Bayern 1971/76: gli anni d’oro della corazzata

Negli anni 70 l’esplosione di giovani di talento come Maier, Beckenbauer e Müller contribuiscono a rendere il Bayern assoluto dominatore in campo nazionale. Poi con gli innesti di Hoeness e Breitner, arrivano tre Coppe dei Campioni consecutive


Nella centenaria storia del Bayern Monaco (fondato nel 1900) spicca la straordinaria stagione vissuta all’inizio degli anni ’70 quando un’irripetibile combinazione di campioni e gregari darà vita ad un ciclo di successi he attende ancora i suoi degni eredi. Ma la figura centrale dalla quale è necessario partire è quella di Willy Neudecker, costruttore edile e presidente per ben 17 anni, dal 28 aprile 1962 al 24 marzo 1979. Un patriarca talvolta autocratico, che cadrà alla fine del ciclo quando vorrà imporre un allenatore (Max Merkel) che non piace ai senatori Maier e Breitner. Ma se ne va con un carico di allori ineguagliato: 4 titoli tedeschi, 4 coppe nazionali e 5 internazionali, più la costruzione del centro sportivo di Sàbenerstrasse.

Quando viene eletto, Neudecker impone di partire da zero, con i ragazzi. La scoperta della spina dorsale Maier-Beckenbauer-Müller, portiere-libero/regista-centravanti darà gloria e denaro al suo mandato. Maier debutta diciottenne perché il portiere titolare Kosar viene spostato in attacco per necessità. Lo chiamano il gatto di Anzing, in porta per oltre tre lustri: con 442 gare è il primatista di presenze consecutive del calcio tedesco. Ha riflessi eccezionali e una elasticità inusuale perl’epoca.

Franz Beckenbauer esordisce nel girone di promozione contro il St.Pauli, 6 giugno 1964, pure lui diciottenne: segna, si muove ancora a centrocampo ma diventerà il più forte libero della storia, con un’interpretazione del ruolo in anticipo di almeno un decennio. Il Kaiser è una mezzala che parte da dietro, lascia la difesa, imposta e lancia, oppure conclude: 44 reti solo in Bundesliga. Se ne va nel 1977, attratto dai dollari dei Cosmos New York, ma torna poi come allenatore e dirigente: è la leggenda del Bayern.

Non meno famoso, almeno all’epoca, è Gerd Müller. Da Nordlingen, Baviera settentrionale, arriva la voce di un ragazzino piccoletto e spietato sotto porta. Il Monaco 1860 fissa un appuntamento con la famiglia, però il Bayern anticipa la visita di qualche ora. Quando Neudecker presenta l’attaccante al suo allenatore Cajkovski, questi è sorpreso. «Cosa me ne faccio di un tipo così sgraziato?». Il futuro “Bomber della nazione” però segna a raffica e il tecnico cambierà il giudizio in “il mio piccolo e grassoccio Müller”. Un numero su tutti per descriverne l’efficacia: 365 gol in 427 partite di Bundesliga.

Muller, Maier e Beckenbauer: l’essenza del Bayern anni settanta

Quattro anni dalla promozione al trofeo della Bundesliga. Però il Bayern festeggia prima tre aperitivi in coppa. Dopo il 4-2 al Msv, a Francoforte (4 giugno ’66), l’impianto viene irrobustito con il centrocampista Franz Roth e il difensore Georg Schwarzenbeck: altre due tessere fondamentali nel mosaico del ciclo magico. Pure all’estero i rossi acquistano credito e successi: il 31 maggio 1967, a Norimberga dove 35 anni prima venne centrato l’unico scudetto, il Bayern supera i Rangers Glasgow per 1-0 e si iscrive nell’albo d’oro della Coppa delle Coppe: risolve Roth, detto Bulle (toro). Sarà l’uomo delle finali anche se in quella nazionale, 10 giorni dopo, è una doppietta di Müller a piegare l’Amburgo: suoi compari nel 4-0 anche Ohlhauser e Brenninger.

Manca soltanto lo scudetto, ma non viene baciato dal tecnico Cajkovski bensì da Branko Zebec, più difensivo e concreto, nel ’69. L’indice della superiorità viene dato dalla prima doppietta tedesca coppa-campionato dal 1937, quando vi riuscì lo Schalke 04, la stessa avversaria battuta da due colpi di Müller, il 14 giugno 1969. «Era una squadra con cinque sei fuoriclasse di valore mondiale. Noi terrestri non dovevamo far altro che dare palla a loro». La spiegazione più brillante del ciclo degli Anni 70 è di Schwarzenbeck, lo stopper, l’uomo delle pulizie di Beckenbauer.

