Più di un Mondiale per durata e squadre, la Minicopa del 1972 celebrò i 150 anni dell’indipendenza brasiliana. Tra propaganda, stadi crollati e l’addio di Pelé, vinse comunque il Brasile di Jairzinho.
C’è un torneo che la storia ufficiale ha quasi cancellato, eppure ebbe più squadre del Mondiale messicano del 1970 e fu la più grande competizione internazionale ospitata dal Brasile dai tempi della Coppa del 1950: un primato che sarebbe rimasto imbattuto, per numero di nazionali, fino al Mondiale del 2014, quarantadue anni più tardi. Si chiamava Taça Independência, ma tutti finirono per chiamarla la Minicopa. Era il 1972, il Brasile festeggiava i 150 anni dalla sua indipendenza e, in un Paese ubriaco di pallone dopo il tricampeonato mondiale, sembrava la cosa più naturale del mondo trasformare un anniversario nazionale in una colossale festa di calcio: venti nazionali, dodici città, un mese intero di partite.
Ma dietro le bandiere e i fuochi d’artificio c’era soprattutto l’ambizione di un uomo: João Havelange, presidente della CBD, la confederazione brasiliana. Havelange non voleva soltanto celebrare la patria. Aveva un obiettivo preciso, scolpito nella testa come un chiodo fisso: la presidenza della FIFA, in palio nel 1974. E per arrivarci doveva prima collaborare con l’uomo che intendeva spodestare, l’inglese Stanley Rous, allora signore assoluto del calcio mondiale.
Fu proprio Rous, ironia della sorte, a venire in Brasile nel 1971 a ispezionare gli stadi, benedire il progetto e sorteggiare i gironi nella sede della CBD, nel cuore di Rio. Non poteva immaginare che stava aiutando il suo futuro rivale a costruire la rampa di lancio che, due anni dopo, lo avrebbe detronizzato.

Il pallone e il regime
La Minicopa non era soltanto sport. Era propaganda. Il Brasile viveva gli anni del cosiddetto milagre econômico e dello slogan del Brasil Grande, e la dittatura militare cavalcava l’onda delle vittorie del pallone per fabbricare consenso. Il torneo si inseriva in un programma celebrativo del Sesquicentenario che comprendeva anche un’Olimpiade dell’Esercito e una surreale “Corsa del Fuoco Simbolico della Patria”. A tirare i fili c’era il presidente-generale Emílio Garrastazu Médici, tifoso sfegatato, definito dalla stampa dell’epoca “un tifoso da novanta minuti”: il calcio come collante nazionale, lo stadio come piazza addomesticata.
Solo che il pubblico, almeno all’inizio, non rispose all’appello. Nelle prime fasi diversi impianti restarono spaventosamente vuoti. La soluzione fu tipicamente di regime: distribuzione gratuita di biglietti a universitari e studenti delle superiori, e perfino sorteggi di premi durante le partite, pur di riempire le tribune e regalare alle telecamere l’immagine di un popolo felice. Perché la Minicopa fu anche un evento televisivo pionieristico, trasmesso a colori — una novità assoluta per il Brasile — grazie a un consorzio di emittenti e ai marchi di sponsor come Esso e Gillette.

