GIANNI RIVERA – settembre 1980

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Per anni e anni è stato uno dei principali protagonisti del calcio giocato. Adesso, abbandonati i campi da gioco, orchestra da dietro la scrivania i movimenti del suo grande amore, quel Milan con cui ha conosciuto gioie esaltanti e delusioni cocenti, non ultima la retrocessione decretata dalla C.A.F.

Lui, il Diavolo, le pentole e i coperchi

MILANO. Dicono che il suo carisma, astratta concezione di idolatria e popolarità, nei confronti della tifoseria sia in diminuzione. Può anche essere, ma è da riscontrare oggettivamente. Eppure il Milan (la società, cioè Colombo) lo ha preservato dallo scandalo del calcio-scommesse a significare che la sua figura conta ancora molto nella geografia rossonera. In base alla stampa Rivera corre il rischio di lasciare il Milan da dirigente vent’anni dopo esservi approdato da giocatore: il suo dissidio con Colombo sarebbe insanabile.

«Parole, solo parole, niente più di incredibili invenzioni», controbatte l’ex «golden boy» di Alessandria. «Mi sento ogni giorno con Colombo, siamo in ottimi rapporti, perché non dovrei fare più parte del Milan?».
Rivera rimarrà alla vicepresidenza del Milan, il presidente-squalificato l’ha fatto capire, anche se probabilmente è vero che i due personaggi non sono più legati da particolare affetto. Di qui, però, a liberare il Milan da un personaggio della caratura di Rivera il passo è assai grande, impegnativo. Il discorso scivola sulla società, sulla squadra, sul passato, sulle prospettive rossonere, sul calcio internazionale.

Rivera, tranquillo e sorridente come in poche altre occasioni accetta il dialogo e lo caratterizza con rivelazioni inedite. Pare nuovamente l’uomo che contestò il mondo intero del calcio italiano, le sue ipocrisie, la sua «mafia», le sue prevenzioni.

Era definito un giocatore «atipico» da chi voleva in lui anche le doti preminenti del cursore. Rimane un «atipico» anche nella vita quotidiana, quando calcolo e candore si fondono assieme, un Robin Hood che mira a fare il Napoleone. Del calcio parla in chiave filosofica, con profondità avveduta e sicura esperienza: il suo realismo sfocia nel pessimismo più acuto quando afferma che «in futuro non cambierà niente».

L’INTERVISTA. Si parla dal vertice, Sordillo è il nuovo presidente, il successore di Franchi. Rivera lo conosce bene perché l’avvocato campano fu suo dirigente sette anni fa.
«Ho la sensazione – dice Rivera – che c’era assoluto bisogno d’un avvocato penalista e che era necessario portare alla presidenza un certo tipo di personaggio. E’ stato affermato che non c’erano alternative. Sordillo s’è detto disponibile, oggi è il presidente. Ma si illude chi pensa che cambierà qualcosa; sono realista, l’esperienza mi ha insegnato molto, e io non dimentico. Ci sono molte cose da ristrutturare, forse tutto, soprattutto la mentalità. C’è un regolamento che è sempre lo stesso da 40 e più anni… Perché non muterà nulla? Perché bisogna continuare a rispettare le regole del gioco… Esiste un grave errore di fondo: che a quei livelli, ai vertici federali, non arriva mai chi è stato sui campi di calcio. Un’inversione di tendenza c’è stata, ma è ancora di poco conto, può essere un inizio però. E’ importante, invece, che i giocatori passino alla fase dirigenziale con il loro bagaglio d’esperienza e di conoscenza di questo mondo, conoscenze vere da dentro, fatte di persona. Non basta farlo nelle società, bisogna arrivare alla Lega e alla Federazione, dove esistono i centri di potere. Ma chi c’è adesso se ne priverà? Il calcio deve imboccare nuove strade per un suo completamento che è anche tecnico oltre che mentale».

