E Castagner ruppe l’incantesimo Happel

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Nel dicembre 1984, il tecnico interista inflisse la prima sconfitta al maestro austriaco, sempre vincente contro le squadre italiane nei precedenti sette confronti.

Centrò l’impresa laddove avevano fallito Nereo Rocco, Nils Liedholm, Giovanni Trapattoni (in tre occasioni), Enzo Bearzot e Luis Vinicio. A porre fine alla serie nera del calcio italiano contro le squadre allenate da Ernst Happel fu l’Inter di Ilario Castagner. Nel dicembre 1984, ai quarti di finale di Coppa Uefa, i nerazzurri eliminarono i tedeschi dell’Amburgo grazie ad un gol su rigore dell’irlandese Liam Brady. La qualificazione dell’Inter pose fine ad una lunga serie negativa del calcio italiano, nazionale compresa, che per quindici anni aveva dovuto sempre sventolare bandiera bianca al cospetto di Happel, maestro austriaco della panchina, considerato tra i più grandi allenatori della storia del football.

Il ko ai campioni rossoneri

Il Milan aprì la serie. Un mese dopo l’inferno intercontinentale argentino, i rossoneri trovarono gli olandesi del Feyenoord in Coppa dei Campioni. All’andata, a San Siro, ai detentori del titolo europeo bastò uno splendido diagonale di Nestor Combin per battere di misura la squadra di Rotterdam. Ripresosi dalle botte rimediate il mese prima, nell’infernale caccia all’uomo messa in atto dagli argentini dell’Estudiantes nel ritorno dell’Intercontinentale, Combin decise una partita che gli olandesi non meritavano di perdere, avendo messo alle corde i rossoneri. I tifosi milanisti fischiarono a lungo i giocatori schierati da Rocco con il tridente offensivo SormaniCombinPrati e Rivera in regia. Happel fu tranchant a fine gara: “Il Milan non è una squadra forte ma solo famosa”. Al ritorno, Jansen in apertura e Van Hanegem nel finale diedero la qualificazione al Feyenoord, costringendo il diavolo a deporre lo scettro europeo.

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Nel novembre 1969 il Feyenoord di Happel batte il Milan 2-0. Sopra, l’esultanza per la rete di Van Hanegem e lo scoramento di Cudicini

Si arrendono i giallorossi

Sei anni dopo fu la Roma di Liedholm ad arrendersi al tiranno austriaco, passato alla guida dei belgi del Bruges. Le parate di Paolo Conti tennero aperta la qualificazione dopo l’andata. Allo scadere, Pellegrini si vide respingere dal guardiapali belga Jensen il colpo di testa del pareggio. A Roma, i giallorossi non trovarono la via della rete nonostante il coraggioso schieramento a tre punte (Pellegrini, Petrini, Prati) messo in campo da Liedholm. La resa la sancì il gol di Lambert in avvio di ripresa. Happel esultò ancora una volta, ai giallorossi rimase solo il rammarico. “Il valore dei belgi rende meno amaro il sapore della sconfitta: il Bruges è una squadra forte, gioca un calcio piacevole, veloce e che in trasferta sa dosare le proprie forze”, scrisse Pietro Fiorani.

Quel gol annullato dal francese Vigliani

Stessa sorte toccò al Milan della coppia TrapattoniRocco. In Belgio il protagonista fu l’arbitro francese Vigliani che negò il pareggio ai rossoneri, fischiando la fine del primo tempo mentre la palla, colpita di testa da Tato Sabadini, stava finendo in rete. “Le but n’est pas bon” (“Gol non valido”) proferì l’arbitro rientrando negli spogliatoi, con Rivera e Benetti a protestare in modo veemente. Il Bruges vinse 2-0, Ricky Albertosi evitò il tracollo con tre interventi prodigiosi. In una circostanza, il portiere milanista fermò due volte la palla sulla linea di porta, lasciando Happel stupefatto per la grande reattività dell’estremo difensore milanista. Nella partita di ritorno, movimentata alla vigilia da un diverbio tra il Paron e Trap sulla formazione da mandare in campo, la rimonta fu soltanto sfiorata dal Milan. Il 17 marzo ‘76, Hynderyckx, entrato nella ripresa, vanificò le reti di Bigon e Chiarugi (su magistrale calcio di punizione), eliminando l’ultima italiana in lizza nelle coppe con una deviazione quasi casuale.

