KUBALA Laszlo: il giramondo

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Quando il Barcellona celebrò il suo centenario nel 1999, il club scelse di celebrare l’evento chiedendo ai suoi tifosi chi era stato il migliori giocatore ad aver indossato la mitica maglia blaugrana nei primi 100 anni della sua storia. La scelta fu quasi unanime e cadde su Ladislao Kubala. Un risultato per niente scontato se si considera il numero di giocatori di classe mondiale che hanno giocato con il Barca. Tuttavia se Kubala non avesse fatto infuriare il leggendario presidente del Real Madrid Santiago Bernabeu durante i negoziati per un possibile trasferimento al club della capitale, la storia del calciatore e dei due maggiori club spagnoli avrebber preso strade molto diverse.

Lazslo Kubala Stecz nasce il 10 giugno 1927 a Budapest da padre ungherese e madre slovacca. Inizia a lavorare in fabbrica giovanissimo, ma il senso di Kubala per il pallone è cosa troppo grande per rimanere chiusa in una tuta. Gioca con la squadra del dopolavoro, il Ganz, e presto conosce anche la maglia delle rappresentative giovanili ungheresi. A diciassette anni, appena finita la guerra, viene ingaggiato dal Ferencvaros e fa il suo esordio il 29 aprile del 1945. Tozzo e robusto, diventerà un piccolo armadio di 1,75 per 83 chilogrammi, con i piedi pieni di classe e fantasia. L’indole ribelle viene a galla quando nella primavera del 1946 decide di scappare a Bratislava per un ricco contratto con l’SK, il Ferencvaros si trova di fronte al fatto compiuto ed è costretta ad accettare una sorta di risarcimento, 15.000 fiorini.

La nazionalità cecoslovacca del padre gli apre le porte della Nazionale di Praga, con cui gioca 11 partite segnando 8 reti. Nel frattempo conosce e s’innamora della figlia dell’allenatore, Ferdinand Daucik, Ana Viola, hanno un figlio e si sposano, ma l’idillio dura pochissimo. Nel ’48 Laszlo ritorna a Budapest per giocare con il Vasas, tutto appare rientrare nei canoni di una normale vita da calciatore, ma il governo ungherese decide di inquadrarlo nella “Legione rossa”, con il divieto d’espatrio. La situazione è senza via d’uscita: Kubala a Budapest solo e “prigioniero”, Ana Viola e Branko (eccellente talento calcistico, stroncato in giovanissima età dalla leucemia) in Cecoslovacchia lontani da Laszlo. È nonno Ferdinand a progettare la fuga oltre frontiera, mentre Kubala avrebbe fatto lo stesso dall’Ungheria. La prima a scappare è proprio Ana insieme al figlio, poco dopo ci riesce anche Ferdinand Daucik che ripara a Vienna insieme con altri profughi. Per Laszlo è più difficile. Riesce a farsi destinare ai reparti di confine e una sera, in uniforme sovietica, sale su un camion di rifugiati.

La fuga riesce e la famiglia Kubala si riunisce in Italia. La Pro Patria, infatti, ha contattato Laszlo, ma la Federcalcio magiara lo sospende a vita e la Fifa ratifica la squalifica. Il giocatore, però, non si dà per vinto: firma un precontratto con la Pro Patria, si allena a Busto Arsizio e in attesa di una autorizzazione ufficiale della FIFA e viene contattato anche dal Torino, all’epoca vertice assoluto del calcio italiano. Il club di Novo invita Kubala per una prestigiosa amichevole che i granata avrebbero disputato in Portogallo contro il Benfica ma Kubala, onorato dalla richiesta, è costretto a tirarsi fuori all’ultimo minuto a causa della malattia del figlio. Il destino non vuole che il campione magiaro sia tra le vittime del tremendo schianto del Grande Torino sulla collina di Superga al ritorno dal match contro il Benfica.

Nel frattempo fonda una squadra, l’Hungaria, una specie di Nazionale dell’Est composta da esuli che iniziò a giocare qualche amichevole in Spagna, per i motivi politici già accennati. Il 5 giugno 1950 l’Hungaria affronta il Real Madrid dando nel primo tempo una lezione di calcio con Kubala sugli scudi. Nella ripresa la stanchezza ha il sopravvento tra gli esuli dell’est, provati dai lunghi trasferimenti in treno e auto per raggiungere Madrid. Il Real vince 4-2 ma Kubala ha fatto abbastanza per impressionare Santiago Bernabeu, impegnato nel creare una squadra di successo (i bianchi non vincono un campionato da prima della guerra civile) e offre immediatamente al campione ungherese un contratto.

