L’utopia breve dello Spartak Trnava

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A guardare tra le feritoie degli albi d’oro — dietro la fredda ratifica dei risultati — si spalancano a volte paesaggi e storie sorprendenti come visioni.

Direttamente dalla fine degli anni sessanta, ecco uno di quei paesaggi e una di quelle storie, dalla cadenza insieme fiabesca e duramente realistica: il paesaggio è quello della cittadina slovacca di Trnava, in cui il biancore di chiese e monasteri (che la eleggono a «piccola Roma») si amalgama a quello di lunghi inverni nevosi; la storia è quella dello Spartak, i cui giocatori (a loro volta chiamati «angeli bianchi», nonostante il colore sociale di un rossonero simil-milanista) sono interpreti assoluti dell’avanguardia calcistica europea.

Quel 24 aprile 1969 si gioca il ritorno di semifinale di Coppa Campioni tra lo Spartak e l’Ajax di Rinus Michels. Battuto all’andata 3-0 (con due papere del portiere Geryk), lo Spartak ha preparato la rimonta impossibile: tribune dello stadio ampliate per l’occasione, un’attenzione particolare per Cruijff (che infatti uscirà quasi subito per infortunio), un piano tattico di pressing-forcing da apnea.

Fino a quel punto, lo Spartak Trnava aveva dimostrato di essere una macchina da gol, soprattutto in casa. Aveva eliminato lo Steaua Bucarest (perdendo 3-1 e poi vincendo per 4-0), sommerso i finlandesi dello Lahden Reipas con punteggi di altre epoche (1-9 e 7-1) e infine l’Aek Atene (3-1 ed 1-1).

La lezione impartita agli olandesi (in parte ora visibile su YouTube) sarà memorabile: un 2-0 che non basterà a passare il turno, ma un monologo con 15 corner a zero, decine di palle-gol, due salvataggi sulla linea di Suurbier, e due miracoli finali del portiere Bals, che dirà a fine partita di non aver mai desiderato tanto il fischio finale. E Michels (con Happel il co-fondatore del calcio totale) si dirà ammirato da quel football «moderno» e «meraviglioso».

Ma com’è arrivato fin lì lo Spartak, a una tacca da una finale poi vinta (4-1) dal Milan di Rocco? Da dove emerge quel 4-2-4 dinamico e velocissimo, tutto palla bassa, «dai e vai», cambi di fronte e sovrapposizioni?

L’artefice di tutto è l’allenatore-padre (O meglio «zio») Anton Malatinsky. Dopo aver assemblato la squadra nel ’63 in 2a divisione, Malatinsky viene arrestato per aver aiutato degli esuli a scappare: dalla cella, però, scrive una lettera alla squadra:«Trattenete giocatori e dirigenti. Tra qualche anno, diventeremo campioni». Scarcerato, manterrà la promessa: porterà lo Spartak in 1a divisione e, dopo alcuni piazzamenti, al titolo (’67-68), avviando un ciclo che frutterà anche senza di lui — dimissionario nell’estate ’68, dopo la Primavera di Praga e l’invasione sovietica, e quindi prima della Coppa, condotta da Jan Hucko — altri 4 titoli, per un totale di 5 scudetti in 6 anni.

Nelle evocazioni del difensore Dobias, Malatinsky è un modello di rigore tattico (i movimenti venivano «automatizzati» alla perfezione) e di disciplina spinta al sadismo: «Un giorno — ricorda — ero arrivato per primo all’allenamento su una collina innevata, e avevo scavato un sentiero per i compagni. Siamo saliti e scesi due volte: soffrivo come un cane, un compagno perdeva sangue dal naso, ma l’allenatore ci disse di farlo una terza volta. Se avessi avuto una pistola, gli avrei sparato!».

Eppure, quanto questo tecnico spietato fosse tutt’uno coi propri giocatori lo esprime, più di tutto, una foto proprio dell’archivio Dobias. La squadra procede verso l’obiettivo: di nuovo neve, edifici dimessi, un probabile allenamento incombente: gli «angeli bianchi» sono ragazzi dai tratti slavi, assorti o lievemente sorridenti, tutti di Trnava o dei sobborghi, irreggimentati in giacconi scuri, tubolari spessi (sopra i calzoni della tuta) dello stesso colore dei berretti a pon pon, pesanti borse lucide. Alla testa, il loro allenatore-demiurgo. Sembrano avanzare come a reclamare un posto nella storia del calcio; o forse, semplicemente, nella nostra memoria.

Trnava, 24.04.69

Spartak Trnava: Kozinka, Dobiáš, Majerník, Jarábek, Hagara, Hrušecký, Kuna, Martinkovič, Adamec, Farkaš, Kabát. Allenatore J. Hucko.

AFC Ajax Amsterdam: Bals, Suurbier, Hulshoff, Vasović, Van Duivenbode, Pronk, Muller, Groot, Swart, Cruijff (Danielsson), Keizer (Suurendonk). Allenatore: R. Michels.

Marcatori: Kúna 27’ e 49’.