Il sogno di Tahiti alla Confederations Cup 2013

Tahiti, squadra di dilettanti del Pacifico, partecipò alla Confederations Cup 2013 in Brasile. Subì 24 gol contro Nigeria, Spagna e Uruguay, ma il gol di Jonathan Tehau divenne leggenda.

C’è una frase che riassume tutto, e la pronunciò un maestro di scuola. “Adesso giochiamo con i grandi”, disse Eddy Etaeta, allenatore, insegnante ed ex nazionale, alla vigilia dell’avventura più assurda mai capitata a una squadra di calcio. Davanti a sé aveva undici dilettanti del Pacifico del Sud, e un palcoscenico che fino a quel momento avevano visto soltanto in televisione: la Confederations Cup del 2013, in Brasile.

Centotrentottesima nel ranking FIFA, incastrata in classifica tra Sudan e Ruanda, Tahiti non era nemmeno una nazione vera e propria. È l’isola più grande della Polinesia Francese, ufficialmente parte della Francia, una manciata di scogli verdi persi nell’oceano con circa 250.000 abitanti e appena 11.000 calciatori tesserati. Il pallone, da quelle parti, è una faccenda squisitamente amatoriale. Eppure quella squadra di postini, insegnanti e operai si era guadagnata il diritto di sfidare i campioni d’Africa, d’Europa e del Sudamerica negli stadi più sacri del calcio: Belo Horizonte, Rio de Janeiro, Recife.

Etaeta lo sapeva bene, e non si nascondeva dietro le illusioni. “Nel mondo c’è il 99 per cento di dilettanti e l’1 per cento di professionisti”, spiegava. I suoi Toa Aito — i “guerrieri di ferro”, come li chiamano laggiù — rappresentavano quella stragrande maggioranza silenziosa. Anche da amatori, però, avevano l’obbligo di prepararsi come professionisti.

La strada che parte da un’isola

Per capire la portata del sogno bisogna tornare indietro di un anno, alle Isole Salomone, dentro il fatiscente Lawson Tama Stadium di Honiara. Lì, nel giugno 2012, si giocava la Coppa d’Oceania, e nessuno avrebbe scommesso un centesimo su Tahiti. Tradizionalmente quel torneo era un affare a due, tra Australia e Nuova Zelanda: chiunque altro era comparsa.

L’avventura cominciò nel modo più clamoroso possibile. Contro la modesta Samoa, Tahiti rifilò un travolgente 10-1. La cosa irreale è che nove di quei dieci gol portavano la firma di un’unica famiglia: i Tehau. I gemelli Lorenzo e Alvin ne segnarono rispettivamente quattro e due, il fratello maggiore Jonathan ne aggiunse due, e per non lasciare nessuno fuori dalla festa pure il cugino Teaonui trovò la rete. Un albero genealogico trasformato in tabellino.

Da lì in poi fu una marcia continua: vittorie su Nuova Caledonia (4-3) e Vanuatu (4-1), primo posto nel girone, poi una semifinale vinta 1-0 contro i padroni di casa delle Isole Salomone, con il gol decisivo — ovviamente — di Jonathan Tehau. Tahiti aveva già eguagliato il suo miglior risultato di sempre, il secondo posto del 1996. Ma il destino aveva in serbo una sceneggiatura ancora più sorprendente.

In finale ci si aspettava la Nuova Zelanda, reduce da un Mondiale sudafricano dignitoso e capace di schierare gente come Chris Wood. Invece i Kiwi furono eliminati a sorpresa dalla Nuova Caledonia (2-0), e si materializzò una finale tutta francese all’altro capo del mondo. Per Tahiti, che la Nuova Caledonia l’aveva già battuta nel girone, fu quasi un regalo. Un guizzo di Steevy Chong Hue bastò per un’altra vittoria di misura e per il primo trofeo importante della storia isolana. Con esso, il biglietto per il Brasile.

Il sogno tardivo di Marama Vahirua

In quella spedizione c’era un uomo che aspettava quel momento da quindici anni. Si chiamava Marama Vahirua, aveva 33 anni ed era l’unico vero professionista del gruppo. Aveva lasciato la sua Papeete da ragazzino per entrare nel vivaio del Nantes, e in Europa aveva costruito una carriera solida: oltre 300 presenze in Ligue 1, perfino una Champions League giocata proprio con il Nantes, e un passato nelle giovanili francesi fino all’Under 21. Al momento del torneo era di proprietà del Nancy, ma in prestito al club greco del Panthrakikos.

Il successo, però, gli era costato un prezzo amaro. I suoi datori di lavoro europei consideravano competizioni come i Giochi del Pacifico o la Coppa d’Oceania troppo insignificanti per liberare il loro giocatore. Risultato: Vahirua non aveva mai potuto indossare la maglia della sua isola. La qualificazione alla Confederations Cup cambiò tutto. Finalmente, in ritardo di una vita, il sogno di giocare per Tahiti poteva diventare realtà.

Non che l’avvicinamento al Brasile fosse stato trionfale. Da territorio francese, Tahiti partecipò alla Coupe de l’Outre-Mer di Parigi, il torneo della Federazione francese per i territori d’oltremare, e perse all’esordio contro la piccola isola di Mayotte. Si riprese con due vittorie, ma non bastò nemmeno per la semifinale. Altro che iniezione di fiducia. Eppure la favola era già in moto, e nulla l’avrebbe fermata.

