1962 – David: “Fummo vittime della propaganda”

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La sfortunata spedizione di Santiago 62 raccontata da Mario David: “Era una Nazionale fortissima, anche per via degli oriundi. Tutti ciavevano inserito nelle prime quattro favorite eravamo certi, se non proprio di vincere il titolo, almeno di fare bella figura”


La qualificazione era stata facile. Per la rinuncia della Romania, era bastato eliminare Israele. L’Italia partì per Santiago sicura di poter diventare per la terza volta campione del mondo. Il CT «Giuanin» Ferrari aveva fatto ricorso a tutti gli oriundi, compresi i tre «angeli dalla faccia sporca» Maschio-Angelillo-Sivori, arrivati dall’Argentina, poi ancora Lojacono, infine i brasiliani Altafini (che ai mondiali in Svezia aveva giocato con la maglia carioca) e Sormani. Altafini assicura che quella che in Cile è stata eliminata al primo turno, era una delle più forti nazionali italiane di tutti i tempi. E allora? A ricordarci come andarono le cose ci pensa Mario David, che è rimasto nella storia del calcio come l’attaccabrighe del Cile. Il facinoroso.

«Sono d’accordo – racconta – era una Nazionale fortissima, anche per via degli oriundi. Tutti ci avevano inserito nelle prime quattro favorite eravamo certi, se non proprio di vincere il titolo, almeno di fare bella figura. Invece fummo eliminati subito, perché in Cile ne successero di tutti i colori e perché furono commessi un sacco di errori. Alla guida della Nazionale doveva esserci Helenio Herrera, che invece andò poi in Cile come CT della Spagna. L’allenatore federale Giovanni Ferrari, all’ultimo momento, venne affiancato dal presidente della Spai Paolo Mazza. Herrera però avrebbe dovuto essere sostituito con Nereo Rocco, perché il Milan era campione d’Italia e la Nazionale era formata con il blocco rossonero. Mazza e Ferrari avevano tacitamente accettato le decisioni federali. Poi Rocco, che era già in Brasile per conto del Milan (tornò infatti con “Bongo-Bongo” Germano: n.d.r.) commise l’imprudenza di scrivere una lettera a. Gianni Brera in cui sparava a zero su Mazza e Ferrari. Brera gliela pubblicò su “Il Giorno”, successe il finimondo. Quelli che erano stati criticati da Rocco posero l’aut-aut dissero: se viene lui ce ne andiamo via noi».

– Rocco avrebbe imposto la sua personalità. Forse con lui in panchina le cose sarebbero andate meglio, per lo meno si sarebbe evitato di fare una nazionale all’insegna dei compromessi. Ferrari era offensivista, Mazza difensivista e il capo spedizione Mino Spadacini dava retta soprattutto al direttore della «Gazzetta dello Sport» Gualtiero Zanetti.
«Ma la comica fu che i dirigenti federali non riuscirono a rintracciare Rocco in Brasile. Nereo venne ad aspettarci allo scalo di San Paolo con le valigie, convinto di potersi aggregare alla comitiva. Appena lo vedemmo arrivare ci facemmo incontro noi del Milan per avvisarlo io e Maldini gli dicemmo: “Paron non si faccia nemmeno vedere, è scoppiato un casino della Madonna”, e gli raccontammo tutto. Rocco era stato accompagnato all’aeroporto da Dino Sani ohe si fece un sacco di risate. Mazza e Ferrari insistettero nella loro intransigenza, Spadacini chiamò Rocco in una saletta, gli comunicò la decisione e il “Paron” se ne rimase a San Paolo mogio mogio. Noi ripartimmo alla volta di Montevideo. L’aereo perdeva anche gli alettoni, ricordo che il povero Aldo Bardelli se la faceva addosso dalla paura. Dovemmo passare la notte all’aeroporto di Buenos Aires. Era il primo volo dell’Alitalia a Santiago del Cile. Me lo ricordai per un pezzo».