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Bruges-Milan 2-0: la rete clamorosamente annullata a Sabadini

Il Bruges nega la finale alla Juve

Nel 1978, il “tabù Happel” fermò anche la Juventus, favorita dai pronostici. I bianconeri si arresero al Bruges in semifinale di Coppa dei Campioni. Tutto si consumò nella partita di ritorno in terra belga: Bastijns pareggiò i conti dopo tre minuti (all’andata era stato Bettega a firmare, in zona Cesarini, l’unico gol). La Juve sfiorò il pareggio poi subì il raddoppio di Vandereycken a pochi minuti dai rigori. Il rammarico bianconero crebbe dopo un atterramento di Cabrini in area avversaria che avrebbe meritato la massima punizione. “E’ stata la più bella prestazione in trasferta”, disse il presidente Boniperti, aumentando il rammarico. Happel confermò i meriti juventini. “Siamo stati fortunati, la Juve ha dominato”, dichiarò l’allenatore del Bruges.

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Semifinale di Coppa Campioni 1977/78: l’entrata in campo di Bruges e Juventus nella sfida di andata

Ko anche l’Italia di Bearzot

Due mesi dopo, ai Mondiali d’Argentina, fu Enzo Bearzot a ritrovare Ernst Happel come avversario. L’austriaco, approdato alla guida tecnica dell’Olanda, contese all’Italia l’ingresso in finale. Gli azzurri, obbligati a vincere, passarono in vantaggio con un’autorete di Brandts propiziata da Bettega. Nella ripresa, lo stesso Brandts pareggiò i conti con una staffilata dal limite. La dura legge happeliana tornò a materializzarsi al minuto 76’ sotto forma di un missile telecomandato, scagliato da Haan quasi da centrocampo, che beffò Zoff. Il portiere azzurro vide da vicino le streghe delle critiche feroci. Quella rete rimarrà come un incubo nella straordinaria carriera dell’estremo difensore friulano. A negare il titolo mondiale all’Olanda sarà il palo che respinse la conclusione di Rob Rensenbrink allo scadere della finale contro l’Argentina, vittoriosa ai supplementari.

Passato allo Standard Liegi, Happel si trovò ad affrontare in Coppa Uefa, tra ottobre e novembre ‘79, il Napoli di Luis Vinicio. I belgi schieravano il ventenne Michel Preud’homme tra i pali e il forte difensore Eric Gerets. Bastò un pareggio al San Paolo (1-1) per aver la meglio sui partenopei.

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Giugno 1978, Stadio Monumental di Buenos Aires. Al minuto 75 Arie Haan sorprende Dino Zoff dai 40 metri.

Atene stregata per la Juve

La sconfitta più clamorosa di una squadra italiana contro il tecnico austriaco resta quella subita dalla Juventus nella finale di Coppa dei Campioni del maggio 1983. La partita contro l’Amburgo rientrava tra quelle dal pronostico nettamente sbilanciato verso una squadra. Sembrava tutto fin troppo facile e prima della gara aleggiava un clima di festa anticipata: troppo forte la (Mundial)Juve per i galletti tedeschi. Erano state già stampate persino le magliette ricordo: Juventus campione d’Europa 1983. Sei campioni del mondo, con l’aggiunta di due fuoriclasse stranieri come Boniek e Platini, non potevano farsi impressionare dall’Amburgo che aveva nel terzino Kaltz, nel regista Magath e nel panzer offensivo Hrubesch i giocatori più temibili. Raggiungendo la finale, Happel, classe 1925, centrò un record: primo allenatore ad arrivare, con tre squadre diverse, all’ultimo atto della Coppa dei Campioni.

L’austriaco, che sorrideva raramente e detestava i giornalisti sportivi, preparò tutto nei minimi dettagli: marcatura a uomo su Platini, affidato a Rolff, Bastrup e Milewski a sostegno di Hrubesch, tra i pali l’esperto Stein, una sicurezza. Almeno 40 mila juventini approdarono ad Atene, appena 4 mila i tifosi teutonici. Cabrini andò in marcatura su Bastrup, a Brio venne affidato Hrubesch, Milewski e Groh operarono su Bonini e Tardelli. Bettega chiamò subito Stein alla prodezza. Dopo una manciata di giri d’orologio, Magath, figlio di un militare portoricano e di una tedesca, trovò lo spunto decisivo, sganciando un fendente che si abbassò repentinamente. Zoff rimase sorpreso, incapace di abbozzare la parata. L’estremo difensore rivide i fantasmi argentini. La rete anseatica mandò in blocco la Vecchia Signora, la coppa dalle grandi orecchie prese la rotta tedesca e per Ernst Happel fu il secondo titolo europeo per club, tredici anni dopo quello conquistato a Milano con il Feyenoord.

