Il Bari caduto in serie C1 ha un obiettivo: risalire subito. Invece fa molto di più: elimina Juventus e Fiorentina in Coppa Italia, arrivando dove nessuna squadra di terza serie era mai arrivata.
Per il Bari, l’estate del 1983 porta con sé il peso della retrocessione dalla serie B, un fallimento sportivo che lascia la piazza ferita e la tifoseria in fermento. Al vertice della società si consuma un avvicendamento familiare: Vincenzo Matarrese rileva la presidenza dal fratello Antonio, affiancato dal nuovo direttore sportivo Franco Janich al posto di Carlo Regalia. La missione dichiarata è una sola: tornare subito in cadetteria. Per la panchina viene scelto Bruno Bolchi, soprannominato “Maciste” per la corporatura imponente e il carattere pacato, un uomo che da calciatore aveva indossato la maglia dell’Inter di Helenio Herrera.
La rosa viene rivoluzionata: arrivano il regista Antonio Lopez, detto “Totò”, barese doc che rientra nella sua città dopo un decennio di peregrinazioni, il portiere Paolo Conti, già protagonista con la Roma e con la Nazionale, il difensore Alberto Cavasin e l’attaccante Gabriele Messina, bomber di categoria proveniente dal Modena che aveva già lavorato con Bolchi all’Atalanta. Completano il mosaico il giovane Angelo Terracenere, destinato a un futuro da bandiera nel Bari di serie A, il centrocampista Franco Baldini, che gli anni avrebbero reso celebre come dirigente, e Giovanni Loseto, prodotto del vivaio e cuore pulsante del gruppo.
Nel girone delle aquile

Come da regolamento, la Coppa Italia prende il via in piena estate. Il Bari finisce nel girone 2 con Juventus, Lazio, Taranto, Perugia e Catanzaro. Eppure i galletti si fanno subito notare. Il 21 agosto, nel derby allo Iacovone di Taranto, De Trizio firma l’1-0 a cinque minuti dalla fine. Tre giorni dopo, al Della Vittoria, la sfida con la Juventus di Trapattoni produce una partita che rimarrà negli annali: il Bari vola sul 2-0 con una doppietta di Messina e regge fino all’85’, quando Cabrini riapre la gara. Al 90′ è Platini a completare la rimonta. Seguono tre pareggi a reti inviolate — con Perugia, Lazio e Catanzaro — che bastano per chiudere il girone a quota 6 punti, gli stessi della Juve, e guadagnare il passaggio alla fase a eliminazione diretta.
Il campionato di C1 conferma le credenziali del gruppo: la coppia Messina-Galluzzo funziona a pieno regime, Bolchi costruisce una macchina compatta e affamata che al giro di boa comanda la classifica con tre punti di vantaggio sul Taranto.
A Torino nasce il mito

L’8 febbraio 1984 il calendario rimette il Bari di fronte alla Juventus, stavolta in eliminazione diretta. L’andata si gioca al Comunale di Torino: un mercoledì pomeriggio gelido, meno di diecimila spettatori. Dall’altra parte del campo ci sono Platini, Boniek, Paolo Rossi, Gentile, Scirea, Cabrini — l’aristocrazia del calcio europeo. Al 27′ però succede qualcosa: Gentile sbaglia un appoggio, Cavasin intercetta e serve Messina, che brucia Tacconi con un rasoterra preciso. 1-0 Bari. La Juve pareggia al 65′ con Scirea, ma allo scadere — al minuto 90, un orario che diventerà il marchio di fabbrica di quella squadra — Lopez si presenta solo davanti a Tacconi e lo supera con un tocco morbido. 2-1 a Torino.
Nello spogliatoio, subito dopo il triplice fischio, accade qualcosa di straordinario. Lopez lo ha raccontato anni dopo a gianlucadimarzio.com: “Eravamo negli spogliatoi e sentivamo le urla di Trapattoni nel loro spogliatoio, quando a un certo punto bussano alla nostra porta: era lui, Le Roi in persona, che ci fece i complimenti per come avevamo giocato e tirandomi le orecchie, mi disse scherzosamente: ‘Quel gol dovevo farlo io'”. Il “Le Roi” era Michel Platini. Lopez ha aggiunto: “Io mi inginocchiai letteralmente ai suoi piedi, era una divinità calcistica per me”.
Il ritorno si gioca il 22 febbraio al Della Vittoria: un record assoluto per lo stadio, con oltre 39.000 spettatori stipati in ogni angolo e un incasso di 476 milioni di lire. La Juventus schiera il meglio del suo arsenale, ma è ancora Messina a colpire per primo, su rigore al 22′. I bianconeri reagiscono con la classe dei campioni: Platini pareggia al 54′, Tardelli, entrato nella ripresa, firma il sorpasso all’80’. Supplementari a un respiro di distanza. Ma al 90′ — ancora quel minuto fatale — l’arbitro Redini di Pisa concede un rigore al Bari per un intervento di Scirea su Lopez. Sul dischetto si presenta lo stesso capitano biancorosso. Non sbaglia. 2-2: la Juventus è fuori, una squadra di serie C l’ha eliminata dalla Coppa Italia.
Messina, intervistato da Repubblica, ha sintetizzato lo spirito di quei giorni con una frase che vale più di mille analisi tattiche: “Eravamo degli incoscienti. A ripensare ancora oggi a quelle vittorie, mi vengono i brividi”.