Sentiamo invece Giovanni Ferrari, l’allenatore della Nazionale, che cos’ha da portare per il suo contributo al revival.
«Sia chiaro – premette – che se l’Italia fu eliminata in Cile, non è colpa mia. Lo dissi allora e lo ripeto oggi. Io non contavo niente. Quando mi venne comunicata la decisione di affiancarmi Mazza, risposi che con me Mazza non avrebbe litigato. In parole povere avrei fatto decidere a lui. Dissi a Spadacini che sapevo benissimo che Mazza non era certo venuto in Cile per ascoltare il sottoscritto, e sapevo pure quali erano i suoi rapporti con Giuseppe Pasquale. E poi io non volevo bruciarmi: l’avevo detto anche al dottor Umberto Agnelli, quando mi aveva affidato la Nazionale: scaduto il mio mandato volevo tornare al settore tecnico. Cioè mi consideravo un istruttore di Coverciano prestato temporaneamente alla Nazionale. In Cile si fece quello che volle Mazza».

– Ci può raccontare perché sparì dalla scena Herrera e dire la verità sul suo litigio con Corso? A Tel Aviv, nel primo tempo, l’Italia perdeva due a zero. L’artefice della riscossa era stato Mariolino, il CT di Israele lo ribattezzò «il piede sinistro di Dio».
«Herrera fu messo da parte per le, come si chiamano? Anfetamine. Corso lo mandai al diavolo perché se lo meritava. Lo convocai a Coverciano per un allenamento, ma gli dissi che avrebbe fatto la riserva. Rispose che se era per non giocare se ne tornava a casa. Io, quando parlo della maglia azzurra, piango. Lui, a diciannove anni, non accettava di fare la riserva. Persi le staffe e gliene dissi di tutti i colori. Se rispose? Ma se non sapeva nemmeno parlare! Spero abbia imparato adesso. Nel premondiale, mentre eravamo in ritiro, andammo a San Siro a vedere Inter-Cecoslovacchia. Segnò un bel gol e passò sotto la tribuna e mi fece il famoso gesto con l’avambraccio. Poi Moratti mi mandò una lettera di scuse».

– Nello scalo di Rio de Janeiro, Mazza confidò ai giornalisti che avrebbe fatto due squadre perché riteneva i giocatori italiani troppo fragili, e quindi non in grado di disputare due partite in tre giorni. Racconta Ferrari:
«Il problema si poneva soprattutto per Rivera, già definito abatino. Ricordo che ne discutemmo con i giocatori. E proprio Maldini, saltò su a dire che Gianni non era assolutamente in grado di giocare due partite di fila. Se lo diceva lui che era suo compagno di squadra, bisognava credergli. Quella fu l’unica discussione alla quale partecipai. Non sono invece al corrente di quello che ha poi raccontato Sivori, l’ho appreso dai giornali».

Sa tutto, però David, testimone oculare: «Fui testimone di quello che ha raccontato Sivori, perché ero nella stessa camera di Omar. Eravamo alloggiati all’Accademia dell’Aeronautica cilena, due per camera, e con il bagno in comune per due alloggi. A fianco di noi, non c’era la stanza di Mazza, come hanno poi scritto i giornali, c’erano Buffon e Radice. La camera di Mazza era proprio sotto di noi, e si sentiva tutto, perché i pavimenti erano in legno. Avevamo fatto 0-0 con la Germania, dovevamo incontrare il Cile. Verso mezzanotte nella stanza del presidente della Spal si decise il destino dell’Italia. Assieme a Mazza, c’erano Zanetti e Annibale Frossi con Peppino Bigogno, che fungevano pure da osservatori. Fu deciso di schierare un’altra formazione contro il Cile. Chiamammo i compagni, vennero tutti in camera nostra, a sentire cosa si decideva nella stanza sotto. A me, l’ingresso in squadra contro il Cile l’aveva annunciato proprio Zanetti. L’avevo incontrato sulle scale della tribuna dopo la partita con la Germania, e mi aveva detto: forza che adesso tocca a te. Pur andando contro il mio interesse, gli dissi subito che, secondo me, era assurdo cambiare la squadra che contro la Germania era andata bene».

– Lo zero a zero con la Germania è stato interpretato in vari modi, Brera ha scritto che l’Italia doveva vincere, che Sivori si era mangiato una palla-gol di Rivera, che Sepp Herberger aveva giocato con due liberi.
«Mi convinco sempre di più che la critica italiana analizza la partita in base al risultato, non secondo quello che è successo in campo. Szymaniak ogni tanto arretrava a chiudere, ma è normale. Anche Bettega spesso è alle spaile di Scirea, eppure non credo si possa sostenere che la Juventus gioca con due liberi. La Germania era una bella squadra (oltre a Szymaniak vennero poi in Italia Haller, Brulls, e Schnellinger) occasioni ne avemmo noi come loro. E il pareggio fu giusto».

