Il Poeta, il Mago e l’Operaio — Rimini, 1976

Rimini, inverno 1976: Herrera salva una squadra moribonda con le parole, mentre l’operaista Sollier sogna la rivoluzione e l’ombra di Pasolini vaga su una spiaggia deserta, tra sogno e realtà.

I. La strada di sabbia

Nell’estate del 1959 un uomo magro percorre la costa adriatica al volante di una Fiat Millecento, spedito da un rotocalco a raccontare le vacanze degli italiani. Si chiama Pier Paolo Pasolini, e quello che vede non gli piace: l’Italia che si scopre consumista, le spiagge invase, gli ombrelloni schierati come un esercito, il turismo che avanza come una marea oleosa e inarrestabile. I suoi appunti diventeranno un libro soltanto nel 1990, La lunga strada di sabbia. Ma è avvicinandosi a Rimini che la cronaca si fa confessione. Qui comincia la geografia della sua infanzia e della sua adolescenza, e lo scrive con un brivido: non saranno più scoperte, ma confronti. Poi l’urto, secco come uno schiaffo dell’onda: arrivo, non riconosco quasi più nulla.

C’è qualcosa di stregato in quella riviera fuori fuoco, sospesa tra la memoria e il presente. Forse è il riverbero del sole sull’acqua piatta, forse soltanto la malinconia di chi torna sui propri passi e li trova cancellati. Eppure, a rileggerlo oggi, sembra che il poeta stia profetizzando. Diciassette anni dopo, su quella stessa sabbia, andrà in scena una storia che lui non vedrà: un mago spagnolo, un’utopia operaia, una squadra di provincia che lotta per non sparire. E un fantasma — il suo — che continua a passeggiare lungo il bagnasciuga deserto, le mani in tasca, lo sguardo che non riconosce più niente.

II. L’arrivo del Mago

Il 13 novembre 1976 una piccola automobile entra in città come un’apparizione. È una Mini 1000 targata Roma, e al volante c’è Helenio Herrera. Pare quasi un dispetto del destino: la stessa cilindrata minuscola, lo stesso “vasetto di yogurt” con cui Pasolini scendeva verso il mare. Senza saperlo, l’allenatore più celebre d’Europa rende omaggio a uno dei suoi più feroci avversari di idee.

Herrera viene chiamato al capezzale del Rimini Calcio, ultimo in Serie B, una barca che imbarca acqua da ogni fessura. Lui è un sopravvissuto: nel febbraio del 1974 un infarto lo ha quasi portato via, ma il Mago è tornato, deciso a costruirsi un futuro con i resti luccicanti del passato, con un palmarès lungo come un braccio. Dal balcone della sede, appena firmato un contratto generoso per gli standard della cadetteria, più mussoliniano che mai, arringa la folla in un italiano impastato di spagnolo. Promette vittorie, promette la Serie A, promette grandezza. La piazza, ai suoi piedi, lo ascolta a bocca aperta: è come se il circo fosse arrivato in città in pieno novembre, quando i baracconi sono smontati da mesi e nessuno si aspettava più nulla. E il direttore d’orchestra di quello spettacolo improvviso conosce a memoria ogni nota della partitura.

Ai microfoni di Babelis TV — una delle prime televisioni private italiane, che ha osato rompere il monopolio della RAI trasmettendo i Biancorossi la domenica pomeriggio — concede qualche parola al cronista Romano Bedetti. È il vecchio istrione che non sa spegnersi: quando, tempo dopo, Bedetti passerà alla neonata e squattrinata Radio Rimini, Herrera tenterà di vendergli un’intervista per trecento dollari, come fosse ancora a Milano o a Roma, come se la riviera in novembre fosse il Bernabéu sotto i riflettori.

Lo sbarco di H.H. a Rimini

III. Il professore e il comico

C’è un film che sembra scritto apposta per quell’inverno: Il Professore di Valerio Zurlini, 1972, con Alain Delon nei panni di Daniele Dominici, supplente alla deriva spedito a Rimini fuori stagione. Delon vagava per una città svuotata dal sole e dai turisti, avvolto nel suo inseparabile cappotto di cammello, magnetico nei silenzi. Lo stesso scenario spettrale, la stessa supplenza temporanea. Ma Herrera non è un professore freddo: è il suo esatto contrario. Lo chiamano Habla Habla, “parla parla”, e di parole vive e fa vivere.

È con le parole che cura i mali di una squadra agonizzante. Tutto serve a ricucire la fiducia, e in lui il tecnico si confonde con l’attore. Si indigna per i palloni d’allenamento, sgonfi e di pessima qualità: ecco spiegata, tuona davanti a tutti, la sterilità dei suoi attaccanti romagnoli. Nessun trucco è troppo logoro per essere rispolverato, e intanto rivendica l’avanguardia dei propri metodi, sordo ai sarcasmi che lo inseguono dal naufragio sulla panchina della Roma.

E intorno, la Rimini di Federico Fellini: dall’attico lussuoso che il club gli ha messo a disposizione, il Mago guarda la spiaggia deserta e il Grand Hotel dove il regista aveva girato molte scene di Amarcord. Tutto, in quei giorni, sa di set abbandonato dalla troupe: la nebbia che sale dal porto, le insegne che si accendono su nessuno, il rumore delle onde che riempie le strade vuote. Verrebbe da chiedersi se Herrera stia davvero allenando una squadra o se non stia recitando dentro un sogno che qualcun altro ha smesso di sognare l’anno prima.

