Il viaggio del Conte Verde

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La nave costruita in Scozia ospitò Jules Rimet, le squadre europee e il Brasile per la Coppa del Mondo del 1930

Nell’aprile del 1923 una nuova nave da crociera salpa dai cantieri navali William Beardmore & Co a Dalmuir, vicino a Glasgow, una nave destinata alla storia.
Artigiani e artisti sono arrivati appositamente da Firenze per decorare i saloni di prima classe”, riporta il Times. “La parete dello scalone d’onore ospita un enorme dipinto del Cavalieri, la biblioteca è in stile rinascimentale, con vetrate e pitture sul soffitto, le altre sale sono altrettanto decorate. La ricchezza dei dettagli artistici ricorda ovunque lo splendore di un antico palazzo italiano”. La nave è stata commissionata dal Lloyd Sabaudo, una compagnia di navigazione torinese che gestisce già le linee Genova – New York e Genova – Buenos Aires e viene chiamata Conte Verde, dal soprannome di Amedeo VI, conte di Savoia nel XIV secolo.

Il transatlantico sarà destinato a fare la spola tra l’Europa, il Sudamerica e l’Asia. Oltre ai suoi viaggi storici (ospiterà la squadra olimpica cinese alle Olimpiadi berlinesi del 1936 oltre a dare rifugio a migliaia di profughi vittime della persecuzione nazista), giocherà anche un piccolo ruolo negli eventi della Seconda Guerra Mondiale.

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Allo scoppio del conflitto il Conte Verde si trovava nel porto cinese di Shanghai e lì rimase sotto la “protezione” della Marina giapponese finché dopo l’8 settembre 1943 e successivamente all’armistizio dell’Italia con gli alleati, l’equipaggio incendiò la nave per evitarne l’utilizzo da parte dei giapponesi, che però nel luglio 1944 recuperarono lo scafo a scopo di ripararlo. La nave venne colpita e affondata il successivo 8 agosto dalle bombe lanciate da un B-24 americano. I giapponesi recuperarono nuovamente lo scafo rimettendolo in cantiere per le riparazioni dopo averlo riportato a galla, trasformando la nave in una nave trasporto truppe ribattezzandola Kotobuki Maru e trasportandola, nel giugno 1945, a Maizuru nella Prefettura di Kyoto, dove venne nuovamente colpita dai bombardieri americani il 25 luglio. Lo scafo venne riportato ancora a galla nel 1949 per essere avviato alla definitiva demolizione nel 1951.

Ma il viaggio di cui vogliamo parlare riporta le lancette del Conte Verde al 21 giugno 1930, vigilia della prima Coppa del Mondo di calcio, in Uruguay. La nave salpò da Genova con a bordo la nazionale rumena. Fece poi scalo a Villefranchesur-Mer dove prelevò la squadra francese, tre arbitri (Henri Christophe, Thomas Balvay e Jean Langenus; in tutto in Uruguay ce ne saranno 15, di cui 11 locali) e un gruppo di dirigenti, tra cui lo stesso Jules Rimet, con il suo trofeo nascosto per bene nella valigia. A Barcellona vennero raggiunti dalla comitiva belga per fare rotta a Rio de Janeiro dove il transatlantico era atteso dalla comitiva brasiliana per poi arrivare finalmente a Montevideo il 4 luglio. In tutto il viaggio durò poco più di 15 giorni, che per molti sembrarono eterni.

«Non si parlava di tattiche o altre cose del genere, non ci si allenava» ricordava il francese Lucien Laurent, autore del primo gol ai Mondiali, ripensando ai giorni passati sul Conte Verde. «Si correva sul ponte. Correre, correre, correre tutto il tempo. Facevamo anche esercizi saltando e correndo su per le scale o sollevando pesi. C’era anche una piscina che potemmo utilizzare fino a quando il tempo ce lo permise. Del resto ci si intratteneva con qualche numero comico o ascoltando un quartetto d’archi. Era come un campo vacanza. Non ci rendevamo conto di cosa stavamo andando a fare. Solo anni dopo capimmo veramente il nostro posto nella storia del calcio. Era solo una bella avventura. Eravamo giovani che si divertivano. Il viaggio sul Conte Verde durò 15 giorni: furono 15 giorni molto felici».