Il torneo dei grandi assenti
Sulla carta era un capolavoro: gironi preliminari, poi l’ingresso in scena dei campioni del mondo — Brasile, Germania Ovest, Inghilterra, Italia e Uruguay — e una marcia trionfale fino alla finale del Maracanã. Sulla carta. Perché la realtà decise di scrivere un’altra storia.
Le defezioni cominciarono presto e non si fermarono più. I club inglesi e italiani non avevano alcuna intenzione di liberare i loro campioni. La Germania Ovest e l’URSS erano impegnate con l’Europeo del 1972: i tedeschi declinarono, i sovietici mandarono una squadra-fantasma. Il Messico sparì dopo che un club locale si rifiutò di cedere i suoi giocatori.
I buchi nel tabellone andavano tappati, e cominciò una caccia disperata. Si sognò una selezione britannica con Bobby Moore e George Best: niente. Si sondò la Spagna, frenata dal Real Madrid. Alla fine spuntò la Scozia, che si prese persino il posto diretto in seconda fase destinato agli inglesi. Arrivarono Cecoslovacchia e Irlanda, si presentò l’Iran, e per riempire gli ultimi spazi si inventarono combinati regionali africani e nordamericani. Il torneo perfetto era diventato un mosaico di ripieghi.
I numeri, intanto, erano da capogiro. La CBD mise in conto una spesa di quattro milioni di dollari — voli intercontinentali, alberghi, trasferte interne e quote di partecipazione per ogni nazionale — sperando di recuperarne almeno tre milioni e mezzo al botteghino, con un premio finale di 150 mila dollari riservato ai campioni. E poiché il Brasil Grande aveva bisogno di vetrine, il torneo divenne un pretesto per riempire il Paese di cattedrali di cemento: nuovi stadi come l’Arruda di Recife e il Castelão di Natal sorsero apposta per l’occasione, mentre il Maracanã ricevette un nuovo impianto di illuminazione e altri impianti, dal Beira-Rio al Couto Pereira, furono ampliati a tappe forzate. Era il Paese che voleva mostrarsi enorme, moderno, vincente.

Il Brasile dopo O’Rey
Per i padroni di casa c’era una ferita aperta. Pelé si era congedato dalla Seleção nel 1971, e per quanto lo si pregasse di restare, l’uomo aveva mantenuto la parola. O’Rey non ci sarebbe stato. “Avemmo una responsabilità immensa, giocando in Brasile senza il nostro più grande idolo”, avrebbe ricordato Jairzinho.
Toccava al tecnico Zagallo ricostruire. Cadde il terzino Everaldo, sacrificato sull’altare del più audace Marco Antônio: una scelta che scatenò la furia del Rio Grande do Sul, con i tifosi che in un’amichevole fischiarono persino l’inno nazionale e bruciarono bandiere. Everaldo, da signore, reagì all’opposto: “Ora, da giocatore, divento tifoso della Nazionale”. Cadde il capitano Carlos Alberto Torres, tradito dal ginocchio. Si fece male il portiere Félix, e i pali andarono a Leão. In compenso restava il cuore tricampione del mondo: Gerson, Rivelino, Tostão, Clodoaldo e lo stesso Jairzinho.

Gironi a sorpresa
La fase preliminare fu un viaggio attraverso il calcio mondiale e i suoi outsider. Nel Gruppo 1 l’Argentina di Pizzuti, esclusa dal Mondiale messicano, mostrò i denti con il poderoso Fischer e Oscar Más. Ma la giovane Francia, con la coppia di difensori soprannominata la Garde Noire — Marius Trésor e Jean-Pierre Adams — si rivelò un osso durissimo. Tutto si decise in uno scontro diretto: agli argentini bastò uno 0-0 per passare, lasciando i transalpini a recriminare.
Nel Gruppo 2 brillò il Portogallo di un immenso Eusébio, una delle stelle assolute del torneo. Qui andò in scena una scena surreale: Irlanda e Iran entrarono in campo con le stesse maglie verdi, e gli iraniani furono costretti a indossare quelle prestate dal Santa Cruz. Il pubblico li adottò, ma non bastò a evitare la sconfitta.
Nel Gruppo 3 la Jugoslavia esordì con una valanga: 10-0 alla Venezuela, cinque gol del solo Dušan Bajević, la goleada più larga nella storia della selezione balcanica. Quel ragazzo avrebbe chiuso il torneo da capocannoniere assoluto, con tredici reti. La vera delusione del girone fu invece il Perù, che conservava buona parte della splendida squadra del Mondiale del 1970 — con Teófilo Cubillas, Héctor Chumpitaz e Hugo Sotil — ma naufragò nella confusione, dopo aver cambiato allenatore alla vigilia, finendo scavalcato dal modesto Paraguay. Ci fu spazio anche per la battaglia: in Paraguay–Venezuela tutti i ventidue in campo, riserve comprese, si presero a botte per sette minuti sotto lo sguardo complice dell’arbitro ghanese. Finì con la polizia in campo. Espulsi: nessuno.
Lo stadio crollato
Non tutte le storie della Minicopa finirono con un sorriso. A Campo Grande, nel cuore del Mato Grosso, ospitare partite di una competizione internazionale fu vissuto come un sogno: la città si scoprì improvvisamente capitale del pallone. Ma il prezzo del Brasil Grande, fatto di stadi tirati su in fretta e furia per impressionare il mondo, arrivò poco dopo: parte della pensilina del Morenão crollò di schianto. Per pura fortuna le gradinate erano vuote. Fu il primo di una lunga serie di incidenti che avrebbero segnato la storia dell’impianto, e una metafora perfetta di quell’epoca: la facciata grandiosa, e sotto le crepe.
La rivincita mancata e la notte del Maracanã