IV. Il rivoluzionario col pugno chiuso

Herrera e Sollier: il Diavolo e l’Acqua Santa

Tra i suoi pazienti c’è un giovane portiere di belle speranze, Franco Tancredi; c’è il figlio di Rimini e signore della difesa, Gianfranco Sarti. E poi c’è lui: Paolo Sollier, mezzala, ala, arrivato controvoglia da Perugia, dove si era fatto conoscere salutando il pubblico col pugno chiuso, gesto che valeva più di mille interviste.

Nell’autunno del 1976 Sollier dà alle stampe Calci e sputi e colpi di testa, autobiografia ruvida in cui racconta la militanza in Avanguardia Operaia, gli scioperi alle officine Fiat di Mirafiori, e una visione del calcio infinitamente più vicina a Pasolini — di cui aveva letto alcune poesie e amato il film Porcile — che al proprio allenatore. Nelle stesse pagine rimpiange le fratture tra i partiti del proletariato e critica le esitazioni di Lotta Continua, ancora indecisa se abbandonare la trincea extraparlamentare per un’alleanza col più prudente PCI. E proprio a Rimini, in quei giorni di novembre, Sollier assiste a un funerale politico: il congresso in cui Lotta Continua si autoscioglie, divorata dalle proprie contraddizioni ideologiche.

Eppure il fascino del Mago funziona ancora, perfino su di lui. L’operaista che vuole svegliare le coscienze e il reazionario sessantenne, contro ogni logica, finiscono per piacersi. Sollier rifiuta soltanto le ricette farmacologiche dubbie di cui Herrera è maestro; per il resto, si lascia stregare. È il paradosso più dolce di questa storia: due uomini collocati agli antipodi del secolo che, su un campo fangoso di provincia, dentro la stessa nebbia, finiscono per riconoscersi e rispettarsi.

V. Tra le tribune e i fantasmi

C’è un problema, e non da poco: Herrera non può sedersi in panchina. Una vecchia squalifica del 1974 lo obbliga a dirigere dalle tribune, e lassù trova un complice perfetto, Ulderico Marangoni, ex legionario e tifoso conosciuto in tutta la città, oratore formidabile che non esita a suggerire al Mago le mosse da fare. Immaginateli, i due, gomito a gomito tra la gente infreddolita, a comandare una squadra da lontano come due burattinai invisibili che tirano fili che nessuno vede.

Dal primo match il Rimini vince e comincia la risalita. Ma il teatro reclama il suo colpo di scena: a dicembre un arbitro sorprende Herrera negli spogliatoi durante l’intervallo, e la giustizia sportiva gli allunga la pena di diversi mesi. Lui recita la parte del martire con la consueta, smisurata malafede: sono perseguitato da chi vuole eliminarmi dal calcio italiano, perché — aggiunge — qualcuno invidia i suoi successi.

Più avanza l’inverno, più il Mago si dissolve. Si fa vedere sempre meno, affida l’operazione salvezza a un suo discepolo, Angelo Becchetti, e svanisce con discrezione, come svaniscono i prestigiatori quando il numero è ormai riuscito e il pubblico applaude un palco vuoto. Resta il dubbio, a sfogliare oggi quelle cronache ingiallite: c’era davvero, Herrera, in quelle tribune di nebbia adriatica? O era già un’ombra, simile a quella che camminava sulla battigia diciassette anni prima?

VI. L’altro mondo

Nel giugno del 1977 il Rimini Calcio si salva. La missione del Mago non è stata vana, e per Paolo Sollier è invece l’inizio della fine delle illusioni: mobilitare i calciatori attorno alla causa rivoluzionaria è un sogno che non sta in piedi. Su questo, paradossalmente, Herrera aveva visto giusto: non sarà il pallone a fare la rivoluzione. Anni prima, in un celebre faccia a faccia con lo scrittore Alberto Moravia, il Mago aveva persino teorizzato lo sport come argine — meglio un campo di gioco che il gioco della rivoluzione, ben più pericoloso — e Pasolini gli aveva risposto a brutto muso, accusandolo di aver smascherato il calcio nella sua funzione reazionaria, il suo asservimento al potere.

Poi arriva l’estate, e il calcio sprofonda sullo sfondo. La riviera torna a ribollire — un posto per matti, diceva Sollier. Di giorno la folla sulla spiaggia, di notte l’immensa discoteca L’Altromondo, dove i gemiti di Donna Summer e i sintetizzatori di Giorgio Moroder in I Feel Love gettano, nel 1977, le fondamenta dell’italo-disco più commerciale. E mentre le luci stroboscopiche tagliano il buio sopra la sabbia, sembra di sentire ancora la voce stanca del poeta che, vent’anni dopo la sua strada di sabbia, constata come la nuova ondata di vacanzieri e industriali abbia dato alla spiaggia una nuova violenza, un nuovo senso.

Il Mago, intanto, è già ripartito sulla sua Mini verso un’altra città, un altro miracolo da vendere a peso d’oro. Sul bagnasciuga non è rimasto nessuno. Soltanto, forse, un’ombra magra con le mani in tasca, che guarda il mare immobile e non riconosce più niente — come se l’intera stagione, il Mago e l’operaista, le promesse e le squalifiche, i palloni sgonfi e i pugni chiusi, non fossero stati che un sogno cullato da una lunga, lunghissima strada di sabbia. Un sogno che il mare, paziente, si è già ripreso onda dopo onda, lasciando sulla riva solo qualche impronta che il vento di marzo cancellerà entro sera.