“Te amo Irina”: l’urlo di Batistuta che divenne leggenda (e boomerang)

Il 25 agosto 1996, dopo la doppietta che regalò la Supercoppa alla Fiorentina sul Milan, Batistuta urlò “Te amo Irina” in tv: gesto romantico diventato boomerang tra gossip e maldicenze fiorentine.

C’è una data che i tifosi viola conservano come una reliquia: 25 agosto 1996. Quella sera San Siro non era il tempio dei padroni di casa, ma un teatro prestato a un attore argentino con i capelli biondi e il piede destro come una clava. Si giocava la Supercoppa Italiana: da una parte il Milan campione d’Italia, dall’altra la Fiorentina vincitrice della Coppa Italia. Sulla carta, una formalità. I rossoneri schieravano una difesa da incubo per qualsiasi attaccante — Baresi, Costacurta, Maldini, Desailly — e davanti gente come Boban, Savićević, Weah e Albertini. Eppure quel Milan, passato da poco nelle mani dell’uruguaiano Óscar Tabárez dopo l’addio di Fabio Capello diretto al Real Madrid, era una squadra a fine ciclo, anche se nessuno ancora osava dirlo ad alta voce.

La Fiorentina di Claudio Ranieri, presieduta da Vittorio Cecchi Gori, arrivava invece carica e affamata. In campo c’erano Toldo tra i pali, Rui Costa a disegnare calcio, il neo acquisto Luís Oliveira e, soprattutto, lui: Gabriel Omar Batistuta. Quella notte, davanti a poco meno di trentamila spettatori, il Re Leone non si limitò a giocare una partita. La interpretò come un film, prendendosi la regia, la fotografia e il premio come miglior attore protagonista. Mancava solo il tappeto rosso. E, in un certo senso, ci pensò lui a srotolarlo.

Il sombrero al Kaiser

Batistuta supera Baresi e realizza la prima rete

Il primo atto arriva all’undicesimo minuto. La difesa rossonera si dispone come un picchetto d’onore, Maldini e Baresi a presidiare la zona nevralgica, convinti di poter ingabbiare l’argentino con la sola forza del prestigio. Errore. Su una palla servita da Sandro Cois, Batistuta anticipa il tempo e inventa qualcosa che a rivederlo oggi sembra una provocazione: un pallonetto morbido, un sombrero delizioso che scavalca la testa di Franco Baresi.

Il capitano del Milan, uno dei difensori più eleganti che il calcio italiano abbia conosciuto, perde l’attimo e ritrova il pallone troppo tardi, in tempo solo per vederlo accarezzare la rete alle spalle di un impotente Sebastiano Rossi. È il marchio di fabbrica di un attaccante che sapeva fare a sportellate dentro l’area e disegnare ricami con la stessa naturalezza. Forza e delicatezza, le due anime di Batigol, convivevano nello stesso istante. La Fiorentina è avanti 1-0 e San Siro, per un attimo, ammutolisce.

Il vantaggio però dura poco. Intorno al ventiduesimo, Dejan Savićević pareggia i conti con un sinistro velenoso che bacia il palo prima di insaccarsi. La partita riprende a respirare, sembra avviarsi verso un finale incerto, magari verso i supplementari. Ma il copione di quella sera prevedeva un colpo di scena ancora più grande, e l’autore aveva già intinto la penna.

Una punizione, un urlo, una leggenda

Il raddoppio di Batistuta

Secondo tempo inoltrato. Punizione dal limite, a circa venticinque metri dalla porta rossonera. Batistuta si piazza sul pallone con le mani sui fianchi, prende fiato, fissa la barriera. È il momento che ogni portiere del campionato temeva: quando il Re Leone caricava il destro da fermo, la rete non si gonfiava, esplodeva. La rincorsa, il tiro, e di nuovo Sebastiano Rossi ad abbracciare l’aria mentre il pallone si infila alle sue spalle. 2-1. La curva viola, una massa purpurea importata a Milano, deflagra.

E qui finisce la cronaca e comincia il mito. Invece di correre verso i compagni, Batistuta punta dritto verso una telecamera a bordo campo. La afferra quasi con le mani, gli occhi spalancati di gioia, e grida quattro parole che faranno il giro del mondo: “Te amo, Irina!”. Una dichiarazione d’amore in mondovisione, dedicata alla moglie. La rete decisiva e quel bacio alla telecamera consegnarono alla Fiorentina la sua prima e — ancora oggi — unica Supercoppa Italiana. I milanesi avevano assistito alla magia e all’amore viola. Batistuta tornò a casa, a Firenze, con un altro trofeo tra le mani.

Sembrava il trailer di una stagione meravigliosa. Lo storico web firenzeviola.it, anni dopo, l’avrebbe raccontata come una notte da Oscar: doppietta, bacio planetario e interpretazione finale da fuoriclasse. Ma il calcio, come il cinema, sa essere crudele con i suoi protagonisti.

