DAUCIK Ferdinand: memorie di un esule

Scomparso tragicamente il Grande Torino il 4 maggio 1949, la squadra più forte dei primi anni Cinquanta fu il Barcellona, capace di trionfare due volte in campionato, tre volte nella Coppa di Spagna e una volta nella Coppa Latina nel triennio fra il 1950 e il 1953. A dirigere dalla panchina quella strepitosa macchina da gioco era l’esule slovacco Ferdinand Daucik, scappato dal suo Paese e rifugiatosi in Spagna.

Nato a Sahy, sulla linea di confine tra Ungheria e Cecoslovacchia, il 30 maggio 1910, Daucik aveva giocato a calcio nelle file dello Slovan Bratislava e dello Slavia Praga e aveva pure fatto parte della forte Nazionale cecoslovacca, interprete del rinomato calcio danubiano, disputando come terzino sinistro i tre incontri dello sfortunato Mondiale del 1938: quella volta i finalisti di quattro anni prima uscirono dopo aver perso di misura la ripetizione del match col Brasile nei quarti di finale. Chiusa la carriera di giocatore, Daucik divenne allenatore.

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La grande fuga

La carriera offriva magre prospettive e nel 1950 il rigore del regime stalinista che stringeva come una morsa il paese si fece insopportabile. La figlia di Daucik, Ana Viola, aveva sposato il fuoriclasse Laszlo Kubala, ma era costretta a vivere con il figlioletto Branko in Cecoslovacchia, lontano dal marito. Questi infatti, rientrato a Budapest con un ingaggio del Vasas, era stato inquadrato nei ranghi militari della “Legione rossa”, con divieto di espatrio. Una situazione senza via d’uscita, che suggerì a Daucik di progettare la fuga.

Oltre la frontiera, Kubala faceva lo stesso. La prima a scappare fu la figlia di Daucik con in braccio il nipotino, futura sfortunatissima grande promessa del calcio (Branko Kubala sarebbe morto di leucemia dopo brillantissimi esordi), e poco dopo anche il tecnico riuscì a passare la frontiera, riparando a Vienna assieme a un gruppo di profughi. La famiglia Kubala si ricongiunse in Italia, ma Laszlo, ospitato dalla Pro Patria, non riuscì a ottenere il nulla osta per tornare a giocare come professionista.

Decise allora di fondare l’Hungarìa, una specie di Nazionale dell’Est europeo composta di esuli, che giocò alcune amichevoli in Spagna. In occasione della partita al Sarrià contro l’Espanol, Pepe Samitier, direttore generale del Barcellona, rimase impressionato dalle gesta del biondo ventitreenne Kubala, e si mise in moto. Pochi giorni dopo gli offriva un contratto d’oro e un nuovo passaporto, aggiungendo l’assunzione di Daucik come allenatore.

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Daucik e Kubala

Sedutosi sulla panchina blaugrana, questi costruì attorno al genero una squadra di formidabile spessore tecnico, protagonista di uno dei migliori periodi del club catalano. Nei suoi quattro anni alla guida del Barcellona vinse tutti i trofei più importanti, entrando nella storia con il magico grand slam del 1951-52, quando vinse tutte le competizioni cui partecipò: campionato, Coppa di Spagna (Copa del Generalisimo), Coppa Latina, Coppa Èva Duarte e Coppa Martini&Rossi.

Quella squadra favolosa divenne “el Barca del las cinco copas”, un vero e proprio “Dream team” che alcuni esperti giudicano anche più forte del Barcellona degli anni Novanta allenato da Cruijff con Stoichkov e Romario. Una formazione che amava giocare all’attacco, spettacolare, vivace, scaltra. La mitica linea offensiva con Basora, Cesar, Kubala, Moreno e Manchón era quanto di meglio potesse offrire il calcio dell’epoca.

Gustavo Biosca, uno dei protagonisti, sintetizzò in maniera singolare la bravura ma anche l’astuto cinismo tattico di quella squadra: «Chi non è capace di rubare un portafoglio su un tram, non è nemmeno capace di giocare a calcio». Daucik sapeva sposare la fantasia dei suoi campioni a un realismo tattico di straordinaria efficacia. Uomo di grande abilità nei rapporti umani, si diceva che fosse in grado di convincere un giocatore in difficoltà psicologica che assumendo una mezza aspirina il suo rendimento sarebbe lievitato. Esigeva la massima disciplina e curava ogni dettaglio prima della partita.

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Prestigiatore dei ruoli

Sul piano tattico adottava l’imperante Sistema, ma del WM offriva una interpretazione personale, basata sul collettivo: nonostante le tante stelle a disposizione, voleva che prevalesse il lavoro di squadra sulle capacità del singolo. Partendo da questi presupposti, Daucik mise a punto una macchina perfetta, in cui il lavoro di ogni giocatore era fondamentale per il funzionamento dell’intero meccanismo. Ma il tecnico coltivava anche il gusto della sperimentazione.

Era solito cambiare ruolo ai suoi uomini per migliorarne il rendimento. Basora, un terzino destro naturale, divenne un eccellente attaccante quando il tecnico necessitava di un ariete potente per la sua prima linea, ma il caso più significativo fu quello di Gràcia, una punta che l’allenatore convertì in un leggendario difensore.

Queste manie di universalità dei giocatori e la tattica del fuorigioco mutuata dall’Inghilterra che tentò di sfruttare con continuità crearono talvolta dei problemi al Barcellona, spesso protagonista di entusiasmanti goleade ma talvolta frastornato dai cambiamenti del tecnico e travolto dagli avversari, come in un famoso 0-6 subito al Sarrià nel derby con l’Espanol.

Con i catalani Daucik fece il pieno di trofei, aggiungendo alla cinquina del 1951-52 la Coppa di Spagna ‘50-51 nonché campionato, Coppa di Spagna e Coppa Èva Duarte nel ‘52-53. Creò una scuola di allenatori in Cecoslovacchia, quando potè rientrarvi, e oltre al Barcellona allenò l’Atletico Madrid, il Porto, l’Indauchu, il Betis, l’Elche e l’Espanol, senza peraltro mai più raggiungere le vette toccate nella capitale catalana. Morì in Spagna il 14 novembre 1986.

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