La notte in cui il Brasile scese a San Siro

L’Inter festeggia i 70 anni sfidando il Brasile a San Siro nel 1978: 80.000 spettatori, luci fioche, gol di Nunes e Dirceu. Spettacolo verdeoro, prova generale del Mondiale argentino.

Ci sono partite che non contano niente in classifica e pesano una tonnellata nella memoria. Quella del 13 aprile 1978 è una di queste. Un’amichevole, sulla carta. Un fuoco d’artificio, nei fatti. L’Inter la organizza per soffiarsi le settanta candeline addosso, e per farlo va a prendere l’unica squadra del pianeta capace di trasformare una serata di mezzo aprile in un evento da tramandare ai nipoti: il Brasile.

Milano, in quel momento, è una città a digiuno. Lo scudetto manca da troppo, le grandi notti europee sono ricordi ingialliti, l’Inter sta scivolando verso un quinto posto senza gloria e il Milan non se la passa meglio. Quando arriva la voce che la Seleção atterrerà per davvero a San Siro (non ancora Meazza), è come aprire le porte di una mensa dopo settimane di brodaglia. La gente si butta verso lo stadio con una fame che non è solo voglia di calcio: è bisogno di bellezza. Da tempo, da queste parti, l’unico a concedere ancora scampoli di un calcio d’altri tempi è Rivera, là sull’altra sponda; ma uno scampolo, per quanto pregiato, non ha mai saziato nessuno.

Beppe Viola, nel suo servizio per la Rai, lo dice con la sintesi che gli era propria: “Per chi ama il calcio il Brasile è una tentazione irresistibile”. E quella sera, a giudicare dalla calca ai cancelli, di tentati ce ne sono parecchi.

Ottantamila, più i clandestini

Il conteggio ufficiale parla di ottantamila persone. Ma è un conteggio generoso con la verità, perché almeno diecimila sono entrate alla maniera vecchia: di frodo, sgusciando dentro nella confusione generale, approfittando di una organizzazione travolta dalla ressa.

Tra i travolti dalla folla, paradosso dei paradossi, c’è anche Lady Renata, moglie del presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli. Arriva un quarto d’ora prima del fischio d’inizio convinta che la tribuna sia un suo diritto naturale, e invece si ritrova murata fuori come una qualsiasi. Indispettita, pretende che intervengano le forze dell’ordine, e solo grazie a un’azione di forza riesce finalmente a guadagnare il suo posto. Se non entra la signora del presidente, figuriamoci gli altri.

Dentro lo stadio si respira un’aria elettrica. E in effetti qualcosa riguardo l’elettricità succede, anche se non esattamente come tutti se lo aspettavano.

Le luci al risparmio

Perché c’è un dettaglio che nessuno aveva messo in conto: i riflettori. Quella sera i fari di San Siro non vogliono saperne di accendersi come si deve. Tremolano, sfarfallano, regalano allo stadio una penombra da intimità sospetta, una luce soffusa che lascia molto all’immaginazione e poco alla vista. Si gioca in un chiaroscuro romantico per modo di dire, perché la verità è molto più prosaica: si va al risparmio.

C’è una vertenza in corso. Inter e Milan pagano in ritardo la bolletta dell’energia al Comune di Milano, e l’illuminazione ne fa le spese. Niente di nuovo sotto il secondo anello, verrebbe da dire, visto che il terzo a quei tempi era ancora un sogno d’architetto. I dirigenti brasiliani protestano con Fraizzoli: come si fa a esibire la squadra più spettacolare del mondo al lume di candela? Domanda legittima, risposta imbarazzata.

Arbitra Michelotti di Parma, ma in una serata così la sua è poco più di una figura decorativa. L’Inter parte con l’unica arma che possiede davvero — la velocità — e prova a non recitare la parte della spalla maldestra. Al 17′ è Gil a far trattenere il fiato allo stadio, con un gran destro da fuori che sfiora il bersaglio; al 19′ rispondono i nerazzurri, con Anastasi liberato da Pavone in un uno-due al limite dell’area, ma il tiro è centrale e fiacco. Piovono fischi ingenerosi sui padroni di casa: il pubblico fiuta che l’Inter pensa più a non prenderle che a giocarsela, e che proprio per questo costringe anche il Brasile a tenere il freno a mano tirato.