Fiorentina al tappeto
Il formato della coppa regala al Bari una lunga pausa: i quarti si disputeranno solo a giugno, a campionato concluso. Nel frattempo la squadra di Bolchi completa l’opera in C1: il girone di ritorno porta alla promozione matematica alla penultima giornata, il 27 maggio, con il 3-1 casalingo sul Benevento. Messina chiude con 12 gol in campionato (18 complessivi con la coppa), Galluzzo a 11. La serie B è riconquistata — e l’anno seguente Bolchi completerà il miracolo portando il Bari direttamente in serie A, a quindici anni dall’ultima partecipazione.
Ma prima c’è la coppa, e il gruppo ci arriva carico di una spensieratezza che solo chi non ha più nulla da dimostrare può permettersi. Il 7 giugno, all’andata dei quarti, la Fiorentina di Passarella, Antognoni e Oriali si presenta al Della Vittoria. Dopo soli quattro minuti Messina sblocca il risultato con quello che lui stesso, parlando con Telebari, ha definito il gol più bello della sua carriera: “Un micidiale colpo di testa, finito sotto l’incrocio dei pali”. Oriali pareggia nella ripresa, ma a cinque minuti dal termine Galluzzo riporta avanti i suoi: 2-1.
Al Franchi, tre giorni dopo, Passarella firma il vantaggio viola dopo un quarto d’ora. Ma il Bari ha ormai sviluppato una resistenza psicologica fuori dal comune: al 25′ il difensore Guastella pareggia, e al 66′ il centrocampista Acerbis segna il gol che manda i pugliesi in semifinale. A fine partita, Oriali — campione del mondo nel 1982 — si congratula con l’intera squadra biancorossa. Lopez lo ha ricordato con emozione: “Lele Oriali, uno che aveva sollevato la coppa più importante, si congratulò con tutto il Bari, spiegando che avevamo meritato il successo”.
Tra le curiosità di quel doppio confronto, Lopez ha raccontato anche un aneddoto con Passarella: “All’andata, a fine partita, Passarella mi si avvicinò con fare minaccioso, promettendomene al ritorno. A Firenze, pronti via e mi fa volare di cinque metri con un tackle duro: ne venne fuori una rissa da saloon”.

Il muro gialloblù
Tra il Bari e la finale c’è il Verona di Osvaldo Bagnoli, una formazione in piena ascesa che l’anno successivo avrebbe conquistato lo scudetto — il primo e unico della storia scaligera. Nell’altra semifinale, la Roma affronta il Torino.
Il 13 giugno il Della Vittoria torna a riempirsi, ma il Verona si presenta con un piano tattico studiato nei minimi dettagli. Non concede spazi, colpisce con cinismo: Jordan e Iorio segnano nel primo tempo. Al 63′ Galluzzo riaccende la speranza, ma la partita finisce 1-2. Per Messina, quell’episodio al primo gol avversario rimane un nodo irrisolto, come ha spiegato a Telebari: “Si infortunò Guastella in campo, e Jordan, invece di buttare la palla fuori, approfittò per fare gol. A fine gara litigammo forte. Perdemmo 2-1 perché giocammo arrabbiati e deconcentrati a causa di quell’episodio”.
Il 16 giugno, al Bentegodi, Bolchi deve rinunciare a diversi titolari per infortunio e schiera una formazione d’emergenza. La resistenza si spezza al 38′ con Galderisi. Messina pareggia all’inizio della ripresa, ma è un fuoco che dura tre minuti: Volpati ristabilisce il vantaggio veneto, poi Galderisi chiude i conti. 3-1, fine del viaggio. Anche Lopez ha ammesso un rimpianto: “Forse abbiamo preso sotto gamba l’avvio di partita contro il Verona”.
Il Verona proseguirà fino alla finale, perdendola contro la Roma di Liedholm.
Un’impresa senza trofeo
I numeri parlano chiaro: prima del Bari del 1984, nessuna squadra di terza serie era mai arrivata in semifinale di Coppa Italia. Un record imbattuto per trentadue anni, fino alla cavalcata dell’Alessandria di Angelo Gregucci nel 2016, fermata dal Milan allo stesso punto del cammino.
Ma al di là delle statistiche, quello che rende immortale quella stagione è il modo in cui fu vissuta. Un gruppo che si muoveva come una famiglia — “Eravamo uno squadrone e una famiglia”, ha detto Messina — capace di far tremare i grandi del calcio italiano giocando senza calcoli e senza paura. Una città che riscoprì l’orgoglio attraverso una serie di notti impossibili, con il Della Vittoria trasformato in una bolgia per quasi 40.000 anime.
Messina ha raccontato a Telebari il clima di quei ritorni vittoriosi: “Quando rientrammo dalle vittoriose trasferte contro Fiorentina e Juventus, i tifosi arrivarono vicino all’aereo: dal velivolo sino al pullman non toccai terra, perché fui portato in braccio dai tifosi. La città impazzì letteralmente di gioia”.
Quel Bari non vinse la Coppa Italia. Ma conquistò qualcosa di più duraturo: un posto nella memoria di chi c’era, e nella fantasia di chi avrebbe voluto esserci. Eliminare la Juventus che quell’anno vinse campionato e Coppa delle Coppe equivalse, per la città pugliese, a qualcosa di simile a uno scudetto. A oltre quarant’anni di distanza, quella definizione resta la più calzante.