CABRINI Antonio: una storia bianconerazzurra

Le sue stagioni più autentiche, i suoi giorni magici, rimangono legati ai colori bianco, nero e azzurro, quelli di una vibrante epopea che seppe portare il calcio italiano ai vertici del mondo

Quella di Antonio Cabrini, nel corso degli anni, è stata per il nostro calcio una presenza discreta. Il protagonismo sottovoce condiviso da un nucleo di campioni innanzitutto di stile: quel fascio di giganti in bianconero che si chiamavano Scirea, Tardelli, Zoff, Bettega, Gentile, Cabrini (appunto) e via furoreggiando. Ma sempre in silenzio, o quasi. Gente più da campo che da microfono, gente tutta sostanza e poche chiacchiere.

Cosi, alla fine, nel momento di stilare il bilancio della carriera di Antonio Cabrini, vien fuori che di parole ne ha dette poche, pochissime. Diciamo lo stretto indispensabile, nell’era della comunicazione spinta e della critica pallonara sezionata a gradi di giudizio, naturalmente social.

Le sue stagioni più autentiche, i suoi giorni magici, rimangono legati ai colori bianco, nero e azzurro, quelli di una vibrante epopea che seppe portare il calcio italiano ai vertici del mondo: le due appendici in rossoblù bolognese a fine carriera hanno aggiunto poco, anche se la serena serietà di cui ha condito quest’ultima avventura, accarezzando il tramonto agonistico ma respingendolo a colpi di classe e di orgoglio non hanno fatto che irrobustire ulteriormente la sua piccola leggenda.

Già, perché è stato campione amatissimo, il bel Cabrini, divo controvoglia nella gioventù, presto rapito dal matrimonio a un universo femminile in delirio, ma soprattutto gran giocatore: insomma, campione vero, esaltato innanzitutto dalle prodezze sul campo di calcio e poi per il gentile aspetto.

Nacque al calcio a Cremona, da una famiglia di solide radici contadine e di altrettanto solido benessere. Imprenditore agrario a Castelverde, a due chilometri da Casalbuttano, papà Vittorio alleva il figlio alle certezze della natura e anche nella scelta della scuola (l’istituto agrario) si riflette una mentalità votata alla serena ricchezza dei campi.

Il ragazzino, però, più che sui banchi ci sa fare sul terreno di gioco: ala mancina di ottima tecnica, si segnala nelle file della squadra parrocchiale e poi del Csi Casalbuttano. A quattordici anni entra nelle giovanili della Cremonese e le sue prodezze di attaccante vengono parzialmente interrotte quando l’allenatore Nolli gli consiglia di arretrare in terza linea, terzino di fascia. Un difensore sui generis, naturalmente, che scopre subito una vocazione tutta particolare: l’agilità e il senso del tempo gli consentono di marcare qualunque attaccante, ma l’istinto lo porta a ricalcare le orme originarie, spingendosi verso l’area avversaria a riscoprirsi uomo d’attacco, dall’innato senso del gol. Il campione nasce proprio da questa felicissima sintesi tra le due primarie esigenze del gioco.

Finale Torneo Allievi 1972: Canrini incrocia Paolo Rossi

Quando, nel 1972, vince il Torneo Allievi a Cremona trasformando il rigore decisivo, si ferma una fotografia carica di suggestioni. Intanto, è il suo primo successo vero, che ricorderà sempre come il più genuino e felice («È stato il momento più… vittorioso della mia vita: non ho più provato quella gioia assoluta, di sentirmi padrone di qualcosa soltanto mio; le gioie successive sono state da professionista»).

Poi, ci sono i segni premonitori della sorte: l’avversario di quella finale si chiama Juventus, e al piccolo Antonio tocca di marcare un’ala destra che sembra uno scricciolo, tutto dribbling e scatti: Paolo Rossi. La Cremonese lo fa esordire in prima squadra (Serie C) a sedici anni: l’allenatore è Battista TittaRota, il ragazzino è un’anguilla che convince presto dei suoi numeri. L’anno dopo è titolare (ventisei presenze, due reti) e la Juve, nell’estate del ’75, lo fa suo, lasciandolo per un anno in prestito all’Atalanta, in B; a diciotto anni, il timido esordiente non conosce la paura: confeziona una stagione capolavoro, coi galloni da titolare e la personalità inconfondibile di chi è destinato ad andare lontano.

L’istituto agrario può attendere, la Juve a diciannove anni è un’emozione intensa, che può ipotecare il futuro. L’incontro col presidente Boniperti si risolve in un monologo del suo nuovo datore di lavoro:

Con i nerazzurri dell’Atalanta, 1976

«Il presidente mi accolse con uno dei suoi proverbiali sorrisi. Mi indicò una fotografia del Perugia incorniciata sulla sua scrivania: “La vedi questa squadra?” esordì con aria vagamente minacciosa “È quella che ci ha fatto perdere lo scorso campionato. Deve servire di monito, per tutti, vecchi e nuovi. Resterà qui finché non riporterete lo scudetto sulle vostre casacche. Si viene alla Juventus soltanto per vincere, il resto non conta. Un secondo posto vale quanto l’ultimo“».