Kubala ha un’unica condizione: che il suocero Daucik venga nominato allenatore del Real. Bernabeu, noto per essere un uomo duro e poco avvezzo ai compromessi, si chiede perché mai dovrebbe consegnare le chiavi del suo amato Real ad un parvenu venuto dall’est, considerando anche che l’attuale allenatore, l’inglese Michael Keeping, era molto stimato. E’ però consapevole che sull’ago della bilancia lo straordinario talento di Kubala avrebbe permesso al Real di sopravanzare finalmente l’odiato Barcellona. E’ proprio in Catalogna che l’Hungaria nel frattempo si trova a giocare l’altra amichevole di lusso ed è anche l’occasione per il presidente blaugrana Josep Samiter di offrire, come ha già fatto Bernabeu, un contratto a Kubala. A differenze del suo collega madrileno, Samiter accetta l’imposizione di Daucek come tecnico per la squadra e Kubala firma senza indugi avviando così un periodo straordinario nella storia del Barcellona.

Il suo debutto nella Liga, 1951/52, è leggendario: 26 reti in 19 incontri comprese 7 reti rifilate allo Sporting Gijón (9-0 il risultato finale) e una cinquina al Celta Vigo. La stagione si rivela come una delle più prolifiche nella storia del club: il tecnico Daucek riesce a sposare la fantasia dei suoi campioni (quali Emilio Aldecoa, Velasco, Joan Segarra e Ramallets) con un realismo tattico di straordinaria efficacia. La stagione successiva vede il magiaro saltare diversi match dopo aver contratto una grave forma di tuberlcolosi che rischia addirittua di mettere fine alla sua carriera. Tuttavia un recupero miracoloso delle sue condizioni permette al Barcellona di riconquistare sia la Liga che la Copa del Generalisimo.

Nel 1958 Kubala convince due sue compagni rifugiati ungheresi, Sandor Kocsis e Zoltan Czibor, a unirsi a lui al Barcellona ed assieme a un giovane Luis Suárez e Evaristo, formano il nucleo della squadra che vince ancora una volta la Liga e la Copa del Generalisimo nel 1959 e la Coppa delle Fiere nel 1960. Successivi contrasti con il nuovo allenatore del Barcellona, Helenio Herrera, lo contringono alla panchina ma la rivincita arriva nella stagione 1960/61 quando i blaugrana sono il primo club a sconfiggere il Real Madrid in Coppa Campioni (4-3 in aggregato) ed arrivare alla finale sfortunatamente persa 3-2 contro il Benfica.

Al termine della stagione Kubala appende le scarpette al chiodo diventando allenatore delle giovanili del Barcellona per poi passare alla prima squadra per la stagione 1962/63. L’avventura sulla panchina del club catalano è breve e dopo una sconfitta contro la Stella Rossa negli ottavi di finale della Coppa delle Fiere viene esonerato. A sorpresa riprende l’attività come giocatore/allenatore dell’Espanyol nella stagione 1962/63 e per i due anni seguenti, avendo anche la soddisfazione di giocare assieme al figlio sedicenne Branko. Il capolinea arriva nel 1967 tra le fila degli svizzeri dello Zurigo facendo la sua ultima apparizione in Coppa dei Campioni contro i futuri vincitori del Celtic. Ritorna nella Liga come allenatore del Cordoba a fine 1968 prima di assumere le redini della nazionale spagnola qualificando le Furie Rosse per i Mondiali argentini (dopo dodici anni di assenza) e lasciando solo dopo l’Europeo di Italia 1980.Dopo due stagioni sulla panchina del Barcellona accetta i petrodollari dell’Al-Hilal. Poi dal 1986 ancora Liga con Murcia, Malaga e Elche. Ultima panchina con la nazionale del Paraguay nel 1995.

Immortalato anche nei canti del trovatore catalano Joan Manuel Serrat, Kubala resterá un simbolo folgorante del Barca e del calcio mondiale. Tanto, che appena diventa pubblica la sua scomparsa, Joan Gaspart, presidente del club catalano, interrompe la conferenza stampa che segna il ritorno di Louis Van Gaal alla panchina blaugrana. “Kubala era parte della storia del Barca. Sono sicuro che Van Gaal mi scuserá se chiedo un minuto di riflessione.” Un gesto meritato per un giocatore della sua statura ed importanza.
Negli ultimi anni lui forse non si ricordava di molte delle sue gesta: soffriva del morbo di Altzheimer. Ma la città di Barcellona non lo dimenticò mai, quel biondino che arrivò a giocare un bel giorno del 1951 e che, in fondo, pure quando andò via, chiamato del suo sangue zingaro, non se ne andò mai dei loro cuori.