Cagliari-Fiorentina 0-0: La Grande Beffa del 1982

Il calcio, si sa, è fatto anche di rimpianti. E quello della Fiorentina per il 16 maggio 1982 è uno dei più grandi della storia del calcio italiano.

Se oggi chiedeste a un giovane tifoso perché esiste una rivalità così viscerale tra Fiorentina e Juventus, probabilmente vi guarderebbe spaesato. Dopotutto, sono passati decenni dall’ultima volta che Viola e Bianconeri si sono contesi qualcosa di importante. Ma per chi ha vissuto gli anni Ottanta, quella domanda non ha bisogno di risposta. Perchè la risposta è scritta nel sangue, nelle lacrime, nella disperazione di un pomeriggio di maggio del 1982. Un pomeriggio in cui tutto sembrava possibile, e invece tutto crollò.

La rivalità tra Fiorentina e Juventus nasce dunque da questa ferita aperta che non si è mai rimarginata. Una ferita inferta il 16 maggio 1982, quando i Bianconeri conquistarono il loro ventesimo scudetto strappandolo dalle mani dei Viola all’ultima giornata di campionato. E lo fecero, beffardamente, grazie a una squadra terza: il Cagliari, che allo stadio Sant’Elia tenne in scacco la Fiorentina con un pareggio che sapeva di condanna, mentre la Juve espugnava Catanzaro e tagliava per prima il traguardo.

Da quel giorno, Firenze non è più stata la stessa. E nemmeno i suoi tifosi.

La creatura dei Pontello

La stagione 1981/82 era iniziata con aspettative enormi in casa Viola. La famiglia Pontello, ambiziosa proprietaria del club, aveva deciso di investire pesantemente per costruire una squadra capace di competere per lo scudetto. Non si erano limitati alle promesse: avevano portato a Firenze campioni affermati, giocatori che avevano già scritto pagine di storia nel calcio italiano.

Da Torino erano arrivati Eraldo Pecci e Francesco “Ciccio” Graziani, quest’ultimo destinato a diventare campione del mondo con gli Azzurri di Bearzot pochi mesi dopo. Dalla Juventus era stato strappato Antonello Cuccureddu, un difensore d’esperienza che conosceva bene cosa significasse vincere. Questi innesti si erano uniti a una spina dorsale già solida, il cui cuore pulsante era ovviamente Giancarlo Antognoni, il capitano, il simbolo, l’anima viola. Per lui era la decima stagione con la maglia gigliata: dieci anni di fedeltà assoluta, di classe cristallina, di leadership silenziosa ma devastante.

Alla guida tecnica c’era Giancarlo “Picchio” De Sisti, un uomo che la Fiorentina l’aveva nel sangue. Leggenda del club come giocatore, aveva appeso gli scarpini a 38 anni per sedersi subito in panchina. L’anno precedente aveva salvato la squadra da una clamorosa retrocessione, trascinandola fino al quinto posto. Ora era il momento di fare sul serio. Ora era il momento di sognare in grande.

La Juve vulnerabile e la battaglia infinita

Scirea, Pecci e Furino in Fiorentina-Juventus 0-0

Sul fronte opposto c’era la Juventus di Giovanni Trapattoni, campione d’Italia in carica ma apparentemente più fragile del solito. Il mercato bianconero era stato timido, quasi sonnolento. Ma soprattutto, i torinesi dovevano fare a meno del loro bomber principe: Paolo Rossi era ancora squalificato per il suo coinvolgimento nello scandalo del calcioscommesse. Senza “Pablito”, la Juve sembrava un gigante con i piedi d’argilla.

E così, per tutta la stagione, le due squadre si diedero battaglia. Uno spettacolo magnifico, una lotta punto su punto che teneva l’Italia col fiato sospeso. La Fiorentina e la Juventus si alternavano in vetta alla classifica, passandosi il testimone della leadership come in una danza macabra. Gli scontri diretti? Due pareggi a reti inviolate, come se il destino volesse rimandare il verdetto finale all’ultimo atto.

La stagione viola fu segnata anche dalla tragedia. Antognoni, il capitano insostituibile, rimase fuori per mesi a causa di un infortunio terrificante: uno scontro con il portiere del Genoa, Silvano Martina, che poteva costargli la carriera. Ma la squadra resistette, strinse i denti, continuò a combattere. E arrivò all’ultima giornata ancora in corsa, ancora viva. 44 punti per la Fiorentina, 44 per la Juventus. Tutto da decidere. Tutto da giocare.

Il destino al Sant’Elia

Scaramucce tra Contratto, Piras e Daniel Bertoni

Il calendario, però, fu crudele. Terribilmente crudele. L’ultima giornata vedeva la Fiorentina ospite del Cagliari al Sant’Elia, mentre la Juventus faceva visita al Catanzaro in Calabria. Sulla carta, i bianconeri avevano un impegno molto più agevole: il Catanzaro era settimo in classifica, tranquillo, senza nulla da chiedere al campionato.

