La Jugoslavia ai Mondiali del 1974: il ritorno dei Plavi

Dal drammatico spareggio contro la Spagna, al clamoroso 9-0 allo Zaire, fino alle sfide del secondo turno contro Germania Ovest e Polonia. Storia, partite e protagonisti dei Plavi nel torneo che segnò il loro ritorno sulla scena mondiale dopo dodici anni.

All’inizio degli anni Settanta, la Jugoslavia era una fabbrica di talento calcistico puro. La Prva Liga viveva uno dei suoi momenti più esaltanti, con un livello tecnico che faceva invidia a mezza Europa. La Crvena Zvezda di Dragan Džajić aveva dominato la scena con un triplice campionato consecutivo (1968-1970) sotto la guida visionaria di Miljan Miljanić. Ma il bello del calcio jugoslavo era l’assenza di monopoli: l’Hajduk Spalato stava entrando nella sua epoca d’oro, sfornando talenti come Ivica Šurjak e Branko Oblak. Il Velež Mostar cresceva attorno al fenomenale Dušan Bajević, centravanti da 170 gol in carriera nel club. Lo Željezničar di Sarajevo e la Dinamo Zagabria completavano un mosaico di identità e stili diversi: i serbi portavano la fantasia, i croati la disciplina tattica, i bosniaci la grinta. In questa miscela esplosiva si forgiava una nazionale capace di far paura a chiunque — soprannominata non a caso “i brasiliani d’Europa”. Eppure, i Plavi mancavano dal palcoscenico mondiale dal lontano 1962. Due Mondiali saltati pesavano come macigni. Era il momento di tornare.

Le qualificazioni ai Mondiali del 1974

Il cammino verso la Germania Ovest non fu affatto una passeggiata. La Jugoslavia era stata inserita nel Gruppo 7 delle qualificazioni europee, un girone a tre con la Spagna e la Grecia. Sulla carta, un raggruppamento alla portata; nei fatti, si trasformò in un percorso pieno di insidie e colpi di scena.

Le cose iniziarono subito in modo turbolento. Il 19 ottobre 1972, a Las Palmas, la Jugoslavia strappò un prezioso 2-2 in casa della Spagna, dimostrando di potersela giocare alla pari con gli iberici. In casa, i Plavi dominavano: 1-0 alla Grecia a Belgrado il 19 novembre 1972, poi una sofferta vittoria per 4-2 ad Atene il 19 dicembre 1973, un risultato fondamentale ottenuto con Stanislav Karasi protagonista nei minuti finali. Ma il pareggio a reti inviolate contro la Spagna a Zagabria il 21 ottobre 1973 — uno 0-0 che sapeva di occasione mancata — costò la panchina al commissario tecnico Vujadin Boškov.

Al suo posto, la Federazione jugoslava optò per una soluzione singolare: una commissione tecnica a cinque teste, guidata da Miljan Miljanić e completata da Milan Ribar, Sulejman Rebac, Tomislav Ivić e Milovan Ćirić. Cinque menti per una sola squadra. Una scelta che altrove sarebbe parsa caotica, ma che in Jugoslavia — terra di compromessi e di equilibri tra le diverse repubbliche — aveva una sua logica interna.

Maric intercetta un attacco spagnolo nello spareggio di Francoforte

Al termine delle partite del girone, Jugoslavia e Spagna si ritrovarono appaiate in classifica con lo stesso punteggio e la stessa differenza reti. Si rendeva necessario uno spareggio su campo neutro. La data: 13 febbraio 1974. Il luogo: il Waldstadion di Francoforte, in Germania Ovest. Sessantaduemila spettatori sotto l’aria gelida dell’inverno tedesco.