Marama Vahirua

Belo Horizonte, il gol che fece piangere il mondo

Il primo esame si chiamava Nigeria, campione d’Africa, allo stadio Mineirão di Belo Horizonte — lo stesso che un anno dopo avrebbe ospitato l’incubo del 7-1 inflitto dalla Germania al Brasile. Finì 6-1 per le Super Eagles, eppure di quella partita nessuno ricorda il punteggio.

La cronaca, in fondo, fu impietosa fin dal principio. La Nigeria segnò dopo cinque minuti grazie a una carambola quasi comica, con il pallone che rimbalzò addosso all’arbitro prima di finire sui piedi di Echiéjilé. Poco dopo arrivò l’autogol del capitano Nicolas Vallar, e a metà ripresa i sudafricani d’Africa erano già avanti di diverse lunghezze, trascinati da un implacabile Nnamdi Oduamadi, autore di una tripletta.

Ma al 54′, sotto 3-0, accadde il miracolo. Su un calcio d’angolo dalla traiettoria profonda, Jonathan Tehau — di mestiere fattorino, quando non gioca ai tornei mondiali — saltò più in alto del difensore del Celtic Efe Ambrose e infilò di testa la rete sul secondo palo. Il primo gol della storia di Tahiti in una competizione di questo livello. Lo stadio, gremito di brasiliani che avevano adottato gli isolani come beniamini, esplose come se avesse segnato la Seleção.

La rete di Jonathan Tehau contro la Nigeria

Poi arrivò l’immagine che fece il giro del pianeta. Tehau e compagni si inginocchiarono sul prato e cominciarono a mimare una pagaiata, in omaggio al Va’a, la corsa in canoa che a Tahiti è sport nazionale. Una celebrazione inventata dal professionista Vahirua, diventata in pochi secondi una cartolina universale.

“Sono orgogliosissimo di aver segnato”, raccontò Tehau ai cronisti. “Ho visto lo spazio e ci sono andato.” Quando gli chiesero dell’autogol con cui, poco più tardi, deviò nella propria porta il cross di Oduamadi — diventando il primo giocatore a segnare nelle due porte in una partita di Confederations Cup — scoppiò a ridere: “Beh, è il calcio.”

Il più commosso, però, era l’allenatore. “Ero profondamente toccato, quasi in lacrime”, confessò Etaeta. “I Mondiali li guardiamo in TV. Oggi eravamo attori.” Aggiunse che il presidente di Tahiti aveva sospeso una riunione di gabinetto per seguire la partita. A fine gara i giocatori nigeriani abbracciarono uno per uno gli avversari. Tutti avevano capito di aver assistito a qualcosa che andava oltre il risultato.

L’esultanza di Tahiti

Maracanã, lo spettacolo di un naufragio elegante

Pochi giorni dopo, Tahiti scese più a sud, in uno dei templi assoluti del calcio mondiale: il Maracanã di Rio de Janeiro. Di fronte, niente meno che la Spagna, campione del mondo e d’Europa in carica. Forse non c’è mai stato, nella storia delle nazionali, un divario così abissale tra due squadre. Un anno prima questi ragazzi giocavano contro Samoa davanti a tremila spettatori; ora sfidavano la Roja nel catino più famoso del pianeta.

Finì 10-0, il passivo più pesante mai subito in una fase finale FIFA. Eppure, ancora una volta, conta poco. Dopo l’inevitabile gol in avvio, Tahiti tenne in scacco gente come Fernando Torres e David Villa per quasi mezz’ora, senza mai rinunciare ad attaccare quando se ne presentava l’occasione. Non si arresero mai, neppure di fronte a una delle nazionali più forti di sempre.

E la Spagna, va detto, giocò con classe anche nei modi. Niente passerelle né umiliazioni gratuite: il commissario tecnico Vicente del Bosque pretese rispetto assoluto per gli avversari. “Tahiti ha dato un esempio di fair play”, spiegò. “Non abbiamo segnato di più perché non ce l’hanno permesso loro.” Aggiunse che quella partita, lungi dal danneggiare il calcio, lo aveva reso in qualche modo più forte.

Gli fece eco Torres: “Ci siamo concentrati come per una finale.” Per il portiere-insegnante Mikael Roche, trent’anni, la serata restò scolpita per sempre: “Sono ancora tra le stelle. Non dimenticherò mai quel pubblico.” Il Maracanã, anche stavolta, aveva tifato per i piccoli.

Santi Cazorla e Marama Vahirua

L’Everest in mezzo all’oceano

Quattro giorni più tardi arrivò l’ultimo capitolo: un altro tonfo, l’8-0 dell’Uruguay, campione del Sudamerica. Ormai era un dettaglio. Il posto di Tahiti nel folklore del pallone era già stato prenotato e pagato. Gli isolani lasciarono la grande scena con molto più rispetto di quanto ne avessero portato.

Ventiquattro gol subiti in tre partite, uno segnato. Eppure quel gol valse più di mille trofei, perché ricordò a tutti una verità semplice: il calcio è un gioco globale, non proprietà esclusiva delle grandi nazioni. Tahiti non era a Rio per concessione, ma perché campione continentale. Se lo era guadagnato.

C’è chi liquidò la spedizione come un mismatch grottesco, sostenendo che quei dilettanti non avrebbero dovuto nemmeno presentarsi. È un’obiezione che dimentica un particolare: a Rio non ci erano arrivati per simpatia, ma perché avevano vinto un continente. Tahiti si presentò al Maracanã con un postino, un paio di insegnanti e un solo professionista in prestito da un club greco, e tornò a casa avendo dimostrato che la geografia del calcio è più larga di quanto i ranking lascino credere. Nessuno, a Papeete, misurerà mai quei venti giorni col metro dei gol incassati.