Reconquista, dove tutto è cominciato

Per capire il peso di quell’urlo bisogna tornare indietro di molti anni e di molti chilometri, fino a Reconquista, cittadina della provincia argentina di Santa Fe. È lì che un giovanissimo Gabriel conobbe Irina, intrufolandosi senza invito alla festa per i quindici anni di lei. Un colpo di mano, esattamente come quelli che avrebbe poi rifilato alle difese di mezza Europa. Il 28 dicembre 1990 i due si sposarono, e da quel matrimonio nacque una lunga avventura internazionale che li avrebbe portati a girare il mondo con i loro figli — il primogenito Thiago, nato proprio a Firenze, oggi attore.

Quella di Gabriel e Irina non era una storia da copertina patinata: era una di quelle unioni nate prima del successo, prima dei riflettori, prima che il cognome Batistuta diventasse sinonimo di gol. Forse anche per questo, quella sera a San Siro, l’argentino sentì il bisogno di urlare al mondo intero un sentimento che non aveva nulla di costruito. Solo che il mondo, a volte, ascolta male.

Il boomerang

Quello che doveva essere il gesto più romantico della sua carriera si trasformò in uno dei capitoli più amari. Nella sua autobiografia Io Batigol racconto Batistuta, pubblicata nel 1997, l’argentino raccontò la verità dietro quell’esultanza con parole che sanno ancora di ferita aperta.

“Volevo solo condividere con la donna della mia vita un momento bellissimo”, spiegò. “Per di più Irina era al mare, a Viareggio, aveva la televisione rotta e non poteva nemmeno sentirmi. Ma quel gesto si trasformò in un boomerang, dando il via a una serie di voci e maldicenze contro di me, quasi una campagna di discredito.” A fargli più male, confessò, fu che tutto nascesse proprio a Firenze, la città dove si sentiva amato: “Cominciarono a circolare voci sgradevoli, ma io non mi accorsi di nulla finché un amico non mi raccontò la verità: in città dicevano che tradivo Irina e che quella frase fosse solo un tentativo di farmi perdonare.”

Le malelingue toscane sostenevano che dietro l’urlo si nascondesse un presunto flirt con l’attrice Sabrina Ferilli, peraltro grande tifosa della Roma. Batistuta smentì categoricamente: l’aveva incontrata una sola volta, mesi prima, durante una cena al ristorante Latini di Firenze insieme ai compagni — una di quelle serate ribattezzate “il patto della bistecca”, pensate per cementare il gruppo. Quella sera era passata anche la troupe del programma Mai dire gol, e con loro la Ferilli, rimasta pochi minuti a scherzare. “Nient’altro. La gente, prima di parlar male, farebbe bene a informarsi”, tagliò corto l’argentino. Già nel 1996, del resto, aveva alzato la voce contro il gossip: “Ho sentito dire che ho l’amante, che mia moglie mi ha sbattuto fuori di casa. Quante bugie… Pretendo rispetto da Firenze.”

A peggiorare il clima ci si mise anche il pallone. Quando Batistuta sbagliò un rigore contro la Lazio, in una gara poi finita 0-0, i mormorii si trasformarono in coro. “Si può crocifiggere un giocatore per un rigore sbagliato?”, si chiese amareggiato nel libro, ricordando di aver giocato quella partita in condizioni proibitive: rientrato dall’Argentina il venerdì sera dopo un impegno con la nazionale e un viaggio massacrante, con la schiena a pezzi e la caviglia malconcia. “Quando Ranieri mi chiese se ero disponibile, gli dissi di sì senza pensarci un secondo. Per il bene della squadra. Forse, conciato così, avrei dovuto lasciare il rigore a un altro. Ma non volevo sembrare un codardo.”

L’amore che restò viola

Il paradosso di quella stagione è scolpito nei numeri. La doppietta di San Siro sembrava il preludio di un’annata da scudetto, e invece l’annata 1996-97 fu la peggiore delle nove di Batistuta in maglia viola: appena 13 reti in campionato, una Fiorentina scivolata fino al nono posto e una semifinale di Coppa delle Coppe persa contro il Barcellona di un giovanissimo Ronaldo. A fine stagione Ranieri pagò il conto con l’esonero.

Nelle pagine della sua biografia, Batistuta scrisse di aver pensato, in quel periodo, che fosse arrivato il momento di cambiare aria. Le voci, le occhiate diverse della gente quando usciva con la moglie, la rabbia di Irina che per la prima volta si trovava nell’occhio del ciclone: tutto sembrava spingerlo verso l’addio. Eppure il calcio, ancora una volta, riscrisse il finale. Il Re Leone non se ne andò subito. Rimase a Firenze altri quattro anni, diventando il capitano simbolo, il bomber che la città non avrebbe mai più dimenticato — con 152 gol in Serie A, ancora oggi il miglior marcatore viola del campionato. Solo nell’estate del 2000 fece le valigie per la Roma di Francesco Totti, dove finalmente alzò al cielo quello scudetto che a Firenze gli era sfuggito, con Fabio Capello in panchina.

Resta il fatto che, a distanza di quasi trent’anni, quell’urlo conta più di mille gol. Perché Batistuta è stato un genio anche delle esultanze — la statua accanto alla bandierina, la mitraglietta — ma nessuna ha mai battuto quel grido alla telecamera.