Fu una partita chiusa, nervosa, da dentro o fuori. La Spagna di Ladislao Kubala, con Iríbar tra i pali e Asensi in mezzo al campo, cercava il controllo. Ma al 13° minuto, un colpo di testa del difensore Josip Katalinski dello Željezničar squarciò la ragnatela spagnola: 1-0 Jugoslavia. Da quel momento, i Plavi si arroccarono in difesa con la determinazione feroce di chi sa che in ballo c’è un sogno. La Spagna spinse, creò, provò — ma il muro jugoslavo resse fino al triplice fischio. Per la prima volta dal 1962, la Jugoslavia tornava ai Mondiali. Per la Spagna, invece, fu l’ultima mancata qualificazione della sua storia fino a oggi.

Luci e ombre nella terra dei Kaiser: le partite del Mondiale

La Jugoslavia sbarcò in Germania Ovest inserita nel Gruppo 2: ad attenderla c’erano il Brasile campione in carica, la Scozia di Billy Bremner e Kenny Dalglish, e lo Zaire, prima squadra dell’Africa subsahariana in un Mondiale.

Jairzinho in area slava

13 giugno 1974, Waldstadion, Francoforte — Brasile 0 – Jugoslavia 0. Davanti a 59.000 spettatori, l’esordio fu un saggio di maturità tattica. Il Brasile non era più quello incantevole di Messico ’70 — senza Pelé, Tostão e Gérson — ma restava pur sempre il Brasile di Jairzinho e Rivelino. La Jugoslavia lo affrontò senza paura, schierando il suo undici migliore: Enver Marić tra i pali, Ivan Buljan e Josip Katalinski in difesa, Branko Oblak e Jovan Aćimović a centrocampo, e il tridente Šurjak-Bajević-Džajić davanti. Capitano, naturalmente, “il magico Dragan”. L’arbitro svizzero Scheurer ebbe poco da fare: la Jugoslavia controllò le operazioni con personalità, chiudendo le linee di passaggio brasiliane e ripartendo con qualità. Il pareggio a reti inviolate fu tutt’altro che noioso — fu un risultato di grande sostanza, che mise in mostra la solidità e l’orgoglio di una squadra pronta a giocarsela ad armi pari con chiunque.

La tempesta perfetta: nove gol per la storia

18 giugno 1974, Parkstadion, Gelsenkirchen — Jugoslavia 9 – Zaire 0. Cinque giorni dopo, la tempesta. Anzi, l’uragano. Lo Zaire si presentò al Parkstadion già ferito dalla sconfitta con la Scozia e soprattutto da una drammatica situazione extracampo. Il capitano dello Zaire Raoul Kidumu avrebbe raccontato anni dopo in un’intervista: “Stavamo chiedendo il nostro bonus da giorni. Il Ministro dello Sport gestiva i soldi della FIFA. La sera prima della partita con la Jugoslavia ci disse che il denaro sarebbe stato spedito direttamente in Zaire. Il morale era a pezzi.” Il presidente Mobutu chiamò personalmente il capitano al telefono per minacciarlo: giocassero, o ci sarebbero state conseguenze per le loro famiglie.

I capitani Dzaijc e Kidumu con l’arnitro Delgado

La Jugoslavia, ignara di tutto questo, non ebbe pietà. Il primo tempo fu devastante, quasi irreale. All’8° minuto, un cross di Džajić dalla sinistra trovò la testa di Dušan Bajević: 1-0. Al 14°, lo stesso Džajić pennellò una punizione chirurgica nell’angolino: 2-0. Al 18°, Aćimović servì in profondità Ivica Šurjak, che non sbagliò: 3-0 in diciotto minuti. Lo Zaire sostituì il portiere Kazadi Muamba — protagonista di un primo quarto d’ora da incubo — con il minuscolo Dimbi Tubilandu, alto appena 1 metro e 63. Ma non servì a nulla: al 22° Katalinski segnò di prepotenza su cross dalla destra di Buljan, al 30° ancora Bajević di testa su assist di Petković, e al 35° Vladislav Bogićević completò il festival del primo tempo. Sei gol in trentacinque minuti. Sei a zero all’intervallo.

Nella ripresa, il ritmo calò ma i gol no. Branko Oblak segnò su punizione al 61°, Ilija Petković approfittò di un rimpallo al 65°, e all’81° Bajević chiuse la sua tripletta personale, servito ancora da Aćimović. Risultato finale: 9-0. Nove gol, sette marcatori diversi. Un risultato che eguagliava il record della maggior vittoria nella storia dei Mondiali.

