Il primo miracolo di Ranieri: la salvezza del Cagliari 1990-91

Molto prima della favola del Leicester, un giovane allenatore romano insegnò a un’isola intera cosa significa non mollare mai. Fu in Sardegna che Claudio Ranieri firmò il suo primo capolavoro.

Alla fine degli anni Ottanta il calcio sardo tocca il fondo. Il Cagliari, che aveva stupito l’Italia con lo scudetto del 1970 trascinato da Gigi Riva, sprofonda in Serie C1 e sfiora addirittura il fallimento, salvato in extremis dai fratelli Tonino e Ninnino Orrù, che si accollano i debiti e ricostruiscono il club.

Sulla panchina viene chiamato un tecnico ancora sconosciuto ai più, reduce da un’esperienza opaca alla Puteolana: Claudio Ranieri. La scommessa si rivela profetica. In due stagioni il romano porta i rossoblù dalla terza serie fino alla massima divisione con due promozioni consecutive: prima il salto dalla C1 alla B, poi quello dalla B alla A, agganciato al terzo posto nel campionato cadetto 1989-90. Non un salto miracoloso “saltando la Serie B”, come talvolta si racconta, ma una scalata costruita gradino dopo gradino, che riporta la Sardegna nel calcio che conta dopo sette anni di assenza.

La colonia uruguaiana

Per non sfigurare nell’élite, gli Orrù e il direttore sportivo Carmine Longo costruiscono una rosa ambiziosa. Torna in Sardegna Gianfranco Matteoli, regista raffinato scaricato dall’Inter, mentre in porta e in difesa restano veterani solidi come Mario Ielpo, Aldo Firicano e il mediano Ivo Pulga.

Ma il colpo di teatro arriva dal Sud America. Nel ritiro dell’Uruguay di Italia ’90, a Veronello, Tonino Orrù e Longo — con la regia del procuratore Paco Casal — chiudono per due gioielli della Celeste: il duttile stopper Pepe Herrera e il giovane e fresco attaccante Daniel Fonseca, prelevato dal Nacional. Poi, quasi per gioco, Casal lancia la provocazione: «E se prendeste anche Francescoli?».

Quella che sembra una boutade diventa realtà. Enzo Francescoli — uruguaiano di Montevideo, capitano della Celeste, soprannominato el Príncipe e considerato tra i più forti giocatori al mondo — arriva a Cagliari dall’Olympique Marsiglia, con cui aveva appena vinto il campionato francese al fianco di Papin e Waddle. Lo avevano corteggiato Juventus, Milan, Roma e Inter; scelse l’isola. «Conservavo la voglia di verificarmi nel campionato dei sogni, anche in una formazione non di prima fascia», spiegò. Un tridente tutto sudamericano destinato a incendiare il Sant’Elia.

Dall’urlo di Napoli al fondo della classifica

L’impatto con la Serie A è brutale. Al debutto, il 9 settembre 1990, l’Inter di Trapattoni travolge i sardi 3-0 con una tripletta del tedesco Klinsmann, mettendo a nudo l’inesperienza di una difesa che non aveva mai calcato i campi della massima serie.

Ranieri non si scompone, e la settimana dopo arriva l’impresa che illude tutti: al San Paolo, in casa dei campioni d’Italia in carica guidati da Maradona, il Cagliari espugna Napoli grazie a Fonseca. Una vittoria magnifica ma, paradossalmente, avvelenata: alimenta aspettative eccessive che la realtà si incarica presto di smontare.

Segue infatti un lungo calvario. I rossoblù non vincono più per mesi, sprofondando all’ultimo posto in classifica tra la settima e la quindicesima giornata. Le sconfitte si accumulano, fino all’umiliante 1-4 di Bari del gennaio 1991. Il girone d’andata si chiude con appena 10 punti, e la panchina di Ranieri traballa: i critici invocano nomi più esperti.

La fede di Orrù

Claudio Ranieri, difeso a spada tratta dal Presidente

Nel momento più buio, la società sceglie la strada meno scontata: la fiducia. A chi consigliava di esonerare il tecnico per dare una scossa, Tonino Orrù rispondeva con una frase rimasta scolpita nella memoria dei tifosi: «Siamo arrivati in A con Claudio, e se così dovrà essere, con lui torneremo in B».