È una Juve subito vincente, la Juve rabbiosa del Trap che sostiene un estenuante braccio di ferro col Toro di Radice e alla fine lo piega con un punteggio record: l’indimenticabile 51-50 che segna una supremazia cittadina addirittura schiacciante sul resto del lotto. Ecco, Trapattoni e Cabrini sono arrivati insieme in bianconero, un altro segno del destino per un’intesa che scocca immediata, tra due uomini impastati di concretezza e tenacia, figli di una identica mentalità vincente.

Antonio esordisce in A contro la Lazio, nel febbraio ’77: è un comodo 2-0, lui gioca fin dall’inizio e piace subito per la sua sicurezza. Ma dovrà accontentarsi di sette presenze appena, difficile farsi largo quando la coppia di terzini che ha davanti, CuccuredduGentile, è un’autentica colonna di calcestruzzo. Fa in tempo tuttavia a estrarre gli artigli, sbloccando il 10 aprile, al terzo della ripresa, il match di Firenze coi viola e ricevendo così il battesimo del gol nella massima serie.

Con la Juve esordio nel febbraio 1977

Altri esordi segnano questa prima, premonitrice stagione: il 2 marzo subentra a Morini (al 60’) nell’incontro contro il Magdeburgo in Coppa Uefa, trofeo che a fine stagione la Juve si aggiudica per la prima volta. E, soprattutto, il bianconero chiama l’azzurro, un colore decisivo, nella carriera del campione: lo adotta l’Under 21 di Azeglio Vicini, sin dalla sfortunata apertura stagionale (Fiume, Jugoslavia-Italia 5-0) e Cabrini diventa il terzino che piace, la scintillante continuazione di Giacinto Facchetti, un’ala prestata alla difesa che mirabilmente sa coniugare i compiti difensivi e quelli offensivi in un calcio in via di rapida evoluzione.

Proprio l’Under 21 sarà il suo passaporto per la gloria: quando il virile Enzo Bearzot, c.t. della Nazionale, si invaghisce del terzino coi riccioli e dalla grinta tutt’altro che leziosa, Cabrini fa ancora la riserva nella Juve, ma all’uomo con la pipa poco importa. Lo getta nella mischia nell’aprile del ’78 nella Sperimentale, poi lo inserisce nei 22 per i Mondiali di Argentina. Sacrilegio!

Il ragazzino non ha ancora compiuto ventun anni e, soprattutto, è panchinaro nella sua squadra di club: i bianconeri hanno vinto lo scudetto quasi senza di lui, che ha messo insieme appena otto presenze intere, più sette spezzoni come subentrato. Eppure…

Tra mille polemiche, l’armata Brancazot sbarca direttamente dalle miserie terrene alla luna di Mar del Plata: il 2 giugno incrocia i ferri con la Francia del giovane Platini dispiegando due armi a sorpresa: il terzino Cabrini e il centravanti del Vicenza Paolo Rossi, i due avversari di quel lontano campionato Allievi. Finisce in gloria, perché la pipa del destino ha visto giusto: e i ragazzi con la valigia piena di fischi sfioreranno addirittura la vittoria iridata.

Cabrini e Rossi nella calda estate 1978

Cabrini però il Mondiale lo vince davvero: quello della popolarità. È proprio in quell’estate di sogni coltivati lungo rotte notturne che esplode il mito del «bell’Antonio»: l’Italia al maschile apprezza il terzino sinistro votato come il migliore dell’intera rassegna mondiale, quella al femminile non sa resistere ai riccioli e al faccino da attore che interpreta così esaltanti gesta.

«Mi si appiccica addosso una popolarità inaspettata e per certi versi fastidiosa: comincia quella fase della mia vita in cui divento bersaglio di un “attenzione morbosa”. Il Cabrini calciatore interessa poco: si vuole setacciare il Cabrini uomo, fidanzato, bello o belloccio. La stampa rosa si scatena, attribuendomi continui amori, nuovi e travolgenti flirt. Storie inventate di sana pianta: mi ritrovo su copertine patinate “legato sentimentalmente” con soubrette o attrici che non ho mai visto, nemmeno al cinema. Quotidianamente ricevo centinaia di lettere: tutte di ragazze. Mi chiedono in sposo, vogliono consigli, pretendono visite a domicilio, implorano un bacio. Alcune missive sono divertenti, altre mi lasciano col fiato in sospeso, in crisi per intere giornate. Una ragazza minaccia di suicidarsi se non divento il suo fidanzato: il tono delle parole usate è sconvolgente. Le manie e le fobie del prossimo mi condizionano, mi infastidiscono: non riesco più a uscire di casa senza suscitare curiosità, senza essere guardato dalla cima dei capelli alla punta dei piedi. Mi sento osservato, inseguito, scrutato. Una vita assurda. E io che sono sempre stato contro il divismo, i miti e gli eroi… Ricerco la solitudine, mi chiudo in casa, Casalbuttano diventa il covo ideale per ritrovare me stesso, la mia identità».