Alla fase finale arrivarono le otto migliori. Il Brasile trovò, beffa del destino, gli stessi avversari del loro passato e futuro Mondiale: Cecoslovacchia e Scozia. Ma stavolta la musica fu diversa. Se a Guadalajara nel 1970 la Seleção aveva travolto i cechi per 4-1, al Maracanã si schiantò contro un muro: 0-0. La squadra si sbloccò poi piegando per 3-0 la Jugoslavia al Morumbi, con una doppietta di Leivinha, e conquistò la finale battendo la Scozia di Billy Bremner con un guizzo di Jairzinho a otto minuti dalla fine.
Nell’altro raggruppamento il Portogallo confermò di essere la grande rivelazione. Travolse l’Argentina all’esordio con un Eusébio in stato di grazia, regolò di misura l’Unione Sovietica e tenne testa all’Uruguay, chiudendo in testa al girone davanti a tre nazionali ben più blasonate. Curiosità: quella selezione era in pratica il Benfica travestito, con Eusébio, Jaime Graça, Humberto Coelho, Rui Jordão e Toni. I lusitani vinsero il girone, ma pagarono caro il successo: Eusébio uscì con un taglio alla gamba, in dubbio per la finale.

Il 9 luglio 1972 il Maracanã era pronto. Come antipasto, la finalina: la Jugoslavia travolse l’Argentina per 4-2 in una partita degenerata nella violenza, con una rissa di sette minuti e due espulsi, illuminata dalla classe di Dragan Džajić. Poi la finale vera, Brasile contro Portogallo: tesa, drammatica, avara di gol. Sembrava destinata ai supplementari quando, a due minuti dalla fine, Jairzinho venne atterrato al limite dell’area. Sul pallone si presentò Rivelino: cross in mezzo, e lì comparve ancora una volta il Furacão, ad anticipare il portiere e a spingere in rete. Maracanã in estasi.
L’eredità di un torneo fantasma
La coppa la sollevò Gerson, capitano per l’occasione, dalle mani del presidente Médici in persona — l’immagine perfetta che il regime cercava. Fu il suo addio alla Nazionale, come per Tostão e Brito.
Il futuro fu crudele con molti protagonisti. Delle otto finaliste, tre non avrebbero nemmeno visto il Mondiale del 1974: il Portogallo, splendido a Rio, sarebbe stato eliminato dalla Bulgaria; la Cecoslovacchia dalla Scozia; l’Unione Sovietica avrebbe rinunciato allo spareggio con il Cile dopo la rottura diplomatica seguita al golpe di Pinochet.
La Taça Independência non fu un trionfo di pubblico né un capolavoro tecnico. Ma fu una prova generale che anticipò le difficoltà del Brasile in Germania, e soprattutto servì a un uomo solo. Due anni dopo, João Havelange diventava presidente della FIFA. La Minicopa aveva fatto il suo lavoro.