Parole che blindano l’allenatore proprio quando tutto sembra perduto. E Ranieri, dal canto suo, continua a ripetere ai suoi ragazzi negli spogliatoi un mantra che diventerà leggendario, come ricorda il portiere Ielpo: «Non so come, non so perché, ma ci salveremo». Una promessa che, giornata dopo giornata, avrebbe cominciato a diventare profezia.

La svolta al Delle Alpi

Il punto di rottura arriva a Torino, in casa della Juventus di Maifredi. I bianconeri, virtualmente primi in classifica, dopo venti minuti sono già avanti 2-0 con Di Canio e Marocchi. Il Cagliari, ultimo e con la miseria di cinque punti, sembra avviato a un’altra disfatta.

E invece i sardi tirano fuori l’orgoglio. Una punizione magistrale di Fonseca si stampa sulla traversa e Cornacchia, di rapina, insacca la ribattuta. Poco dopo arriva il definitivo 2-2, un pareggio che vale molto più di un punto: è la rinascita mentale di un gruppo che ritrova all’improvviso fiducia nei propri mezzi. Da quel giorno, il Cagliari cambia volto.

La cavalcata del ritorno

Il girone di ritorno diventa un’epopea. La squadra viaggia a una media da qualificazione UEFA, raccogliendo la bellezza di 19 punti — più di quanti ne farà la Sampdoria che vincerà lo scudetto. Matteoli detta i tempi, Francescoli ritrova la classe delle grandi occasioni, Fonseca si conferma trascinatore.

Le tappe di questa risalita restano nella memoria dei tifosi. Il 30 marzo, contro il Parma e in dieci uomini, ci pensa Herrera con una staffilata al 90° a firmare il 2-1 che vale il sorpasso sul Pisa e l’ingresso in zona salvezza. Poi, il 7 aprile al Ferraris, il capolavoro: sotto 2-0 con la Sampdoria capolista, il Cagliari acciuffa un clamoroso 2-2 grazie a una doppietta di Fonseca, impreziosita da un pallonetto diabolico e da una rovesciata degna del miglior Riva. La domenica successiva è la volta dello scontro diretto con il Lecce: al Sant’Elia i gol di Herrera e Francescoli valgono un 2-0 che spinge finalmente i sardi fuori dalla zona retrocessione.

Il sigillo arriva il 19 maggio 1991, nella penultima giornata. A Bologna serve un successo, e i rossoblù lo conquistano con un’altra doppietta di Fonseca: 2-1 e salvezza aritmetica con un turno d’anticipo. Nello stesso pomeriggio la Sampdoria di Vialli e Mancini travolge proprio il Lecce e festeggia il primo, storico scudetto della sua storia. Due imprese che si incrociano nella stessa domenica.

L’addio e la promessa

L’ultima giornata regala un 1-1 casalingo contro il Bari, in una festa senza più pressioni davanti al pubblico del Sant’Elia. È anche l’ultimo atto di Ranieri in rossoblù: chiuderà l’annata con 29 punti e un quattordicesimo posto che, per come era nata, vale quanto un trofeo.

Il Napoli del dopo-Maradona bussa alla sua porta, e per il tecnico è un’occasione irrinunciabile. In una conferenza stampa carica di commozione, Ranieri saluta l’isola: «Cagliari ha avuto fiducia in me quando arrivavo da un’esperienza negativa. Insieme abbiamo percorso un cammino vincente che porterò sempre nel cuore». Tre stagioni, due promozioni e una salvezza che sapeva di titolo.

C’è un ultimo, straordinario dettaglio che rende questa storia quasi profetica. Trentatré anni dopo, nella stagione 2023-24, un Ranieri ormai Sir è tornato in Sardegna e ha ripetuto l’impresa: girone d’andata complicato, rimonta nel ritorno, salvezza conquistata all’ultimo respiro. Come se, tra le mura di quello spogliatoio, quella vecchia promessa non avesse mai smesso di risuonare: non so come, non so perché, ma ci salveremo.