Dalle ultime lettere ad Antonio Cabrini ai dolori del giovane terzino il passo è breve: compresso dal peso di una popolarità eccessiva quanto non voluta, il novello campione smarrisce le proprie strade e il Trap lo cura con una robusta iniezione di panchina, un farmaco che produce effetti benefici solo a patto che il paziente (in tutti i sensi) possieda carattere e attributi. Complice la perseverante fiducia di Bearzot, il bell’Antonio supera il trauma della gloria ed entra in quell’orbita di splendida normalità che contraddistingue i campioni oramai in piena sintonia col proprio ruolo e con le aspettative del pubblico.

Con Claudio Gentile si costituisce una coppia di terzini destinata a entrare nella storia del calcio e la Juve va, dando vita a un periodo di straordinaria fecondità tecnica, di cui proprio la straordinaria continuità di Cabrini rappresenta uno dei più significativi emblemi.

Cabrini con Consuelo Benzi

Finché anche i sogni dell’universo femminile svaniscono sotto i colpi di una bionda ragazza romagnola: si chiama Consuelo Benzi, il classico colpo di fulmine la porta all’altare col bell’Antonio il 20 luglio 1981, a Cannuzzo di Cervia. Si tratta di un menage che col tempo si rivela perfetto, così scoraggiando le legioni di ammiratrici, costrette a soffrire in silenzio o a dirottare altrove i propri sospiri: la grafomania al femminile, da quella torrida estate ’81, subisce un durissimo colpo.

Passano le stagioni, la Juve del Trap e la Nazionale di Bearzot, che proprio al serbatoio bianconero attinge con generosità, vanno a braccetto. Nell’82, l’apoteosi spagnola consegna alla storia del calcio lo squadrone degli umiliati e offesi, il delitto (della critica) subisce il castigo più inatteso, con la conquista del titolo iridato. Impeccabile come sempre, Cabrini gioca un ruolo fondamentale anche a livello psicologico, aiutando Paolo Rossi, da pochissimo uscito dal lungo letargo della squalifica, a ritrovare se stesso: e naturalmente tra i cronisti c’è chi non resiste alla tentazione, avanzando un’ipotesi che vorrebbe essere maliziosa sul legame tra i due juventini di ferro e invece finisce solo col destare sospetti sull’eccesso di fantasia erotica dell’estensore.

Insomma, finisce in gloria e la galoppata in azzurro si mescola con quella in bianconero, ormai senza soluzione di continuità. Il decennio magico di Trapattoni, di cui Cabrini è uno dei protagonisti in primo piano, porta sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea, una Coppa Intercontinentale e un Mundialito Clubs.

Alla patria bianconera offre ben due interventi alle ginocchia: nell’autunno dell’82, quando gli viene asportato un menisco del ginocchio destro, e nel marzo 1987, quando subisce l’asportazione completa del menisco e la ricostruzione del legamento crociato del ginocchio sinistro. Il recupero è pari alle attese in entrambi i casi, ma il logorio dopo i trent’anni comincia ad affiorare nel guerriero di tante battaglie.

Così, per evitare il declino, nell’autunno dell’87 giunge la clamorosa, inattesa rinuncia alla Nazionale: è l’8 novembre, la domenica che anticipa le convocazioni per ItaliaSvezia, il match di Napoli decisivo per
la qualificazione agli Europei in Germania. «Antonio» gli telefona il c.t. Vicini «io ti chiamo per la partita di Napoli, però stavolta sto pensando di far giocare Francini». Un gesto di riguardo per il grande campione, che reagisce prendendo una decisione immediata: «La ringrazio, mister, comprendo le sue esigenze, ma allora è meglio che io rimanga a casa, così può portare avanti il suo programma, senza problemi. Tanto sa che io polemiche non ne faccio». Con questo colloquio telefonico, ricostruito dai cronisti, si concretizza la «grande rinuncia»: Cabrini lascia l’azzurro dopo aver collezionato 73 presenze e 9 reti, record di marcature tra i difensori azzurri, oltre a un Mondiale indimenticabile.

Juventus-Napoli 3-1, stagione 1987/88

Il sipario comincia a calare anche in bianconero quando alla Juve arriva il vecchio amico Dino Zoff: la coesistenza con De Agostini, suo erede naturale, è difficile; il campione deve accontentarsi di tanta panchina. Finisce che si stanca, rinuncia ai propositi di chiudere in bianconero e in estate lascia Madama per andare a mordere il declino a Bologna: due stagioni sul filo dell’out, a coltivare l’antico amore per il gioco, levigando le ruggini con i lampi della classe antica. Se il fisico non risponde sempre al meglio, il vecchio campione sa ancora come domare il tempo e la nostalgia dei ricordi.

Al termine della stagione 1990/91 l’eroe lascia senza stanchezza, col lieve sorriso sulle labbra che ne ha accompagnato e scandito la carriera: lascia con discrezione e con un amore per il calcio che rimane intatto, proprio come la sua classe, spesa fino all’ultima giornata.