Al trio delle meraviglie si aggiungono due diciottenni: Uli Hoeness e Paul Breitner. Un attaccante polivalente, che può essere ala e anche trequartista, e un terzino universale, prima a sinistra e poi centrocampista. Il Bayern non ha una identità tattica ben fissata: gioca d’istinto di fronte a qualsiasi difficoltà, la sua forza è anche la sua fragilità, perché smette di funzionare quando i campioni sono in giornata storta. Ma succede di rado.

Il 13 marzo 1970 Zebec deve lasciare il posto a Udo Lattek, meno rigido sulla costruzione difensiva, più portato a lasciare spazio ai solisti. I rossi diventano il club più importante di Germania e l’annuncio viene dato dalla stagione dei record: 1971-72. Secondo trionfo in Bundesliga, 101 gol celebrati, 40 di Müller, una “finale” stradominata (5-1 allo Schalke) all’ultima giornata del torneo e in una nuova casa inaugurata per l’occasione: è il 28 giugno 1972 quando i bavaresi debuttano all’Olympiastadion, l’impianto dell’Olimpiade di quella estate.

La spinta di tali successi non si esaurisce in fretta: nell’annata successiva il titolo è una formalità (11 punti sul Colonia), nel 1974 un obbligo riuscito. Alla tripletta in Bundesliga, i ragazzi del Bayern che formano anche sei undicesimi della nazionale, aggiungono la Coppa del mondo con la Germania (sempre all’Olympiastadion, finale contro l’Olanda) e la prima Coppa dei Campioni di una tedesca.

Il trofeo viene assegnato di venerdì, perché il regolamento aveva abolito i supplementari a favore della ripetizione. Mercoledì 15 maggio a Bruxelles l’Atletico Madrid, in vantaggio con Luis Aragones, futuro c.t. della Spagna 2008 campione d’Europa, viene raggiunto al 119′ da una botta di Schwarzenbeck, l’ultimo che di solito si incaricava del tiro. Ma il tempo stringe, gli spagnoli marcano i fenomeni, la palla viene portata avanti dallo stopper che sente un urlo di Beckenbauer: «Tira!». E “Katsche” esegue, salvando la serata nera dei più famosi compagni. Due giorni dopo, gli dei si ripresentano: 4-0, doppiette di Müller e Hoeness. Il Bayern interrompe l’egemonia olandese (quattro Coppe dei Campioni di fila, tre dell’Ajax) e ritarda l’esplosione inglese (sei trofei tra il ’77 e l’82).

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Due momenti di Bayern-Leeds, finale di Coppa Campioni 1975

Nel 1975 a Parigi fa il bis stendendo il Leeds di Joe Jordan, ma senza brillare e con un gioco vicino al vituperato contropiede all’italiana: 2-0, reti di Roth e Müller. Dopo la sensazionale tripletta dell’estate precedente, soprattutto dopo la Coppa del mondo, molti giocatori sono esausti e attratti dai guadagni facili della pubblicità o del mondo dello spettacolo. Breitner chiede di partire e si accasa al Real Madrid, viene lanciato un diciannovenne che prenderà il comando nel decennio seguente: Karl-Heinz Rummenigge. L’allenatore Lattek capisce che il gruppo dei prodigi, decimo in campionato, si sta sgonfiando e dice al presidente Neudecker: «Dobbiamo cambiare qualcosa». L’altro gli risponde: «Ha ragione. Lei è licenziato».

Al suo posto Dettmar Cramer, in panchina a Parigi e anche l’anno dopo, a Glasgow, contro i francesi del St.Etienne: è un misero 1-0, cesellato dal solito Roth, che chiude un’era indimenticabile. Nessun’altra squadra è più riuscita a prendere per tre volte consecutive la Coppa dei Campioni. Uli Hoeness, poi manager e presidente, dice ancora oggi: «Non venire più superati è eccezionale». Beckenbauer l’anno dopo prende la via degli Usa, Muller lo segue nel 1979, Maier smette per un incidente stradale, Hoeness e Schwarzenbeck per un infortunio. Il Bayern si sbriciola e resterà ben 5 anni senza titoli tedeschi prima di rialzarsi e vincere sette scudetti nel decennio successivo ma senza mai eguagliare le magie del Bayern anni 70.