Gianni Rivera, a 15 anni nell'Alessandria e poi una carriera intera al Milan

Gianni Rivera, a 15 anni nell’Alessandria e poi una carriera intera al Milan

– Spadacini senior ha affermato, qualche tempo fa, che il Milan d’oggi non cura nella giusta maniera la politica-sportiva, che ai suoi tempi la società rossonera era più presente a livello federale…
«E’ vero, ci vorrebbero maggiori agganci a livello politico-sportivo, ma non è giusto che il calcio debba essere così… Perché viene messo alla porta chi tenta di fare un discorso serio, non clientelare? Si dicono tutti dei moralisti: ma cos’è la morale nel calcio? Molti la predicano, pochi si comportano di conseguenza. Quanto al Milan vorrà dire che ci organizzeremo anche noi in questo senso, che cureremo maggiormente determinati rapporti, ma sempre al di là dei sotterfugi. E poi agli sportivi non piace la politica, sa d’intrallazzo. Rimane comunque una realtà che non dovrebbe esistere…».

– Ma esiste un modello ideale, in campo sportivo come in quello sociale?
«E’ un’utopia, ma bisogna prodigarsi per migliorarsi, altrimenti si rischia l’appiattimento. Ogni popolo ha le sue caratteristiche ed è giusto che viva in relazione alle sue qualità. L’italiano è differente dall’inglese: le sue abitudini sono particolari e non si adatterà mai a quelle del mondo anglosassone. E’ Io stesso in campo sportivo: il nostro gioco è frutto di fantasia, di genio, d’invenzioni continue. E infatti abbiamo sempre sbagliato quando abbiamo voluto copiare gli altri. Non siamo neanche bravi come i giapponesi che imitano alla perfezione».

– Si gioca male, lo si è visto anche agli Europei…
«C’è un notevole livellamento di valori, in basso però. La verità è che mancano i talenti, i giocatori di classe. Ne nascono sempre meno. C’è minore voglia di soffrire di lavorare per agguantare un fine. I modelli d’oggi parlano un falso linguaggio: l’ottenere tutto e presto è un miraggio. E’ anche un problema di obiettivi: io non ho sofferto a fare quello che mi piaceva. Ne ero contento e orgoglioso. Oggi poi c’è più gente costruita nel mondo del calcio: colpa dei nuovi canoni che hanno dato, fino a qualche tempo fa, particolare rilievo all’agonismo e alla velocità: il tutto a discapito della tecnica di base dei cosiddetti fondamentali. Sono cambiate molte cose rispetto a qualche anno fa: non ci sono più, per esempio, gli oratori che imperavano. Allora non esistevano altri divertimenti come le discoteche. Adesso tanti ragazzi prendono subito altre strade. Ci siamo fermati, addirittura si è fatto un passo indietro, c’è bisogno di nuove generazioni per risalire la china. Siamo riusciti anche a cancellare quanto di buono era stato compiuto in precedenza…».

– Cambierà qualcosa con gli stranieri?
«Io sono per il libero mercato, chi può deve essere posto in grado di acquistare due stranieri, perché mai uno solo? E’ una legge della vita quella che permette di acquistare in misura proporzionale alla propria ricchezza. E’ un assurdo ritenere che una città di provincia possa stare sempre al passo di una metropoli. Chi ha meno soldi ha problemi maggiori, è sempre stato così. Si è visto che le paure dei mesi scorsi erano superiori alla realtà perché ogni società si è comportata con misura, autolimitandosi la possibilità di spesa».

– Che Milan sarebbe stato senza la retrocessione d’ufficio?
«Un grande Milan: lo stesso d’oggi con Falcao e Giordano, in grado di vincere moltissimo, in Italia e in Europa. Vorrà dire che riprenderemo questo discorso con un anno di ritardo: la squadra è giovane, può durare molto. I tifosi vedranno presto una formazione di altissimo livello, basteranno tre correttivi per riportarla ai vertici».