L’equilibrio: il pareggio che vale il passaggio del turno

Joe Jordan fallisce una clamorosa occasione

22 giugno 1974, Waldstadion, Francoforte — Jugoslavia 1 – Scozia 1. L’ultima partita del girone fu la più nervosa. La Scozia, che aveva battuto lo Zaire solo 2-0 e pareggiato 0-0 col Brasile, sapeva di dover vincere per sperare. La Jugoslavia giocò con la saggezza di chi può permettersi il pareggio. All’81°, Stanislav Karasi — l’uomo dei gol decisivi, lo stesso che aveva segnato ad Atene in extremis — portò avanti i Plavi. Ma all’89° Joe Jordan rispose di testa per la Scozia: 1-1. Bastò comunque alla Jugoslavia per chiudere in testa al girone, davanti al Brasile, grazie alla differenza reti costruita contro lo Zaire. La Scozia fu eliminata senza aver perso una sola partita — primo caso nella storia dei Mondiali, un record amaro che il ct Willie Ormond commentò con rassegnazione.

Il muro del secondo turno: la dura legge delle grandi potenze

La Jugoslavia approdò al secondo girone eliminatorio — il formato del 1974 prevedeva due gironi da quattro al posto dei quarti di finale — inserita nel Gruppo B con la Germania Ovest padrona di casa, la formidabile Polonia di Grzegorz Lato e la Svezia. Qui, la magia si spense.

26 giugno, Düsseldorf — Germania Ovest 2 – Jugoslavia 0. La prima sfida fu contro i padroni di casa di Franz Beckenbauer. Paul Breitner sbloccò il risultato al 39° con un tiro potente dal limite, e Gerd Müller — il bomber eterno — chiuse i conti all’82°. La Jugoslavia giocò con coraggio, ma la macchina tedesca era troppo precisa, troppo cinica. I Plavi scoprirono sulla propria pelle la differenza tra una buona squadra e una grandissima.

Gerd Muller implacabile

30 giugno, Francoforte — Polonia 2 – Jugoslavia 1. La seconda partita offrì un copione ancora più beffardo. La Polonia passò in vantaggio al 24° con un rigore trasformato da Kazimierz Deyna. La Jugoslavia reagì e pareggiò al 43° con il solito Karasi, l’uomo delle occasioni importanti. Ma nella ripresa, al 63°, Grzegorz Lato — capocannoniere del torneo con 7 reti — colpì ancora e firmò il 2-1 definitivo. Una sconfitta che bruciò doppio, perché per almeno un tempo i Plavi avevano creduto nell’impresa.

3 luglio, Düsseldorf — Svezia 2 – Jugoslavia 1. L’ultima partita era ormai priva di significato per la classifica, ma non per l’orgoglio. La Jugoslavia passò in vantaggio al 27° con Šurjak, ma Ralf Edström pareggiò al 29°. Il match si trascinò verso il pareggio fino all’85°, quando Conny Torstensson segnò il gol della vittoria svedese. Tre partite, tre sconfitte. Un’uscita amara.

La commissione tecnica guidata da Miljanić — che appena tre giorni dopo l’eliminazione sarebbe stato presentato come nuovo allenatore del Real Madrid, dove avrebbe vinto due campionati spagnoli consecutivi — era consapevole del divario. I Plavi si erano scontrati con avversarie di livello superiore. La Germania Ovest avrebbe vinto il Mondiale; la Polonia avrebbe chiuso terza. Compagnia ingombrante.

Una squadra piena di talento

Quella Jugoslavia del 1974 non era una squadra di stelle isolate, ma un collettivo plasmato dalle diverse anime della federazione, un ensemble in cui ogni giocatore portava con sé l’identità calcistica della propria città e del proprio club. Eppure, alcuni nomi brillarono più intensamente di altri.