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Bayern-Saint Etienne è il canto del cigno del grande Bayern. Qui Hoeness e Janvion nella finale di Glasgow

PERSONAGGI ED INTERPRETI DEL GRANDE BAYERN

FRANZ BECKENBAUER
Sceglie il Bayern da ragazzo anche se voleva entrare nel Monaco 1860 per cui faceva il tifo: ma durante un provino prende un pugno da un avversario e decide che non giocherà mai per il Sessanta. Dalle giovanili alla serie B, poi la salita in Bundesliga fino all’abbuffata di titoli. E il capitano, il leader, il più dotato tecnicamente e caratterialmente. Prima centrocampista, poi libero, solleva le tre Coppe dei Campioni consecutive e tutta l’altra argenteria fino al 1977, quando, passata la trentina, preferisce i dollari dei Cosmos New York. Anche se è il capitano della Germania campione mondiale ed europea, il suo nome è legato indissolubilmente al club di cui sarà poi anche allenatore e presidente.

GERD MÜLLER
È il gemello di Beckenbauer, anche se ha meno personalità. I due si intendono alla perfezione: due mesi di differenza, sempre in camera insieme nei ritiri, una complicità anche nelle azioni: «Gli dicevo: passamela, o segno oppure ti rido il pallone e segni tu», racconta sempre l’attaccante dai record mostruosi. Per restare alla Bundesliga, 365 gol in 427 gare, tutte con il Bayern.

SEPP MAIER
Il terzo della banda dei fenomeni: portiere, pure lui come Beckenbauer e Miiller dalle giovanili al tetto del mondo. Gioca 442 partite consecutive di campionato, dall’agosto 1966 al giugno 1979 quando smette dopo un incidente stradale. Eccentrico come il suo ruolo esige, una volta ha rincorso anche un’anatra arrivata sul campo: bloccata, come i tanti tiri degli avversari.

KARL-HEINZ RUMMENIGGE
Un ragazzino che a 19 anni si trova in una finale di Coppa dei Campioni accanto ai suoi idoli. Kalle arriva a Monaco designato alla successione dei mostri Muller e soci: è più giovane di 10 anni, è il segno della continuità tra i due cicli. Veloce e potente, laureato in acrobazie e tre volte capocannoniere: “salva” il club in difficoltà economiche con il trasferimento all’Inter nel 1984.

PAUL BREITNER
Più che un tedesco sembra un olandese: terzino sinistro a tutto campo, rivoluzionario come idee anche fuori dal campo, un difensore che batte anche i rigori, come quello nella finale con l’Olanda nel Mondiale del ’74. L’anno in cui decide di lasciare il Bayern per il Real Madrid, per poi tornare da centrocampista nel 1978 e gestire con Rummenigge il post crepuscolo degli dei.

ULI HOENESS
Un attaccante veloce e utile anche per crossare, ma pure un trequartista. Il Bayern lo acquista nel 1970 insieme a Breitner quando lo squadrone che dominerà metà decennio è quasi formato, ma loro lo completano. Dopo due triplette, in Bundesliga e in Europa, deve smettere a 27 anni, nel 1 979, a causa di problemi al ginocchio. D.s. per oltre 30 anni, poi promosso presidente.

GEORG SCHWARZENBECK
Nel calcio, e nella vita, si trova spesso una coppia così alla Beckenbauer & Schwarzenbeck. Uno elegante, tecnico e leader; l’altro più grezzo, vigoroso e silenzioso. Lo stopper ha il suo giorno di gloria quando tira quasi da centrocampo al 119′ della finale di Coppa dei Campioni con l’Atletico Madrid: segna l’1-l. Ripetizione della gara e 4-0 per il Bayern, l’inizio della leggenda.

FRANZ ROTH
Poco conosciuto all’estero, ma il suo peso nel grande ciclo è fondamentale: centrocampista aggressivo, soprannominato Bulle, da toro. Ma vede la porta: decide la Coppa delle Coppe ’67 (1-0 ai Rangers, primo trofeo internazionale), e la terza Coppa dei Campioni, nove anni dopo, contro il St.Etienne.

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