Italo Cucci: Paparelli, la morte su Roma

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di Italo Cucci, Guerin Sportivo – ottobre 1979

Il giovane romano Vincenzo Paparelli viene ucciso all’Olimpico. E’ l’inevitabile risultato di una campagna d’odio scatenata da teppisti incontrastati.

VINCENZO PAPARELLI, il ragazzo ucciso sugli spalti dell’olimpico, era uno di noi. Uno di noi è anche il giovane sciagurato che lo ha assassinato. Questo è il dato più sconvolgente della tragedia che si è collocata per sempre nella storia del calcio italiano e per definir la quale non bastano accenti retorici, parole di rabbia e di vergogna. Ecco la verità, nuda e cruda: ci stiamo ammazzando fra noi, e la morte è entrata nel gioco non di nascosto, accidentalmente, ma per scelta consapevole di tutti coloro che al gioco partecipano: dirigenti, giocatori, spettatori. Lo sapevamo che sarebbe finita così; lo sapevamo tanto bene che all’indomani della tragedia dell’olimpico la morte di Vincenzo Paparelli è stata registrata come fatto ineluttabile («la violenza dilaga: chi potrà fermarla?») che peraltro non avrà seguito alcuno per la tutela del nostro sport più popolare, che mai potrà darsi gli strumenti atti a difendersi da questa incredibile ondata di criminalità: su questo sono d’accordo tutti, magistrati, tutori dell’ordine, politici. Sulla lapide di Vincenzo Paparelli potremmo scrivere: «morto inutilmente ».

20191024_15023503VIOLENZA. Il discorso sul teppismo negli stadi è stato portato avanti da questo giornale con decisione, con veemenza, spesso con rabbia, e non ho quindi bisogno di ricordare al lettore quanto avevo scritto più volte, e addirittura la settimana scorsa, quasi risultando «profeta di sventure». Certo, cercare di aprire gli occhi al prossimo, denunciando le nefandezze di un sistema che ormai ha coinvolto anche lo sport, può risultare fastidioso per chi non ha occhi per vedere né orecchi per intendere. Dibattere sul tema violenza, far tavole rotonde di tecnici e tifosi, suggerire provvedimenti, denunciare carenze: tutto risulta inutile quando manca un dato di fondo, ovvero la volontà politica di cambiare, cambiare nella vita di tutti i giorni per potersi garantire la serenità di due ore domenicali. Ecco, pensate pure che da queste parti si invoca la repressione nel Paese per star tranquilli allo stadio; ma se lo pensate siete in malafede: perché non è la passione sfrenata per la Roma o per la Lazio che arma la mano dell’assassino domenicale, è invece l’esempio della criminalità quotidiana — politica e comune — che fa adepti, che manda allo stadio insieme a noi, amanti di un gioco pacifico, anche gli assassini. Quelli che inneggiano al fascismo nella Curva Nord, quelli che si coprono con le ideologie dell’estremismo di sinistra nella Curva Sud sono criminali che fanno adepti fra i giovani, perlopiù ragazzini, e li invitano a scannarsi in un derby calcistico all’ombra di bandiere ideologiche che sono soltanto immondi paraventi della disgregazione sociale, dell’impotenza degli educatori, dell’inutilità degli intellettuali predicatori di odio. Saluti romani, pugni chiusi, pitrentotto: quante volte abbiamo scritto di questi gesti, di queste imprese che denotano incultura, maleducazione, idiozia, asservimento a modelli fasulli di rivoluzione. E ogni volta, sconsolati, abbiamo dovuto chinare il capo davanti a una realtà immutabile e dirci: difendiamoci da soli. Ma come?

FRANCHI – Il 26 febbraio 1975, dopo i gravi incidenti verificatisi a San Siro in Milan-Juventus, il presidente federale Artemio Franchi scrisse un articolo per il «Guerino», un articolo intitolato appunto «Difendiamoci da soli». «Ci si è resi conto — scriveva Franchi quattro anni fa — che esiste un nuovo tipo di violenza, aggravata da premeditazione: c’è gente che va allo stadio già armata, già munita di oggetti e di un certo spirito aggressivo… E’ chiaro che quando si parte da casa con sbarre di ferro, biglie d’acciaio, pistole lanciarazzi o altre armi improprie, non si sa se l’arbitro Tizio o Caio darà il calcio di rigore a favore o a sfavore della propria squadra, ma si vuol comunque essere pronti per tale evenienza, o si vuole ad ogni costo sfogare la rabbia, la violenza covata in petto indipendentemente dagli episodi della gara e dal risultato della stessa». Parole sante, alle quali Franchi faceva seguire la valutazione più drammatica: l’impotenza dell’organizzazione calcistica di fronte al «tifo organizzato».

I CLUB. «Parliamone — scriveva Franchi — di questi benedetti club: cominciamo col dire che le società calcistiche, a questo riguardo, hanno avuto la vista un po’ corta, se è vero che di tal fenomeno hanno considerato solo gli aspetti positivi, trascurando gli aspetti negativi di cui oggi si accorge». Seguiva — in quell’articolo di quattro anni fa — un appello alle varie componenti del calcio, ai dirigenti, ai giocatori, ai tecnici, agli arbitri; anche ai giornalisti. Un appello evidentemente caduto nel vuoto, se è vero che oggi, dopo la tragedia, Franchi è costretto a ripeterlo e a dire, pieno d’amarezza: «Così si corre il rischio di vedere compromessa per sempre la credibilità del calcio. L’episodio è allucinante, inspiegabile». Presidente: allucinante sì, inspiegabile no. Lei che come noi va per gli stadi d’Italia a cercare due ore di svago, di distensione, non può non avere visto, mai, quei cartelli infami, quegli striscioni vergognosi che inneggiano alla violenza, alla morte; lei che legge i giornali, non può non avere registrato l’escalation di violenza verbale negli scambi di… battute fra i tesserati. Eppure la Federazione e la Lega nulla hanno fatto per bloccare gli intemperanti e spezzare la spirale d’odio che si allarga ogni domenica sul capo di migliaia di innocenti Vincenzo Paparelli. E tutta l’Europa — alla vigilia del torneo dell’ottanta — ci guarda, forse sbalordita, certo preoccupata.

RIMEDI. Neanche questa volta possiamo o pretendiamo dare suggerimenti magicamente efficaci, e tuttavia — certi di non far torto a quegli appassionati che sanno bene quale veste esteriore dare al loro «tifo» — ci permettiamo di chiedere che dagli stadi scompaiano tutte le scritte inneggianti all’odio, tutte le bandiere che di quest’odio sono l’insegna, e che nei limiti del possibile all’ingresso delle arene sportive siano effettuati quei controlli minimi ai quali non potrà sfuggire un’arma come quella che ha ucciso in un pomeriggio di pace Vincenzo Paparelli. Uno di noi.

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