– Poi contro il Cile si cambiò la squadra per sei undicesimi, si scatenò Lionel Sanchez, successe il finimondo.
«Il bello che ancor oggi si ricordano i pugni del Cile. Ma quali pugni? Noi non li abbiamo dati, li abbiamo presi. Sanchez ruppe il naso a Maschio, a me rifilò un cazzotto. Il povero Ferrini aveva tentato di tirare un pedatone a Sanchez, ma non l’aveva preso. Quindi noi italiani fummo le vittime, non certo gli aggressori».

Gli Azzurri soccorrono Humberto Maschio

Prende la parola Ferrari: «Io ero già stato in Cile per le questioni logistiche assieme all’addetto stampa della Lega, Gigi Scarambone, abilissimo a curare le pubbliche relazioni. Aveva distribuito distintivi e gagliardetti, si era fatto amici tutti i cileni. E anche l’accoglienza all’aeroporto era stata cordiale. Poi una sera, a Santiago, seppero dal figlio dell’ambasciatore a Roma che un giornale fiorentino aveva scritto cose antipatiche sul Cile, descritto come un paese di morti di fame e tirando in ballo le prostitute minorenni. Lo scandalo venne immediatamente ripreso da 21 stazioni radio TV. Ci inimicammo tutto il Cile, in pratica non potemmo più uscire dal nostro ritiro, li avevamo tutti contro».

– Si ebbe l’impressione che i cileni sfruttassero ad arte l’inchiesta che Corrado Pizzinelli aveva pubblicato su La Nazione di Firenze e Il Resto del Carlino di Bologna e i reportages di Antonio Ghirelli sul Corriere della Sera perché eravamo nello stesso girone del Cile e dovevano pur farci fuori in qualche modo. Per lo stesso motivo avevano orchestrato una campagna di stampa contro l’Italia che schierava gli oriundi. Sanchez provocò Maschio dicendogli: «Tu che ci fai qui? Dovresti essere a Rancagua, dove gioca l’Argentina». Mazza fu sul punto di sacrificare gli oriundi, però disse: e se poi perdiamo dalla Germania, cosa dicono in Italia?

Sentiamo i vostri ricordi. Ferrari: «A me meravigliò la reazione di Maschio che nel campionato italiano era un tipo tranquillo e non reagiva mai. Non me lo sarei aspettato, non l’ho mai capito bene». David, aggiunge: «Certo, a loro la provocazione faceva gioco e faceva gioco anche ai tedeschi, la cui colonia a Santiago era molto più nutrita di quella italiana. Al ritorno in Italia andai a leggermi l’articolo di Ghirelli, era bellissimo. Faceva del colore, come si può fare descrivendo Napoli. Ma del Cile non raccontava solo le cose brutte, metteva in risalto anche quelle belle. Gli articoli di Ghirelli e Pizzinelli furono rilanciati in Cile dalle agenzie di stampa tedesche, che proprio per la strumentalizzazione di cui dicevo riportavano i brani che servivano alla loro causa, solo le frasi contro i cileni. Brera ha scritto che i dirigenti italiani avevano rifiutato un arbitro spagnolo ritenuto amico dei cileni, ma non lo so. So soltanto che Cile-Italia fu diretto da Aston, che lo stesso Brera ha poi definito una “ineffabile carogna inglese” e io sono perfettamente d’accordo con lui. Ho letto in un’intervista di Altafini al Corriere dello Sport, che sarei stato io a scatenare la baruffa in campo. Si vede che quel giorno José era ubriaco, e magari si era sbronzato perché non doveva giocare».