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La placca che commemora la partenza della squadra francese da Villefranche-sur-Mer il 21 giugno 1930 a bordo del Conte Verde

Solo la Jugoslavia raggiunse l’Uruguay con un altro mezzo perchè quando confermò l’adesione alla competizione, il Conte Verde era già al completo. Gli slavi salparono da Marsiglia sul Florida dopo un viaggio in treno di tre giorni. Pochi sanno che assieme a loro si sarebbe dovuta unire anche una rappresentante africana, l’Egitto. La nave proveniente dal Cairo però arrivò a Marsiglia in forte ritardo per colpa di una tempesta e il Florida partì senza di loro. Gli egiziani telegrafarono con imbarazzo le loro scuse agli organizzatori e il torneo continuò così con sole 13 squadre. Il Messico nel frattempo salpò da Veracruz per New York dove si aggregarono gli americani (allenati da un ex giocatore del Celtic, Robert Millar) sulla SS Munargo.

Per questa prima edizione non ci furono turni di qualificazione. Svezia, Spagna, Italia e Olanda si erano dimostrate interessate all’organizzazione del primo torneo, ma declinarono l’invito quando la FIFA assegnò all’Uruguay la manifestazione. Lo stesso Jules Rimet dovette insistere non poco per far partecipare la sua Francia, ed alla fine ci riuscì anche se i galletti dovettero rinunciare al loro allenatore, Gaston Barreau, e al loro miglior attaccante, Manuel Anatol.

Anche il vice-presidente della FIFA, il belga Rudolf Seedrayers, dovette faticare non poco per ottenere il via libera alla partecipazione dei diavoli rossi, presenti ma pur sempre senza il loro miglior talento, Raymond Braine, impegnato a farsi tesserare in Inghilterra presso il Clapton Orient. La Romania fu in pratica “costretta” a partecipare, guidata dall’entusiasmo di Re Carol II. Il giovane sovrano scelse i giocatori uno per uno convincendo i loro datori di lavoro (vigeva ancora il dilettantismo) a concedere ai “fortunati” tre mesi di ferie.

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Allenamenti della squadra francese (nella foto Edmond Delfour) sul ponte del Conte Verde

Per quanto riguarda l’Uruguay, i padroni di casa godevano senz’altro dei favori del pronostico essendo reduci dai due allori olimpici ottenuti nel 1924 (sulla Svizzera) e nel 1928 (sull’Argentina). La potenza del calcio rioplatense era all’epoca ampiamente riconosciuta tanto che il portiere americano James Douglas dichiarò che «l’assenza dei teams europei non pregiudicherà questo torneo, i giochi olimpici hanno dimostrato che le migliori nazionali di calcio sono quelle su entrambe le sponde del River Plate».

Sulle stranezze e le curiosità di questa prima Coppa del Mondo si potrebbe scrivere un libro intero. Gli arbitri in particolare furono il punto debole della competizione. Un giornale locale scrisse che «la verità sugli arbitri è che non c’è stata neanche una sola buona prestazione. Nemmeno una». I kit indossati dai referee erano quantomai vari, con l’arbitro della finale, il belga John Langenus, che si presentò indossando camicia, cravatta e calzoncini corti. Sui kit indossati dalle nazionali, da segnalare che Brasile e Bolivia si presentarono in campo entrambe con la maglia bianca ma con almeno metà degli andini che si distinguevano per un grazioso berretto.

Gli argentini furono ricordati per le polemiche e il gioco duro. La notte del 14 luglio, vigilia di ArgentinaFrancia, i biancocelesti rimasero svegli quasi tutta la notte tormentati dai festeggiamenti per la festa della Bastiglia da parte della numerosa colonia francese di Montevideo.

Il giorno arrivò puntuale la vendetta sul campo: Luis Monti, il primo e unico uomo a giocare due finali mondiali per due nazioni diverse, nei primi minuti di gioco azzoppò Lucien Laurent, costretto a trascinarsi per il resto dell’incontro. Poi toccò al portiere Alex Thepot uscire per infortunio già al 20’. Nonostante questo la Francia capitolò solamente all’81’, quando lo stesso Monti segnò su calcio di punizione dai 25 metri. Ma l’episodio più controverso avvenne all’86’: l’arbitro brasiliano Almeida Rêgo fischiò la fine con sei minuti di anticipo, proprio mentre l’attaccante francese Marcel Langiller stava avendo una chiara occasione da rete. Solamente l’invasione di campo e le proteste del pubblico e dei dirigenti francesi convinsero il direttore di gara a far giocare i sei minuti rimanenti, ma ormai lo slancio della Francia si era affievolito. La vittoria dell’Argentina fu talmente controversa che alcuni tifosi uruguaiani portarono in trionfo la squadra francese e colpirono a sassate i biancocelesti mentre uscivano dal campo.

