Luciano Bianciardi: il favoloso Cagliari

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Come uno scrittore ha visto i personaggi Scopigno e Riva, due fra i principali artefici del primo scudetto in terra sarda.

Tratto da “Epoca”, aprile 1970

Il discorso prese l’avvio un sabato dopo cena, cioè alla vigilia dell’incontro, il quartultimo di campionato, Cagliari-Palermo. Un incontro ovviamente difficile, fra una squadra sull’orlo della serie B e una che voleva vincere lo scudetto. Fu dopo cena, nell’albergo dove tutti avremmo dormito, due uomini, due ragazzini e lui. Ora, siccome di lui avevo già sentito parlare (e letto) parecchio, non mi aspettavo certo di imbattermi in Enrico Quinto vagante tra i fuochi del bivacco, prima dello scontro di Azincourt, a dialogare coi fanti e con gli arcieri. Non mi aspettavo di trovarlo a «tenere su» il morale dei suoi terzini, mediani e attaccanti. Ma diciamo la verità, neanche m’aspettavo di trovarmelo dinanzi così disposto a parlare d’altro. E anche volentieri.

Io rammentavo che sul mio «papiro» di matricola a filosofia, nel ’40, fra le altre firme degli anziani risultava uno Scopigno e, siccome tutti lo chiamano il filosofo, ero molto curioso di sapere se per caso non fosse lui. Invece niente, lui non è laureato in filosofia, e giustamente se ne vanta, mentre laureato in filosofia sono io, e me ne cruccio perché è una laurea sbagliata, e non mi serve aver studiato due anni interi “La scienza della logica” senza averci capito nulla o quasi.

Anche lui ha studiato filosofia, e con più profitto di me, capisco subito. È inutile dire che di Manlio Scopigno la prima cosa che colpisce è la faccia. È facile dire che questa dinanzi a te è la faccia di un etrusco: ma, siccome io affermo che gli etruschi non sono mai esistiti, preferisco dire che questa è la faccia di un italiano antico, di quelli nati e rimasti nel cuore della penisola, prima, molto prima che arrivassero i romani con le quadrate legioni, le strade e i pretori. Una faccia lavorata dalla consapevolezza. dall’ironia, insomma dalla storia.

Non a caso è un umbro di Perugia, ma con ascendenze materne là verso Todi. Io credevo che si attaccasse subito a parlare di pallone, e invece il discorso si sposta su Walter Binni, anche lui di Perugia, titolale di letteratura italiana a Roma. Sì, la poetica del decadentismo. E poi a parlare di monsignor Paolo Galeazzi, da Todi, vescovo di Grosseto, dove son nato io. Dunque toccava a me riportare il discorso su quello che mi premeva, non lasciarlo uscire dal seminato (anzi dal seminario, vasto che il discorso andava per vescovi). I ritiri, sì, la vecchia strenua faccenda dei ritiri. Questi poveri calciatori che passano cinque giorni alla settimana chiusi in un albergo, oppure in un villaggio fasullo, senza chiesa e senza fontana, ma principalmente senza donne. Eppure si sa che in tutti i villaggi (tranne quelli del pallone) ci sono le donne, le fontane, e almeno una chiesa. Dalle parti mie le donne vanno alla fontana, per l’acqua, poi vanno in chiesa, ma lì i giovanotti non entrano. Aspettano fuori: e si chiamano tutti Libertario, Comunardo, Prampolino e via discorrendo. Anche lui ha in squadra un giocatore che si chiama così.

Mi parla volentieri della faccenda del ritiro. Lui non ne fa, e mi spiega subito i varii perché. Intanto, il ritiro costa carissimo: dai cinquanta ai sessanta milioni ogni anno, e sono quattrini che si possono spendere meglio altrove. Poi, il ritiro è traumatizzante: chiudete venti giovanotti tutti assieme in un eremo, e se al quarto giorno non si prendono a botte è segno che hanno avuto una visita del Paraclito. Certi casi di isteria domenicale, sul campo, si spiegano proprio in questo modo. Me lo conferma lui, e si compiace che ci sia arrivato da solo, riflettendo un momento.