– Appunto, Sivori racconta che in quella famosa notte, avevate sentito di Sormani centravanti. Pare che poi si sia impuntato Spadacini dicendo che per battere il Cile i gol di Altafini erano indispensabili.
«Secondo me tutto è nato da un equivoco, provocato dalla vittoria della Nazionale B contro l’Ungheria a Bari mentre la Nazionale A aveva vinto contro il Belgio. Mazza si era persuaso di avere due nazionali altrettanto forti e quindi di poterle alternare. Noi del Milan avevamo vinto il campionato e alla grande, quindi la soluzione più logica sarebbe stata quella di puntare sul blocco del Milan. Ma la scelta allora avveniva in base a simpatie e antipatie. In porta del Milan c’era Ghezzi, ma per il Cile venne scelto Buffon. Si era poi fatto male Trapattoni e Radice, che giocava al mio fianco come terzino, era stato spostato nella mediana. Contro la Germania, nel blocco del Milan venne inserito Losi, e tutto questo era assurdo. Anche ammesso che Losi fosse più bravo di me (ma non lo era) dovevo essere preferito io che ero affiatato con gli altri difensori. Ricordo che Sivori era incavolato perché non gli avevano fatto portare dietro il suo massaggiatore personale, Spialtini. Se ne stava tutto il giorno in camera con i piedi a bagno in una bacinella piena di tintura di iodio e l’immancabile sigaretta in bocca. Quella notte captammo che avrebbe giocato Sormani e rammento che al momento del pranzo gonfiando il petto Jose disse: “Peccato, perché oggi mi sentivo in gran forma”. Era una semplice battuta, ma l’andarono subito a riferire a Mazza, che la prese sul serio, si avvicinò a Sorniani che era già a tavola per comunicargli che non avrebbe più giocato».

– Racconta con esattezza quello che avvenne sul campo, in quella tragica partita.
«Te l’ho detto: le buscammo e facemmo la figura di quelli che menano. Il famigerato Sanchez ruppe il naso a Maschio e l’arbitro non gli disse nulla. Mandò invece via Ferrini che tentò di vendicare Maschio, tirando un pedatone a Sanchez ma senza colpirlo. Io intervenni duro su Sanchez che non voleva mollare la palla che gli era stata passata dal portiere Escuti e la teneva con le due gambe. Per colpire la palla, colpii anche lui. E lui rialzandosi, mi mollò un cazzotto, ma l’arbitro fece finta di nulla. Dopo feci un’entrata a gamba tesa su Sanchez ina in azione di gioco e lo colpii alla spalla, però lo spudorato Aston mandò via anche me. Rimasi a vedere la partita dal sottopassaggio e ti posso assicurare che anche in nove avremmo resistito se nel finale (Ramirez e Toro segnarono negli ultimi minuti) Mattrel non avesse preso due gol da pollo. Losi dice che poi l’Italia batté la Svizzera per 3-0 con la squadra che aveva pareggiato con la Germania a dimostrazione che quella era la formazione giusta, ma quella, ormai, era una partita che non contava più: eravamo già stati eliminati, tant’è vero che fecero esordire il giovane Bulgarelli per lanciarlo in campo internazionale».

– Il Cile di Sanchez ti costò caro. Uscisti per sempre dalla Nazionale.
«Non so cosa successe al ritorno in Italia perché rimasi in Sud America con il Milan. Ma mi aspettavo di diventare un capro espiatorio. Non pensavo però di essere presentato come un provocatore. Ricordo che vinsi una causa con L’Espresso sul quale Manlio Cancogni mi aveva additato al pubblico disprezzo. Fu facile aver ragione, perché nella foto si vedevano sulle maglie i numeri undici: quindi ad azzuffarsi con Sanchez era stato Menichelli, non il sottoscritto. L’avvocato Enrico Sbisà della Lega, mi fece dare un milione e qualcosa. Offrii la cena e facemmo pace, ma l’etichetta del Cile non me la sono più levata di dosso. Sarebbe ora di ristabilire la verità, una volta per sempre. Avevo esordito in Nazionale a Vienna, nell’ultima partita di Foni, ma dopo Santiago venni messo in disparte, bollato con quel marchio. E almeno avessi menato Sanchez! Forse si confondono con il cazzotto di Pascutti in Russia e affibbiano tutto a me!».

– Cos’altro ricordi di quell’avventura in Cile? E come ricordi il Cile?
«Del Cile non vedemmo molto perché ci limitammo a fare un salto a Rancagua, a vedere Argentina-Ungheria. Quindi conoscemmo solo Santiago che è una grossa città e come tutte le metropoli ha cose belle e altre meno belle. Di fatti curiosi, o meglio sconcertanti, ricordo che un giorno Mazza chiamò Maldini, Buffon, Radice e il sottoscritto e ci disse: ragazzi, se avete bisogno facciamo venire delle ragazze qui al centro. E ricordo anche che Pascutti appena sentì dire che arrivavano le ragazze si precipito già dalla camera in pigiama…».