Dragan Džajić, il capitano, era il cuore e l’anima della squadra. A ventotto anni, l’ala sinistra della Stella Rossa era nel pieno della maturità calcistica. Il suo dribbling sinuoso, il suo piede sinistro capace di pennellate impossibili, i suoi cambi di passo fulminei lo rendevano praticamente incontenibile sull’out mancino. Due anni prima, Pelé lo aveva descritto come “il miglior giocatore al mondo sulla fascia sinistra”, e nel 1968 si era piazzato terzo al Pallone d’Oro, trascinando la Jugoslavia alla finale dell’Europeo con un gol leggendario a Gordon Banks. In Germania segnò nella goleada allo Zaire e guidò la squadra con la personalità di un leader nato. In carriera, avrebbe collezionato 85 presenze con la nazionale — record assoluto nella storia della Jugoslavia — e 23 gol.

Dušan Bajević, il bomber di Mostar, fu la rivelazione del torneo per i colori jugoslavi. Attaccante del Velež Mostar, portava con sé i gol nel sangue: la sua media con la nazionale era spaventosa, 29 reti in sole 37 presenze. Contro lo Zaire realizzò una tripletta che rimane impressa nella memoria collettiva del calcio jugoslavo. Alto, potente nel gioco aereo ma anche dotato di una tecnica raffinata, Bajević era il centravanti che ogni allenatore avrebbe voluto avere. Dopo il Mondiale, la sua carriera lo avrebbe portato in Grecia, all’AEK Atene, dove sarebbe diventato una leggenda vivente.

Ivica Šurjak

Branko Oblak era il metronomo del centrocampo, un giocatore dell’Hajduk Spalato dalla classe cristallina e dalla visione di gioco superiore. Capace di dettare i tempi con una semplicità disarmante, sapeva anche essere incisivo in zona gol, come dimostrò con la rete su punizione contro lo Zaire. Era il tipo di centrocampista che non finisce mai sui giornali ma che i compagni adorano, perché rende tutto più facile.

Ivica Šurjak, anch’egli dell’Hajduk Spalato, portava velocità e imprevedibilità sulla trequarti. Giovane e sfrontato, segnò sia nella goleada allo Zaire sia nella sconfitta contro la Svezia, dimostrando di non temere nessun palcoscenico. La sua carriera sarebbe poi proseguita ad altissimo livello con l’Hajduk, di cui divenne uno dei simboli più amati.

Josip Katalinski, difensore dello Željezničar di Sarajevo, fu l’eroe silenzioso di quel Mondiale. Il suo gol nello spareggio contro la Spagna a Francoforte aveva aperto le porte della fase finale, e contro lo Zaire trovò la rete anche in un ruolo che non prevedeva vocazione offensiva. Duro nei contrasti, intelligente nel posizionamento, incarnava alla perfezione lo spirito del calcio bosniaco.

Josip Katalinski

Enver Marić, il portiere del Velež Mostar, garantì sicurezza tra i pali per tutto il torneo. Nato a Mostar come Bajević, faceva parte di quel nucleo bosniaco — insieme allo stesso Bajević, a Katalinski e a Enver Hadžiabdić dello Željezničar — che rappresentava una delle anime più genuine e combattive della squadra.

E poi c’erano Vladislav Bogićević, libero elegante della Stella Rossa a soli ventitré anni, già corteggiato dal Bayern Monaco; Ilija Petković, che giocava in Francia al Troyes; Jovan Aćimović, regista della Stella Rossa; e Ivan Buljan, roccioso difensore dell’Hajduk. Una rosa composita, multietnica, multirepubblicana — una Jugoslavia in miniatura.

La commissione tecnica guidata da Miljan Miljanić — che subito dopo il Mondiale sarebbe volato al Real Madrid per vincere due campionati spagnoli consecutivi — aveva saputo creare un gruppo coeso nonostante la struttura di comando plurale. Ma forse, proprio quella frammentazione al vertice era lo specchio di una nazione meravigliosa e contraddittoria, capace di unirsi nel calcio come in poche altre cose.