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Non c’è dubbio che Happel è la vera bestia nera di Zoff, qui sorpreso dall’improbabile tiro di Magath nella finale di Atene.

Happel battuto da Castagner

Chiusa in modo improvviso l’esperienza milanista, Ilario Castagner era approdato sull’altra sponda calcistica milanese. Il colpo di mercato nerazzurro per la stagione 1984/85 fu l’ingaggio dell’attaccante tedesco Karl Heinz Rummenigge. Con l’ex sampdoriano Liam Brady costituì una coppia straniera di classe che accreditò l’Inter per la lotta scudetto. In attacco, l’ex tecnico del Perugia imbattuto di fine anni 70 puntò sull’esperto capitano Altobelli mentre la solidità del reparto difensivo veniva garantita dai due campioni del mondo Collovati e Bergomi, con Zenga tra i pali, altamente affidabile e continuo. La sfida con l’Amburgo arrivò dopo le qualificazioni ottenute a spese di Sportul Studentesc e Rangers Glasgow.

L’inizio della partita d’andata, in terra tedesca, fu negativo per l’Inter, sotto di un gol già dopo due minuti per un’autorete di Bergomi. In avvio di ripresa, Rummenigge pareggiò i conti con un gol frutto di una giocata da manuale: doppia finta sul difensore Jakobs e staffilata imparabile per Stein. La squadra di Castagner mise alle corde l’Amburgo. Dopo un rigore netto non concesso per fallo su Sabato, Rummenigge ebbe due opportunità per il 2-1. Nel finale, Von Heesen trovò il varco giusto per battere il portiere Recchi e dare la vittoria alla squadra di casa.

La gara di ritorno fece registrare il record assoluto d’incasso. Si giocò in una serata mite e senza nebbia. Con due ore d’anticipo, San Siro si riempì facendo apparire il migliaio di supporter tedeschi come “smarriti nel catino tirato a lucido” (Gianni Mura dixit). Happel si affidò alla vecchia guardia: da Magath a Rolff, con quest’ultimo a tampinare Marini. La trappola del fuorigioco bloccò spesso i nerazzurri. Magath ci provò da fuori area, Recchi parò senza problemi. La migliore occasione interista capitò sul piede di Rummenigge: fuori da ottima posizione. Nella ripresa, Castagner si giocò la carta Causio, abile a saltare con lanci precisi il centrocampo anseatico. L’Inter vacillò sotto i colpi di Von Heesen (salvataggio di Mandorlini in acrobazia) e Magath (respinta di Collovati quasi sulla linea di porta).

Quando il tracollo sembrava vicino, un cross teso di Altobelli venne deviato in area da Shroeder con la mano: fallo netto e rigore. Brady spiazzò Stein con la solita calma. Bastò quella rete per ribaltare la sconfitta dell’andata, capitalizzando al meglio la prodezza di Kalle Rummenigge al Volksparkstadion. Dopo lo svantaggio, Happel inserì la punta Milevski al posto del terzino Wehmeyer. Recchi bloccò una botta da fuori del solito Magath. Gli ultimi brividi scaturirono da mischie furibonde in area interista. A passare fu la squadra di Castagner che ebbe in Recchi, Mandorlini, Collovati, Marini e Beppe Baresi gli elementi migliori.

A spingere l’Inter verso la vittoria fu il pubblico. La teutonica furia dell’Amburgo non bastò ad evitare la sconfitta. La saggezza degli schemi di Happel limitò notevolmente il più temuto che pericoloso Rummenigge mentre Altobelli si esibì in versione “spensierato giocoliere, senza misura né genio”, secondo la definizione di Gianni Brera. La discriminante fu tutta in quel fallo di mano che causò il rigore decisivo. Così, Ilario Castagner pose fine alla serie nera del calcio italiano contro il tiranno d’Austria, portando l’Inter fino alle semifinali di Coppa Uefa e al terzo posto in campionato.

Fonte: Sergio Taccone, autore di All’ultimo respiro, storie di miracoli in zona Cesarini (prefazione di Filippo Grassia, Edizioni della Sera, 2019)