Il Cagliari, invece, si giocava la vita. I sardi erano invischiati nella lotta per non retrocedere, insieme a Bologna, Genoa e – incredibile ma vero – il Milan. Gli isolani avevano bisogno almeno di un punto per sperare di salvarsi. Il loro uomo di punta era Franco Selvaggi, attaccante che di lì a poco sarebbe entrato anche lui nella lista dei convocati per i Mondiali spagnoli, seppur come riserva.

La partita di Cagliari si annunciava quindi come una trappola. Una squadra disperata, con tutto da perdere, contro una Fiorentina che doveva vincere e sperare. Era il peggior scenario possibile per i Viola. E infatti, fu proprio così.

Il lungo pomeriggio

Il portiere sardo Corti e Graziani

16 maggio 1982, Stadio Sant’Elia. Non sarebbe stata una bella partita quella tra Cagliari e Fiorentina. Non poteva esserlo. Entrambe le squadre erano rigide, terrorizzate dall’errore, paralizzate dalla posta in gioco. Il Cagliari si chiuse a riccio, consapevole che un pareggio poteva bastare. La Fiorentina attaccava, ma senza la necessaria lucidità, senza quella cattiveria che serve nei momenti decisivi.

E poi arrivò la notizia. La maledetta (per i tifosi viola) notizia da Catanzaro. La Juventus era passata in vantaggio. L’irlandese Liam Brady aveva trasformato un rigore. I bianconeri stavano vincendo. Adesso, anche il pareggio non bastava più. La Fiorentina doveva vincere. Doveva assolutamente vincere.

Ma come? Come trovare le energie, la forza, il coraggio di sfondare quel muro sardo quando la testa è già altrove, quando il cuore già sa? I giocatori viola sembravano in trance, come se fossero già consapevoli che il destino aveva deciso contro di loro. Il Cagliari non doveva nemmeno difendersi più di tanto: erano i fantasmi di Catanzaro a difendere per loro.

Il gol fantasma e la beffa finale

Un tentativo di Pietro Vierchowod

Nel corso dei novanta minuti, però, la Fiorentina riuscì a segnare. Ciccio Graziani, l’attaccante arrivato da Torino, mise la palla in rete. Era il gol della salvezza, della gloria, dello scudetto. Lo stadio esplose. I giocatori esultarono. Per un attimo, solo per un attimo, il sogno sembrò ancora vivo.

Ma l’arbitro Maurizio Mattei annullò tutto. Fallo di Daniel Bertoni sul portiere del Cagliari. Gol negato. L’episodio fu ovviamente controverso, come accade sempre in questi casi. I tifosi viola gridarono allo scandalo, parlarono di complotto, di ingiustizia. Dall’altra parte, da Catanzaro, arrivavano voci di un rigore negato ai calabresi, un penalty che avrebbe potuto cambiare la storia del campionato.

Ma alla fine, cosa rimase? Solo il risultato. Cagliari-Fiorentina 0-0. Catanzaro-Juventus 0-1. La Juventus conquistava il suo ventesimo scudetto, la seconda stella, in una stagione che vedeva anche il clamoroso secondo fallimento del Milan in pochi anni. E la Fiorentina? La Fiorentina perdeva lo scudetto all’ultima giornata, nell’ultimo sussulto, nell’ultima speranza.

Una ferita che non si rimargina

Quel pomeriggio del 16 maggio 1982 segnò per sempre il destino della Fiorentina. Non fu solo la perdita di uno scudetto: fu la fine di un’epoca, la chiusura di una finestra che non si sarebbe mai più riaperta. Da quel giorno, la Viola non è più tornata così vicina al titolo. Non ha più sfiorato così da vicino il sogno. Quella fu l’occasione, l’unica vera occasione. E scivolò via, in un pomeriggio di maggio, al Sant’Elia, contro il Cagliari.

Una squadra che sembrava destinata alla storia

Guardando la formazione di quella Fiorentina del 1981/82, viene da chiedersi cosa sarebbe potuto essere. Galli in porta, la solidità di Vierchowod e Cuccureddu in difesa, la regia di Antognoni, la finalizzazione di Graziani. Giocatori che avrebbero scritto pagine indelebili nella storia del calcio italiano e mondiale. Eppure, quella sera, al Sant’Elia, non bastarono.

Il Cagliari schierava: Corti, Lamagni, Azzali (sostituito all’88’ da Logozzo), Restelli, De Simone, Loi, Osellame, Quagliozzi (sostituito al 46′ da Bellini), Selvaggi, Marchetti, Piras. In panchina: Goletti, Longobucco, Ravot. Allenatore: Carosi.

La Fiorentina rispose con: Galli, Contratto, A. Ferroni, Casagrande (sostituito al 78′ da Sacchetti), Vierchowod, Galbiati, Bertoni (sostituito al 78′ da Monelli), Miani, Graziani, Antognoni, Massaro. In panchina: Paradisi, Cuccureddu, Orlandini. Allenatore: De Sisti. Arbitro: il signor Mattei di Macerata, un nome che i tifosi viola non hanno mai dimenticato e mai dimenticheranno.