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Argentina-Francia: nella partita delle polemiche, ecco la rete decisiva di Monti

Non meno polemica, al limite del ridicolo, fu la seconda partita contro il Messico. Il match fu arbitrato dall’allenatore della Bolivia, Ulises Saucedo, che si rese protagonista di un record difficilmente battibile in una Coppa del Mondo: assegnò ben cinque rigori, tre dei quali controversi, e solo uno di essi trasformato in rete. Protagonista del 6-3 finale fu il capocannoniere del torneo Guillermo Stábile, che realizzò una tripletta al suo debutto con l’albiceleste. Sostituiva infatti il capitano Manuel Ferreira, tornato a Buenos Aires per sostenere un esame di giurisprudenza.

L’ultimo incontro del girone, decisivo per assegnare la semifinalista, tra Argentina e Cile, si trasformò in una rissa, innescata, inevitabilmente, da un intervento di Luis Monti su Arturo Torres. Sul campo e sugli spalti si accese una bagarre generale, con pugni, sputi e calci fra i giocatori e disordini sulle tribune, sedata con molta fatica dalla polizia a cavallo. Nel marasma generale, Stábile realizzò una doppietta all’interno del 3-1 finale ma ormai l’Argentina era diventata così indisciplinata e impopolare che l’hotel dove risiedeva era costantemente sotto protezione da parte della polizia.

Non era finita qui. In semifinale contro gli Stati Uniti, l’argentino Alejandro Scopelli con un intervento killer ruppe una gamba a Raphael Tracy dopo soli 10 minuti di gioco. All’intervallo il match, giocato sotto una pioggia incessante, era ancora aperto con l’Argentina in vantaggio per 1-0. Nella ripresa i biancocelesti dilagarono segnando altre cinque volte ed eliminando, fisicamente, quasi metà squadra statunitense: Andy Auld si ruppe il labbro e perse quattro denti, Bert Patenaude andò in ospedale per un brutto colpo allo stomaco e Jimmy Douglas giocò da fermo dopo una brutta botta al ginocchio. «Gli americani sono stati un esempio di sportività» riferì El Diario «evitando di perdere la calma nonostante i falli e le continue provocazioni degli avversari».

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Uscita del portiere slavo Milovan Jaksic nella semifinale Uruguay-Jugoslavia 6-1

Anche l’altra semifinale, tra Uruguay e Jugoslavia, terminò 6-1. Gli slavi, vera rivelazione del torneo con la loro bassissima età media (21,7 anni), segnarono dopo soli quattro minuti con Vujadinović prima di essere surclassati dai padroni di casa.

E così il torneo ottenne la finale che l’intero mondo calcistico aspettava: UruguayArgentina. Tale era l’aspettativa del match che un’intera flottiglia di imbarcazioni partì da Buenos Aires attraverso il River Plate salutando la folla che dalla banchina gridava «Argentina sì! Uruguay no! Vittoria o morte». Ma… un grosso banco di nebbia disperse gran parte della comitiva che smarrì la rotta e… la partita.

Nel frattempo a Montevideo i tifosi vennero invitati a presentarsi con largo anticipo sugli spalti: tutti dovevano essere perquisiti fuori dai cancelli (altro che tessera del tifoso…) nel tentativo di tenere fuori dallo stadio Centenario armi da fuoco e altri oggetti pericolosi.

Il belga John Langenus, di gran lunga il miglior arbitro del torneo, venne incaricato a dirigere il delicatissimo match. Accettò solo dopo aver ottenuto che lui e i due guardialinee (uno dei quali era il ct della nazionale rumena Costel Radulescu) fossero scortati e portati al sicuro dalla polizia a cavallo al termine dell’incontro e con una nave al porto pronta a partire entro un’ora dal fischio finale, nel caso in cui avesse avuto bisogno di scappare.