Poi, al 24′, i verdeoro alzano di un soffio il volume, e basta. È Zico ad accendere la miccia con una cannonata che Bordon respinge come può; sulla ribattuta si avventa Nunes, che brucia Canuti e deposita in rete da sinistra. Uno a zero, e tanti saluti. Il raddoppio è ancora più bello e arriva appena due minuti dopo l’intervallo: Dirceu raccoglie palla a venticinque metri e fa esplodere un bolide improvviso che si infila all’incrocio, alla destra di un Bordon rimasto a guardare immobile, come ipnotizzato.

Nessuno, in quel momento, lo sa. Ma quella è una prova generale. Due mesi più tardi, al Mondiale d’Argentina, lo stesso Dirceu batterà nientemeno che Dino Zoff nella finalina per il terzo posto, condannando l’Italia. Le notti hanno la memoria lunga.

Oriali e Rivelino

Un palcoscenico chiamato Brasile

Attorno ai due gol c’è tutto il resto, ed è il resto a far valere il biglietto. Rivelino — che i giornali dell’epoca si ostinano a chiamare con una elle di troppo — pennella un paio di lanci che mettono d’accordo intellettuali e ultras, anche se a tratti tradisce la lentezza di un fuoriclasse a mezzo servizio, poco impegnato in una partita che non gli chiede di sudare. Toninho Cerezo detta i tempi a centrocampo con la naturalezza di chi possiede l’orologio. E poi c’è lui, Zico, la stella che brilla più di tutte, il nuovo fenomeno globale che i giornali danno già opzionato dal Milan in attesa che si riaprano le frontiere agli stranieri.

Dall’altra parte, un’Inter piena di rincalzi e di buone intenzioni. In campo dal primo minuto ci sono Bordon e un giovanissimo Baresi, Marini e Merlo, una coppia d’attacco formata da Anastasi e Altobelli. Ma l’ordine di scuderia è esplicito: si gioca per divertire. Il direttore sportivo Beltrami chiede ufficialmente all’allenatore Bersellini di “non esagerare con le marcature strette”. Tradotto: lasciate che i brasiliani vengano a noi, e che la festa sia festa.

Beppe Viola, ancora lui, mette la firma sulla serata con una formula che resta: “Partita finta, ma spettacolo per intellettuali del calcio”. Falsa nel risultato, verissima nell’emozione.

Eppure — ed è la sorpresa che pochi si aspettano — nemmeno il Brasile è ancora una macchina perfetta. Lo si vede al 30′, quando la difesa prova la migrazione in massa verso il centrocampo, alla maniera olandese, per soffocare sul nascere i contropiede nerazzurri: un terzino resta distratto a presidiare il vuoto, lo schema va in tilt e tocca a Leão uscire precipitosamente dalla sua area e spegnere il pericolo con un plateale fallo di mano. Anche gli dèi, ogni tanto, inciampano. È il segnale che quella Seleção è un cantiere ancora aperto.

Centoventiquattro taccuini al seguito

Per capire la dimensione dell’evento bisogna guardare i numeri attorno al campo. La Seleção non viaggia: trasloca. Al suo seguito ci sono quaranta persone tra giocatori, dirigenti e accompagnatori, tutti sistemati all’hotel Leonardo da Vinci di Bruzzano, e una pattuglia di centoventiquattro giornalisti. Centoventiquattro. La tribuna stampa di San Siro capitola sotto il peso di tanta penna, e i cronisti finiscono sparpagliati ovunque, insieme agli allenatori e ai dirigenti di Serie A accorsi al gran completo, perché nessuno vuole raccontare di non esserci stato.

E proprio quella marea umana gioca un brutto scherzo ai colleghi venuti da oltreoceano: a un certo punto, dalla folta delegazione dei telecronisti brasiliani si leva un urlo d’indignazione, perché l’ultima ondata di tifosi entrati di frodo ha travolto le barriere e tolto loro metà della visuale. Hanno attraversato il mondo per raccontare la Seleção, e si ritrovano a commentare la nuca di uno spettatore.

