CESARE MALDINI – febbraio 1975

Il futuro allenatore della Nazionale Cesare Maldini è chiamato dal Foggia, serie B, a risollevare le sorti della squadra… non sarà facile

…ed è subito sconfitta

FOGGIA – Primi giorni di Maldini col Foggia. Giorni di tuta, di sudore, di impegno. Gli è toccata una panchina «scomoda». Una panchina che a Toneatto, purtroppo, è rimasta stretta. Cesare — è il suo nome… imperiale — ha attraversato, sia pure a ritroso, il Rubicone, scendendo al di qua della «linea gotica» per ottocento chilometri e passa. Un viaggio anch’esso «scomodo» e «sudato»?
«Perché — dice — dovrebbe essere così. Se lo avessi fatto… a piedi, pazienza. Sono invece venuto giù con un confortevole e veloce “rapido”. Non me ne sono neanche accorto». E’ con questa battuta scherzosa che si rompe ili ghiaccio del dialogo ed il colloquio si riscalda.
«E’ evidente — aggiunge subito — che per uno che intende riuscire nel suo “mestiere” non si possono fare questioni di latitudine. Oltretutto un treno si prende solo quando si ha la volontà di prenderlo».
La «sua volontà»: è lo scudo sicuro per il primo impatto col Sud. Per il resto quasi non gli sembra di aver fatto tanti chilometri. La maglia è la stessa. Qui ritrova vecchi amici: Lodetti, Golin; ritrova l’entusiasmo di tempi ancora di ieri…

«Se non fosse – continua – per questo bel sole che sa tanto di primavera, giurerei di essere ancora al Milan».

Il Milan. Lo ha servito per quasi vent’anni, fedelmente. Gli sembra di non averlo lasciato mai. A sentirlo parlare si ha proprio questa impressione.
«Non è squadra – s’infervora – che doveva prendere tre gol dalla Lazio, via! E’ stato un bagno… fuori stagione».

– Tuttavia, cosa lo frena?
«Gli manca qualcosa. Gli manca alle spalle un Maldera: un uomo che faccia blocco e che allo stesso tempo spinga il gioco. Diciamo una specie di tromba che in certi momenti serve a dare la carica. Ma il campionato non è ancora finito».

Il campionato. Per Maldini c’è sempre il Milan che può dire la sua. Ma, chi lo vince?
«Fino a qualche giorno fa – riprende – sembrava un feudo di conquista della Juve. La Lazio ha mischiato di nuovo le carte. Questo è bello ed interessante perché c’è tutto da giocare. Fino all’ultima mano. Perciò lo vince chi finirà… primo in classifica».

– Tutto da giocare, lei dice. Ma, in campionato si gioca?
«Non drammatizziamo. Occorre superare, è vero, un momento piuttosto incerto, di transizione. Ma, riconosciamolo, il nostro calcio non è tutto da buttare come certe critiche troppo aspre potrebbero far credere».

– Perché?
«La storia calcistica è sempre stata composta da cicli. Talvolta ad un ciclo buono ne succede uno migliore. Ma può accadere anche il contrario. Adesso siamo al “cosi-così”. Occorre aver pazienza, aspettare. Anzi, sapere aspettare».

– Senza bisogno degli stranieri?
«Senza. Perché un talento “estero” per ogni squadra non potrà mai fare scuola ed insegnare seriamente qualcosa. Tuttalpiù potrà soltanto servire per lo spettacolo».

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– E per la Nazionale?
«Stessa musica. Siamo in pieno rinnovamento. Inutile mettere a bollire le polemiche. Bisogna pazientare. Oppure vogliamo far tutto con un colpo di bacchetta magica?»

– Oltretutto non è più tempo di stregoni…
«Ecco. Anche in questo il calcio va rinnovandosi. Quella degli allenatori giovani la chiamano la “nuova frontiera”. Facciamoli… lavorare».

– Potranno, anzi potrete dire una parola diversa?
«Spero di sì. Anche il mestiere di tecnico è cambiato. Si deve adattare ai tempi. Oggi il rapporto allenatore-giocatori è diverso. Non è più affrontato coi sistemi di una volta».

– Cosa c’è di nuovo?
«Adesso il professionismo nel calcio è pieno ed autentico. Non solo. Ma un calciatore a 18 anni ha già la maturità per ogni tipo di discorso. Una squadra, quindi, diventa equipe nel vero senso del termine».

– Anche nel senso di una «conduzione collegiale»?
«Questo no, intendiamoci. Ma è certo che oggi un allenatore non è più il caporale che comanda 18 o 20 soldatini».

– Perciò i «vecchi» sono quasi tutti sulla «china»?
«Per tutti arriva il tempo del tramonto. E’ una legge naturale. Resistono quei “grandi” che hanno capito in tempo che bisognava modificare qualcosa».

– Rocco, però, viene contestato dai «bambocci» della Fiorentina…
«Di Rocco ce n’è uno solo. E’ fatto alla sua maniera. Bisogna capirlo».

– Allora, questi tecnici giovani…
«Mi pare che ce ne siano parecchi in gamba. D’altra parte la scuola di Coverciano è una cosa molto seria. Gli altri ce la invidiano».

– Come intende guidare il Foggia?
«Coi miei sistemi, ovviamente. Ciascuno avrà modo di rendersene conto col tempo e di giudicarli. Spero, sinceramente, di non deludere».

– Sarà un compito facile?
«Nessun impegno è scontato in partenza. Bisogna applicarsi e lavorare. La volontà di riuscire è alla base di tutto».

– Fino a che punto conosce il campionato di B?
«Diciamo che nel periodo… di vacanza non me ne sono stato in ozio. Ho girato, ho visto. Mi sono passate sotto gli occhi tutte le squadre cadette meno una: la Reggiana».

– Ha già preso piena conoscenza del suo «materiale»?
«Lodetti e Golin già li conoscevo. Pirazzini, Trentini e qualche altro li avevo visti giocare altre volte o ci avevo giocato contro. Degli altri ho già ricavato una sufficiente impressione. Ma diamo tempo al tempo. Ci sono un sacco di guai, di infortunati. Non corriamo».

Il colloquio termina. Si avvicina Nocera, non dimenticato «cannoniere» di un tempo. «E questo qui lo conosce?» chiediamo per celia.
«Altro che – risponde ridendo Maldini – era un “brocco” di quelli!». Finisce con un’altra battuta scherzosa. Proprio come era cominciato.

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Il FOGGIA 1974-75