L’esclusione del Kaiser da Argentina ’78

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Franz Beckenbauer, capitano della Germania Ovest, Campione del Mondo nel 1974, venne escluso dall’elenco dei convocati quattro anni dopo. Fu la piccola rivincita del Ct Schoen.

Dopo la rinuncia di Cruijff, l’esclusione di Franz Beckenbauer dalla lista dei convocati della Germania Ovest privò il mondiale d’Argentina ’78 dei due assoluti protagonisti della precedente edizione della Coppa del Mondo. Il Kaiser della Germania calcistica, trascinatore della squadra che vinse il titolo il 7 luglio ’74 contro l’Olanda, non figurò nell’elenco dei giocatori della nazionale tedesca occidentale per la spedizione in Sud America. La clamorosa decisione venne presa dal commissario tecnico Helmut Schoen, tedesco orientale d’origine ma che aveva scelto la Germania Ovest sin dal 1950. Ai mondiali del ‘74, dopo la sconfitta contro la Ddr, nel derby epocale deciso da Sparwasser, il Ct era stato di fatto esautorato per volere di Beckenbauer che, dopo aver messo da parte anche il rivale Gunter Netzer, formò una commissione tecnica, da lui presieduta, con il compito di stilare la formazione. Schoen venne declassato a semplice esecutore di ordini, con un ruolo puramente di facciata.

A determinare l’allontanamento del capitano dalla nazionale contribuì il mega contratto offertogli nel ‘77 dalla Warner, proprietaria dei New York Cosmos. Insieme con Pelè e Giorgio Chinaglia, Beckenbauer era stato scelto per promuovere e far crescere il soccer negli Usa. Il si del Kaiser scatenò le ire del presidente della Federcalcio tedesca, Hermann Neuberger. L’ultima presenza del capitano con la maglia della sua nazionale fu al “Parco dei Principi” di Parigi, nell’amichevole disputata il 23 febbraio ’77 contro la Francia guidata da Michel Hidalgo, commissario tecnico che condusse i transalpini alla fase finale del mondiale argentino, vincendo faticosamente un girone che vedeva anche la presenza di Bulgaria e Irlanda.

Quasi 44 mila spettatori si sistemarono sugli spalti dello stadio parigino per assistere all’amichevole di lusso franco-tedesca. In tribuna d’onore presenti anche Mitterand e Khol. La partita la decise, al 53’, un gran gol di Olivier Rouyer, attaccante del Nancy, detto “la flèche”: una semirovesciata da fuori area, in bello stile, che si insaccò quasi all’incrocio dei pali, alla destra dell’incolpevole ed esterrefatto Maier, fulminato dalla traiettoria del pallone che si abbassò repentinamente spegnendosi in fondo alla rete. L’autore si lanciò in un’esultanza sfrenata dopo aver firmato uno dei gol più belli nella storia della nazionale transalpina.

Quella sera, i “coqs” di Hidalgo schierarono Michel Platini con la maglia numero 10, giovane fantasista di origini italiane, militante nel Nancy, non ancora ventiduenne ma già eletto per due stagioni consecutive giocatore francese dell’anno. Tra i pali, Hidalgo preferì il debuttante Rey, portiere del Metz. Nell’undici titolare dei padroni di casa trovarono posto, inoltre, Battiston, Rio, capitan Lopez, Janvion, Bathenay, Synaeghel, il match winner Rouyer, Lacombe e Amisse.

Sul versante tedesco, spiccava in avanti Karl Heinz Rummenigge, detto Kalle, attaccante potente e completo, classe 1955, esordiente pochi mesi prima in nazionale nella partita giocata a Cardiff contro il Galles. Completarono lo schieramento tedesco Maier tra i pali, Vogts, Nogly, Beckenbauer, Dietz, Bonhof, Flohe, Stielike, Holzenbein e Dieter Muller.

Incassato il gol, la Germania Ovest provò a pareggiare, trovando nel portiere transalpino, in grande serata, un baluardo insuperabile. Per l’estremo difensore Rey fu un esordio molto positivo tra i pali della Francia. Al fischio finale dello spagnolo Sanchez Ibanez, arbitro dell’incontro, Beckenbauer uscì dal campo a testa bassa. Nessuno poteva immaginare che quello sarebbe stato il commiato dalla Mannshaft del suo capitano e condottiero. Il Kaiser non rispose alla chiamata del suo Ct nelle due successive amichevoli. Schoen completò l’opera, escludendolo dalla lista dei convocati per il mondiale argentino con una motivazione che sembrò subito piuttosto bislacca: mancato permesso del suo club di appartenenza, New York Cosmos, impegnato negli States nello stesso periodo della Coppa del Mondo. Lo score personale di Franz in nazionale si fermò a 103 presenze e 14 reti (l’ultima contro il Galles nell’ottobre ’76). Senza Beckenbauer, i tedeschi si smarrirono, inanellando nella prima fase due pareggi senza reti contro Polonia e Tunisia ed una vittoria di goleada a discapito dei modesti messicani (6-0).

Molto deludente fu anche il girone di semifinale dove la Germania Ovest si salvò per il rotto della cuffia contro l’Italia (prodezze a ripetizione del portiere teutonico, gol sbagliati dagli azzurri e persino un salvataggio di tacco a porta vuota), ottenne un altro pari al cospetto dell’Olanda e finì sconfitta nella sfida contro l’Austria, in una gara decisa in zona Cesarini da Krankl, che a Vienna considerano una pagina indimenticabile nella storia della nazionale austriaca.

“Se ci fosse stato Beckenbauer avremmo fatto più strada”, affermò Sepp Maier al ritorno a casa. Con l’ingloriosa uscita di scena dal mondiale argentino, una generazione di campioni tedeschi imboccava il viale del tramonto calcistico. Schoen lasciò la panchina della nazionale al suo assistente, Jupp Derwall, che guidò i bianchi di Germania fino al 1984. Subito dopo, la nazionale tedesca riabbracciò Franz Beckenbauer come commissario tecnico. Fu l’inizio di una parentesi durata poco meno di sei anni e che ebbe nel 1990 il punto più alto dell’esperienza in panchina del secondogenito di un portalettere e di una casalinga, nato poco prima dell’inizio del Processo di Norimberga. A sedici anni dal titolo mondiale conquistato sul campo, fu lui a riportare la Coppa del Mondo in Germania, questa volta guidando la sua nazionale dalla panchina. Suo padre l’avrebbe voluto avvocato o, in alternativa, geometra. Franz Anton Beckenbauer, invece, scelse il calcio ottenendo la gloria imperitura a colpi di successi e classe cristallina. In campo e fuori: Kaiser per sempre !

  • Testo di Sergio Taccone, autore del libro “Chiarugi non era in fuorigioco” (prefazione di Luciano Chiarugi, Urbone Publishing, 2018).