Lars Elstrup: in direzione ostinata e contraria

Eroe dimenticato di Euro ’92, segnò il gol decisivo contro la Francia poi abbandonò il calcio a trent’anni, scegliendo sette, spiritualità e vita di strada al posto della gloria sportiva.

Malmö, 17 giugno 1992. Si gioca l’ultima partita del girone di Euro ’92, quella che deciderà chi tra Danimarca e Francia vola in semifinale. I Bleus di Michel Platini, arrivati da favoriti, sono fermi sull’1-1 quando il commissario tecnico danese Richard Møller Nielsen decide di gettare nella mischia un ragazzo di ventinove anni rimasto ai margini per tutto il torneo: Lars Elstrup. Bastano pochi minuti: il numero 10 danese mette il piede su un cross basso e firma il gol del 2-1. La Francia è fuori, e con lei finisce anche l’avventura da allenatore di Platini.

Quella rete apre la strada a una delle imprese più incredibili della storia del calcio: la Danimarca, ripescata all’ultimo momento dopo l’esclusione della Jugoslavia per la guerra, batterà in finale la Germania di Klinsmann e Sammer diventando campione d’Europa. Ma mentre Peter Schmeichel, Kim Vilfort e i fratelli Laudrup festeggiano, Elstrup vive il trionfo da spettatore: nella finale resta in panchina dal primo all’ultimo minuto, per sua stessa scelta. È l’apice della sua carriera. Ed è anche l’inizio della fine.

Un bambino nello Jutland

Per capire Lars Elstrup bisogna tornare a Råby, minuscolo borgo rurale dello Jutland, dove nasce nel marzo 1963. Il padre Tage gestisce l’unico negozio del paese ed è anche allenatore della squadra locale: un uomo severo, che impone ai figli una disciplina quasi militare. La leggenda vuole che, dopo le sconfitte, il piccolo Lars dovesse correre dietro alla macchina di famiglia.

“Da quando avevo sei anni fino al momento in cui ho smesso a 30, questa paura di non essere abbastanza bravo mi ha seguito ovunque”, racconterà lui stesso molti anni dopo. Un’insicurezza profonda, che però — paradossalmente — lo spingerà a diventare uno dei centravanti più prolifici del calcio danese.

Il mago danese

Dopo gli esordi nel Randers e una parentesi al Brøndby, nel 1986 Elstrup si trasferisce in Olanda, al Feyenoord. Tornato in patria veste la maglia dell’Odense, dove i suoi gol convincono il Luton Town a investire su di lui una cifra record per il club, oltre 800.000 sterline. In Inghilterra diventa un idolo: un anno segna quindici reti decisive per la salvezza, un altro ne rifila cinque in una sola partita di FA Cup. I tifosi lo ribattezzano “the Danish Magician”, il mago danese, e il compagno di nazionale Brian Laudrup arriverà a paragonarlo al fresco Pallone d’Oro Jean-Pierre Papin.

Eppure Elstrup è già un enigma. Quando il Leeds di Howard Wilkinson gli promette il titolo di capocannoniere della stagione successiva, lui rifiuta e torna in Danimarca. Il Leeds vincerà davvero il campionato, con un certo Eric Cantona in attacco.

La gloria e la fuga

Un anno dopo il trionfo di Euro ’92, a soli trent’anni e all’apice della carriera, Elstrup manda tutto all’aria. “Ero al picco della mia carriera e ho smesso tutto, nessuno ha capito”, dirà. “Quando guardavo la gente, sorridevano e io mi chiedevo: perché non riesco a ricambiare il sorriso? Tremavo quando dovevo parlare con le persone.”

Dietro quella decisione c’è un disagio profondo, mai davvero curato, che lo accompagna fin dall’infanzia. Il calcio, con la sua pressione costante e i riflettori puntati addosso, diventa un peso insostenibile. Comincia così una ricerca che lo porterà molto lontano dai campi da gioco — e da qualsiasi vita che i suoi ex compagni avrebbero potuto immaginare per lui.

Alla ricerca di un’altra verità

Durante un ritiro della nazionale negli Stati Uniti, mentre i compagni vanno a Disney World, Elstrup compra un libro di Shirley MacLaine sul New Age. “Mi ha aperto gli occhi”, racconterà. Poco dopo, sul balcone di casa a Odense, dice di aver assistito a un fenomeno inspiegabile: una colonna di luce apparsa nella piazza sottostante.

Nel 1993 si iscrive a un corso spirituale di quattordici giorni organizzato da una comunità nota come la “Compagnia dell’Oca Selvaggia”. Convinto da quell’esperienza, taglia i ponti con famiglia e fidanzata e si trasferisce nella comune, assumendo il nome Darando, “il fiume che si getta nel mare”. Vi scopre gli insegnamenti del guru indiano Sri Ganapathi Sachchidananda. Dopo un anno fonda una comunità dissidente, “Il Cuore del Sole”: per sei anni vive con una cinquantina di persone in una fattoria vegetariana che si sostiene con l’apicoltura — il loro miele biologico verrà eletto tra i migliori d’Europa.

Gli anni del caos

L’esperienza della comune finisce nel 2000, dopo un viaggio in India e diversi momenti di grave crisi personale. Elstrup si trasferisce a Vissenbjerg, dove inizia a spaventare i passanti con comportamenti sempre più estremi: mendica seminudo, seduto dentro un cerchio delimitato da una corda blu, che dice rappresentare la “prigione mentale” dell’uomo comune. Nel 2016 entra completamente nudo in campo durante una partita di Superliga tra Randers e Silkeborg, venendo poi fermato dalla polizia.

Nel 2000 tenta anche un improbabile ritorno al calcio, chiamato dall’ex compagno Lars Høgh, diventato direttore sportivo dell’Odense. “Abbiamo deciso di integrarlo in squadra, ma era più per aiutarlo a uscire dalla strada”, spiegherà Høgh. L’esperimento dura pochissimo. Il suo biografo Carsten Hansen offre una chiave di lettura: “Tutta la sua vita è stata una reazione contro l’autorità paterna.”

Il fiume, oggi

Da quasi trent’anni Lars Elstrup non ha una casa fissa. Vive tra i dormitori dell’Esercito della Salvezza e i caffè di Odense, dove ancora oggi qualcuno lo riconosce come l’eroe dimenticato di Euro ’92. Ha una figlia, Indija, che vede solo saltuariamente. Nel 2022 attraversa quello che lui stesso descrive come un punto di svolta nella sua salute mentale, l’inizio di un periodo di maggiore serenità dopo decenni di crisi. Nell’aprile 2023 torna per la prima volta dopo trentadue anni al Kenilworth Road, lo stadio del Luton Town, accolto come ospite d’onore in occasione di una partita: un momento di commozione autentica, di riconciliazione con un pezzo della propria storia.

Il suo ex compagno di nazionale Viggo Jensen lo ricorda così: “Lars era dello stesso livello di Brian Laudrup. Era un attaccante superbo, è triste vedere cosa è diventato.” Ma forse la vicenda di Elstrup non è solo la storia di un declino. È la storia di un uomo che, fin da bambino, ha rincorso un’idea di libertà interiore che il calcio — con la sua disciplina, le sue gerarchie, le sue attese — non poteva contenere. Un fiume che ha scelto la propria direzione, anche quando quella direzione portava lontanissimo dal mare che tutti si aspettavano.