Il ritiro, e questo è il fatto più grosso, umilia il calciatore. Cioè presuppone che egli non sappia condurre una sua vita privata. Oggi neanche più ai bambini si legano le mani perché non rubino la marmellata, Gianni Agnelli non controlla il comportamento, al sabato, degli operai della Fiat. «Lei cosa direbbe, scusi, se il suo editore, quando c’è da scrivere un libro, la chiudesse in camera insieme ad Alberto Bevilacqua?» È proprio così, e l’idea di concubare con Alberto Bevilacqua mi fa venire un interiore attacco di risa che a fatica trattengo. No, ha ragione lui. «I calciatori sono dei professionisti, sanno qual è il loro mestiere, sanno che cosa occorre per farlo bene. Glielo abbiamo spiegato per filo e per segno. Dunque lo facciano. Io non sono il loro papà, sono un professionista come loro. Io non vado a controllare le camere dei miei, a vedere se fanno la nanna alle nove di sera, e se la fanno in casta solitudine. Certo, la verità si vede la domenica e, se uno non fa il dovere suo, esce di squadra. Per il resto, si regoli.»

E infatti si regolano eccome, questi ragazzi del Cagliari. Prendiamo per esempio Luigi Riva, l’asso, il giocatore più stimato, ammirato, venerato d’Italia. Gli hanno offerto di fare una parte in un film di Zeffirelli, riceve ogni giorno trecento lettere, e spesso son lettere di ragazze, di belle ragazze. Persino sulla porta degli spogliatoi (lo vedrò la domenica) c’è una sfilza di dichiarazioni d’amore, persino in inglese (I love you, Gigirriva, Mary), eppure lui non si sposta, rifiuta di fare l’attore, cestina le lettere, ignora le ragazze (ma di questo io dubito, diciamo che ne ignora parecchie, e fa bene). A che pensa, Gigi Riva? A segnare i gol.

Una volta gli chiesero che cosa avrebbe fatto in caso di rapimento: dopo tutto il Riva vale almeno un miliardo di riscatto. Lui rispose così: «Non me ne importerebbe niente. Mi diano un pallone, mi alzino una porta, e per me va bene anche in Barbagia». Mi assicura Scopigno che questo giovane viene da un altro pianeta, che non è terragno, che è una autentica forza della natura, ma non è natura terrestre, è altra cosa. A me questa pareva un’iperbole, un modo di dire (eppure Scopigno non è mai iperbolico, anzi mi sono accorto che indulge all’understatement, che fa la tara su tutto, specialmente sul suo mestiere). Mi parve così perché non avevo mai visto Gigi Riva dal vero, sul campo, dentro il campo, come successe la domenica dopo, quando, standomene dietro la porta del Palermo, mi presi sul petto una palla persa del Nostro, e di sicuro il petto mi fa ancora male.

Eppure, neanche Riva è suo figlio. Glielo ripete spesso, a questo lombardo orfano da bambino, glielo ripete, che Manlio Scopigno non è suo padre, e men che mai sua madre. Ma a volte lo scortica vivo. O meglio, una volta, memorabile, gli disse cose che soltanto un padre può dire a suo figlio, e il lombardo ammutolì, diventò rosso, forse pianse, e da quel giorno nacque Luigi Riva cannoniere (anche ai danni dello scrivente). Ma intanto era venuto Antonello dal bar a portare altri bicchieri. No, Scopigno non beve whisky, da qualche tempo, beve soltanto vodka, ci guardiamo in faccia con un’ombra di sorriso, come due veterani che han succhiato, ai tempi loro, dalla stessa borraccia. Anche se lui il militare non l’ha mai fatto.

Il discorso va per le lunghe. Per esempio il baseball, che roba sarebbe? Io l’ho visto giocare un paio di volte, ma non mi convince con quei due che tirano la palla, la respingono col bastone e poi si mettono a correre, mentre gli altri stanno lì a guardare, non si sa bene che cosa. Mi spiega che è uno sport da americani, che può durare ore, e nel frattempo la gente se ne va a bere. Un whisky certo, come quello che ci ha portato or ora Antonello. Meglio il basket, che io vorrei tradurre palla-al-corbello, lì ci si capisce già qualcosa. E la discussione svicola sul confronto fra Facchetti e Riminucci. È più alto il secondo (io lo sostengo a spada tratta, anche se gli altri mi danno sulla voce). Ebbene, con la sua statura, non eccezionale nel suo sport, ma sempre vicina al metro e novanta, Riminucci riesce a essere più veloce del Facchetti. Come si spiega questo fatto?