C’è il commissario tecnico Enzo Bearzot, che studia. C’è Giovanni Trapattoni, allenatore della Juventus, che spiega senza giri di parole di essere venuto a vedere all’opera la squadra con “la migliore tecnica del mondo”. Detto da chi avrebbe poi costruito un impero sulla concretezza, suona quasi come una confessione. E c’è una ragione precisa dietro tanta curiosità: il Brasile di Coutinho non è più soltanto fantasia e dribbling, ma un laboratorio tattico che innesta la migliore tecnica individuale del pianeta sull’organizzazione di scuola tedesca e olandese. Un binomio che, a sentire l’allenatore, può portare a un solo esito: il titolo mondiale in Argentina, a giugno. Ecco perché in tribuna ci sono tutti: non sono venuti a vedere una partita, sono venuti a leggere il futuro.

L’Inter, intanto, conta gli incassi e sorride: 284 milioni di lire — per la precisione 284.719.600, spremuti da 66.052 paganti su un pubblico stimato in ottantamila — una cifra record per quegli anni, contro i 50 spesi per portare a casa il Brasile. I brasiliani, va detto, hanno preteso tutto: ingaggio, viaggio, soggiorno per l’intera delegazione. Il pubblico paga 18.000 lire per la tribuna centrale, 6.500 per i distinti, 2.200 per i popolari; gli Under 14 entrano gratis. È la Seleção in piena tournée mondiale: pochi giorni prima ha travolto 6-1 l’Al-Ahli a Gedda, ha battuto la Germania Ovest, ha perso con la Francia, e il mercoledì successivo sarà a Wembley a strappare un 1-1 all’Inghilterra.

In Italia ci si stupisce persino del calendario brasiliano: un campionato che non conosce sosta, con un torneo da settantaquattro squadre pronto a ripartire. L’ultimo l’ha vinto per la prima volta il San Paolo, battendo in finale l’Atletico Mineiro, con Waldir Peres in porta e Serginho al centro dell’attacco. Nomi che quattro anni dopo diventeranno tragicamente celebri come capri espiatori del fracaso contro l’Italia di Paolo Rossi, al Sarrià di Barcellona. Ma quella è un’altra storia…

La Rai sceglie i pugni

C’è però un convitato di pietra che quella sera fa arrabbiare mezza Italia: la televisione di Stato. Mentre lo spettacolo è a San Siro, la Rai preferisce mandare in diretta un match di pugilato, la difesa del titolo europeo dei pesi gallo del trentottenne Franco Zurlo contro lo spagnolo Esteban Eguia, a Viareggio. La partita finisce su Capodistria e in differita su TeleMontecarlo, con la voce di Sandro Mazzola a commentare. Polemiche a pioggia sui giornali: il Brasile relegato dietro i guantoni.

E nello stesso giorno, mentre Milano vibra, il Milan gioca un’amichevole a Imperia e ne fa sei. Quattro li segna un ragazzo che non ha ancora vent’anni, uno scugnizzo di Poggiomarino di nome Luciano Gaudino. Il presidente rossonero Colombo, in una giornata in cui l’Italia intera sembra essersi vestita di verdeoro, ci scherza su: un brasiliano ce l’ha pure il Milan, e si chiama “Gaudinho”.

Era una partita che non contava niente. È diventata una notte che racconta tutto.

Milano, 13 aprile 1978
Inter – Brasile 0-2
Reti
: 24′ Nunes, 47′ Dirceu
Inter: Bordon (75′ Cipollini), Baresi, Bini, Canuti, Fedele (24′ A. Gasparini), Oriali, Mariani (49′ Roselli), Merlo (61′ Chierico), Pavone (71′ Tricella), Anastasi, Altobelli (46′ Muraro). Allenatore: Bersellini
Brasile: Leao, Zè Maria, Oscar, Amaral I (46′ Polozi), Rodrigues Neto, Toninho Cerezo, Rivelino (69′ Batista I), Gil (75′ Tarciso), Zico (69′ Jorge Mendoza), Nunes, Dirceu. Allenatore: Coutinho
Arbitro: Michelotti di Parma