37, i gol a 4. La carriera, in pratica, finisce mentre lui sta ancora pensando di doverla cominciare.

E sullo sfondo, come una colonna sonora che fa più male di qualsiasi cosa, parte la canzone Un’estate italiana. Sono le Notti Magiche.

Notti Magiche viste dall’ombra

C’è una scena che Maurizio non ha mai dimenticato. Estate del 1990. Lui è in una stanza buia di una casa che non è la sua. La televisione è accesa, le luci dello stadio dell’Olimpico rimbalzano sul muro. Totò Schillaci ha appena segnato l’ennesimo gol degli Azzurri: gli occhi sbarrati verso il cielo, le braccia spalancate, un Paese intero che urla. Sei reti in totale, capocannoniere del Mondiale, eroe assoluto.

Maurizio guarda. È solo. Avrebbe potuto essere lui, dicono. Forse non al Mondiale, ma quasi. Quel cognome che adesso lo gonfia di orgoglio gli pesa come una lastra di marmo sul petto. Mentre l’Italia balla con Bennato e la Nannini, lui si infila un’altra dose. La gloria del cugino diventa il rumore di fondo del suo personale girone infernale.

Negli anni successivi tutto si sgretola: la moglie se ne va, la figlia si allontana, gli affetti si polverizzano. La bandiera che teneva in piedi quel cuore si ammaina lentamente.

La Panda, Ciccio e l’appello dei volontari

Nel 2013 una volontaria animalista, occupandosi di un cane randagio che gironzolava sempre attorno allo stesso uomo, scopre per caso chi è quell’uomo. Maurizio Schillaci, sì, proprio lui. La notizia rimbalza sui giornali. Per qualche giorno la Gazzetta dello Sport torna a scrivere il suo nome, ma stavolta non per un gol: “Da bomber a barbone”, titola. Maurizio dorme dentro una vecchia Fiat Panda, oppure sui treni fermi in stazione. Accanto a lui c’è Ciccio, un cane randagio diventato l’unico vero amico rimasto.

Nel 2014 esce il film Fuorigioco, scritto e diretto da Davide Vigore e Domenico Rizzo e prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Racconta la sua parabola: il talento, la Lazio, le luci, il buio. Per qualche mese lo invitano nei salotti televisivi, in qualche presentazione, persino allo stadio. I tifosi del Licata lo riconoscono, lo abbracciano, lo invitano in tribuna. Lui, con un filo di voce: “Sarei venuto volentieri, ma non avevo a chi lasciare il cane”.

Sono ancora qui

Nel 2022 un conoscente gli concede un piccolo appartamento, in cambio di un affitto poco più che simbolico. Una stanza, un fornello, un tetto. Per uno che ha dormito anni sui sedili di un’auto, è una rivoluzione. La salute, però, lo morde sempre. E nel settembre del 2024, quando il cugino Totò si spegne dopo una lunga lotta contro il cancro, l’Italia si accorge di nuovo dell’esistenza di quell’altro Schillaci. Stavolta con tenerezza, non con voyeurismo.

Maurizio si è allontanato dalle droghe. Non si assolve, non chiede sconti: “Finché giochi tutti ti amano, ma quando smetti ti ritrovi da solo. È il vuoto”. Sa di aver gettato al vento un talento che pochi, in Sicilia, hanno mai avuto. Ma quando gli dicono che era “più forte di Totò”, scuote la testa e abbassa lo sguardo: “Lo lascio dire agli altri. Non sono un presuntuoso”.Forse, in fondo, la grandezza non è solo quella che riempie gli stadi. È anche quella di un uomo che, dopo aver perso tutto, riesce ancora a guardarsi allo specchio, accarezzare un cane, e sussurrare al mondo: “Ho sbagliato. Ma sono ancora qui”. E in quel sussurro, vicino a un binario di Palermo, c’è forse più coraggio di quanto ne serva per segnare in una semifinale mondiale.