La spiegazione viene proprio da Scopigno. «Lei deve rammentare», mi dice, «che i giocatori di basket adoperano le gambe per correre, e il gioco lo fanno con le mani. Il suo Facchetti, invece, con le mani ci fa soltanto le rimesse laterali, le gambe gli servono a correre e anche a giocare. Il calcio è un gioco contro natura.»

È proprio vero, a ripensarci. Ma perché non ci avevo pensato prima? Per rifarmi un poco, attacco a parlare di Alberto Fommei, già centromediano della Sampdoria, e di Fabrizio Bartolini, già ala sinistra del Livorno. Cito Lucidio Sentimenti, detto Cochi, e Giorgio Ghezzi, oggi albergatore a Cesenatico. Si parla di Pelé, che «saprebbe sbucciare un mandarino coi piedi» (molto efficace, questo Scopigno è un narratore, dovrebbe provarci).

Ma è anche dispettoso, perché mi domanda se conosco Lucio Mastronardi, mi domanda che cosa penso (ammesso che io pensi qualcosa) di Giovanni Arpino, mi spiega che sua moglie insegna alla scuola media, e capisco, nonostante il suo continuo far la tara su ogni cosa, che le vuole molto bene. Dopo che Antonello è tornato un’altra volta, scopriamo che tutti e due sappiamo leggere la musica, che suoniamo uno strumento, lui il pianoforte, io il violoncello. Piuttosto maluccio, tutti e due, ma un po’ di Gershwin lui lo strimpella, e un pò di Schubert (l’attacco dell’Incompiuta) lo strimpello anch’io, ma poi lui fa il dispettoso, m’avverte che dipinge, e chi mi sta accanto mi avverte che non dipinge neanche male. E tiene quadri in casa, ci spende soldi, a volte ce ne guadagna, perché vede bene ed è difficile che si sbagli. I due ragazzini ormai sono disfatti e se ne vanno a letto soli, come buoni calciatori, lasciando soli noialtri veterani.

Dunque domani c’è il Palermo, una discreta gatta da pelare, anche per il ricordo di quel che a Scopigno successe nella partita di andata, sull’altra isola: lo coprirono non solamente di insulti, ma anche di sputi. Un vigile, convocato da lui in persona per riportare il pubblico alla decenza, lo gratificò a sua volta d’uno sputo. E son cose che non piacciono a un uomo come Scopigno. Le credo bene. Scopigno ha un fisico estremamente minuto, i piedi piccoli, le mani affusolate (più da violinista che da pianista, infatti scopro che da ragazzo suonava anche il violino, e comincio a chiedermi che cosa non sa fare). Un uomo simile merita rispetto persino dai tifosi avversi. E vedremo domani che i tifosi cagliaritani saranno ben diversi, con gli avversari. Cavallereschi e addirittura cordiali: son sicuro che Scopigno ha insegnato qualcosa anche a loro.

E allora sotto, diamolo questo scudetto al Cagliari, alla Sardegna a cui tante, troppe cose son state negate. La brigata Sassari, cento volte rifatta durante la prima guerra mondiale. La promessa dei pascoli ai pastori. Le faide secolari, il continente che si succhia le energie migliori, i cervelli più fini. Lo so, lo scudetto sulla maglia, accanto ai quattro mori bendati, è un ben povero compenso. Anche perché il calcio non è una cosa seria, a Scopigno non gliene importa nulla, del calcio, lo accetta come un gioco, oltre tutto lo hanno squalificato, dopo i fatti di Palermo (lui che aveva preso gli sputi), e domani vedrà la partita dalla tribuna.

In campo invece scendo io, ma vado a cercarlo. Sta in prima fila, in mezzo ai poliziotti. L’amico Del Grande lo fotografa così, da dietro la rete di sbarramento: sembra in prigione, e fuma come se fosse in attesa del processo. Ma non si agita, non apre bocca. «Perché non urla mai?», chiedo a uno che mi sta accanto, e che lo conosce bene. «Ma quello», mi sento rispondere «ha smesso di urlare il giorno che venne al mondo.» Ricambia il mio saluto con il suo solito sorriso ironico, e io penso che questo è un uomo serio, prima di tutto perché sa fare bene il suo lavoro, poi perché sa fare abbastanza bene anche altre cose, ma soprattutto perché al momento giusto sa guardare se stesso con l’occhio salutare dell’ironia. Però io non gli credo, quando racconta che del calcio non gli importa nulla. Però lo capisco, quando dice così: a me per esempio non importa nulla della letteratura italiana.

Luciano Bianciardi

Epoca – Aprile 1970