– Si parla diffusamente di deficit, anche la rivista economica «Il Mondo» ha dedicato un’inchiesta a questo aspetto del calcio…
«Ci preoccupiamo tanto delle società di calcio quando lo Stato è indebitato in misura elevatissima. E’ logico che ci siano dei debiti, ma è impossibile convincere i tifosi, parlo in generale, che non si possono fare acquisti. E poi il titolo sportivo vale qualcosa. Al di là dei costi di gestione sono gli acquisti a creare buchi enormi, ma è assurdo farci sopra della morale. Bisogna rivedere molte cose, ricercare nuove entrate come quella della pubblicità che non è stata sfruttata convenientemente. Sono contrario alla scritta enorme sulla maglia che snaturerebbe il simbolo più gradito al pubblico, ma è assurdo rifiutare questi proventi».

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– Il Milan, ancora. E’ fra le squadre più amate e popolari, ma ha vinto poco con Rivera in squadra: perché?
«Si poteva e si doveva vincere molto di più, sei scudetti invece di tre. E io conosco i motivi, ma non posso parlarne: s’è trattato di scelte politiche, di motivi extracalcistici, al di là delle questioni tecniche».

– Accetterebbe la presidenza della società?
«Non m’interessa, e poi è presto per parlarne: il consiglio direttivo si riunirà a fine mese, l’assemblea ordinaria si svolgerà ad ottobre quando il bilancio sarà pronto».

– Il suo atteggiamento con la stampa…
«Io parlo tranquillamente con le persone serie, non approvo i suoi colleghi che inventano perché l’inventare è peggio del manipolare, almeno in quest’ultimo caso c’è una base di verità. Non mi va poi che di mezzo ci sia sempre il Milan: perché ce l’hanno sempre con noi? Fra A e B ci sono 36 squadre: invece è sempre questa società ad essere nell’occhio del ciclone. Ci vuole un atteggiamento più oggettivo. Capisco che la stampa ha bisogno di notizie, ma non accetto la mala fede…».

– Il Milan in B: cosa ha provato ad apprendere questa notizia?
«Una grande amarezza. Adesso penso che tutti abbiano capito come sono stati approntati i processi, che tipo di scelte è stata fatta. Non c’è da drammatizzare comunque: la B vale quasi quanto la A. Con Milan e Lazio ci sarà da divertirsi».

– Anni fa, era il 1964, polemizzò contro il gioco chiuso, profeta di quello che sarebbe accaduto più avanti…
«Io non sono per l’attacco all’eccesso: bisogna saper far bene entrambe le cose, la difesa e l’offesa. Il campo è largo e va riempito, mi spiego? Oggi si notano dei miglioramenti: il libero e lo stopper, dopo i terzini, partecipano alle azioni d’attacco… Ma s’è perso del tempo…».

– La Nazionale: come si sarebbe trovato con Bearzot?
«Con Bearzot che predica calcio a tutto campo, non avrei avuto alcuna difficoltà di dialogo, tecnico e umano».

– Perché Fabbri ha fallito?
«Non ha avuto molte possibilità: ha pagato per tutti dopo la sconfitta con la Corea e non ha mai avuto la necessaria, indispensabile solidarietà».

– Che succederà in campionato?
«Non mi va di parlare di quello che dovrà accadere: preferisco esprimermi sul passato. Altrimenti si rischia di dire delle banalità. Ed è sempre un brutto colpo per lo sport. Comunque vedo Juventus e Inter davanti a tutte: i due stranieri sembrano di prima qualità, anche se andranno valutati nell’arco dell’intero campionato. Poi, ad ascoltare i tecnici, c’è la Fiorentina che ha svolto un’interessante campagna acquisti. Più indietro Torino e Roma».

– In campo internazionale?
«Il vertice non muterà particolarmente in Spagna: le Nazionali migliori saranno presumibilmente le stesse che si misero in evidenza in Argentina. Ma questo è banale, non le sembra…?».