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L’imponente figura dell’arbitro belga John Langenus

Prima del fischio d’inizio le due squadre non trovarono un accordo sul pallone da utilizzare: entrambi i capitani pretendevano di usare il proprio. La FIFA intervenne e stabilì che l’Argentina avrebbe messo a disposizione un pallone per il primo tempo, mentre l’Uruguay un altro per il secondo tempo. Le lamentele maggiori arrivarono dai giocatori argentini che mal si adattavano a giocare con il pallone di casa, costruito con un diverso tipo di cuoio più spesso e pesante.

Nell’Uruguay si registrò la defezione all’ultimo momento di Peregrino Anselmo, colpito da un attacco di panico, a favore di Héctor Castro, centravanti privo della mano destra persa in un incidente sul lavoro all’età di 13 anni, carente sul piano tecnico ma dotato di una carica agonistica fuori dal comune.

L’Argentina, sorprendentemente, giocò la finale al di sotto delle sue possibilità. «Quella partita fu un disastro per noi» disse l’argentino Varallo, morto nel 2010 a 100 anni, l’ultimo dei finalisti ancora in vita. «Monti, ma questo vale anche altri miei compagni, giocò sotto ritmo fin dall’inizio. Aveva ricevuto lettere minatorie, minacciavano di uccidere lui e le sue figlie se avessimo vinto. José Nasazzi, il capitano dell’Uruguay, mi insultò e mi colpì in continuazione per tutta la partita. Quando stavamo vincendo per 2-1, provai uno dei miei classici tiri da lontano (era soprannominato Canoncito, n.d.r.) ma presi la traversa e mi feci male al ginocchio».

«Sul 2-1 pensai che ormai era fatta. Ma dopo il mio infortunio dovetti uscire. Allora l’Uruguay iniziò a metterci sotto pressione e fu allora che ci mancò il coraggio necessario. Alla fine vinsero 4-2. Me lo ricordo ancora così bene e mi fa ancora arrabbiare. Mi chiedo come abbiamo potuto lasciarci sfuggire la vittoria… sono convinto che se fossi rimasto in campo le cose sarebbero andate diversamente. In tutta la mia vita non ho mai provato un dolore così forte».

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Panorama del nuovissimo Stadio Centenario di Montevideo

Il fischio finale provocò l’attesa invasione di campo. Langenus, preoccupato dalle rappresaglie della squadra sconfitta e dei suoi tifosi, guadagnò la via d’uscita come previsto. Fuggì direttamente a porto e si imbarcò sul transatlantico italiano Duilio che doveva riportarlo a casa, anche se la sua partenza venne ritardata di un giorno, sempre a causa della nebbia.

In Uruguay venne dichiarata festa nazionale e ad ogni membro della squadra venne regalata una casa. In Argentina l’intera nazione provò il dolore descritto da Varallo, aggiungendoci la violenza. A Buenos Aires vennero sedati diversi tumulti, vennero sparati colpi e a tarda notte circa 100 pseudo-tifosi presero a sassate il consolato uruguaiano, provocando la chiusura dei rapporti tra le due federazioni calcistiche.

Per gli europei si prospettava un’altra maratona marinara, che non passò senza una nota drammatica. Un componente del team rumeno, Alfred Eisenbeisser Fieraru, si prese una brutta polmonite durante il viaggio di ritorno. Quando la nave arrivò a Genova fu internato in un sanatorio. Lo staff rumeno fu costretto a chiamare anche un sacerdote per l’estrema unzione viste le sue condizioni critiche, e ripartì per la Romania. Una grande folla si radunò alla stazione di Bucarest per dare il benvenuto alla squadra e quando venne notata l’assenza di Fieraru si diffuse la notizia che fosse morto in Sudamerica. La madre dello sfortunato calciatore, sconvolta, organizzò una veglia funebre per ricordare la scomparsa del suo amato figlio. La mattina della veglia, Fieraru si ripresentò a casa: non solo non era morto, ma era abbastanza in salute per competere come pattinatore artistico ai Campionati Europei del 1934 e del 1938 – nel primo dei quali era anche nella squadra di bob – e alle Olimpiadi invernali del 1936.

La grande storia della Coppa del Mondo era iniziata. Quattro anni dopo l’Europa dimenticò l’indifferenza dimostrata nel 1930 mentre i detentori del titolo si rifiutarono di partecipare in segna di tardiva protesta per la mancanza di una valida rappresentanza europea a Montevideo.

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