LUCIANO CHIARUGI – luglio 1976

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Scappato dalle polemiche di Rivera e Duina, Chiarugi approda al Napoli di Pesaola, che lo conosce più di tutti. Ritratto di un campione sottovalutato e in perenne polemica…

L’elogio della pazzia

A Ponsacco, il paese di Luciano Chiarugi (in provincia di Pisa); dicono che il «matto» casomai sarà lui, il cavaliere del lavoro Vittorio Duina. «Ha venduto un purosangue – si discute sotto la tettoia del Bar Sport – per un ronzino ormai sfiatato e stanco di correre!». E il discorso (con l’autocompiacimento di chi si sente, magari, il padrino di un talento calcistico, in fondo Ponsacco è una colonia viola da sempre), sconfina nel contesto-milioni. Tutti ricordano le serpentine di Luciano sul Campetto locale, la sua rabbia e la sua voglia di sfondare. E tutti son pronti a giurare che loro «l’avevano sempre saputo». Le cose che sa fare lui con il pallone tra i piedi, dichiarano, non le sa fare nessuno.

Chi ce l’ha, un campione così, se lo tiene ben stretto, non lo vende per una manciata di milioni. Svagando, poi, in episodi e aneddoti diventati ormai dei classici. Soldi, dunque. Per chi conosce Chiarugi dai sui primi passi, la molla dello scambio con Braglia sta tutta qui. In un’assurda campagna di compra-vendita, fatta più per accontentare Rivera che per rinforzare il Milan.

«Che volete – conclude “Mario il trombettiere”, capo riconosciuto della tifoseria locale, colui che organizzava carovane a Firenze prima e a Milano poi – Duina parla, parla, poi alla resa dei conti si comporta come un industriale qualsiasi: un campione in campo va bene, ma i milioni in cassa van meglio, anche se sono soltanto Un pugno!».

Il tutto mentre Duina, dal suo rifugio dorato in Sardegna (a chi gli prospettava una simile eventualità) sbotta in una dichiarazione di guerra: «Dicano pure di me tutto quello che vogliono. Anche che ho ceduto Chiarugi per evitare di sborsare soldi freschi. Io me ne sbatto, di tutti! Questi signori vadano a chiedere referenze in banca e si accorgeranno che la mia forza è proprio quella di avere decine e decine di miliardi di debiti. Sapete cosa significa questo? Significa che ho largo credito e le banche, i soldi, non li danno a tutti».

La consacrazione, dunque, è cosa fatta. Seppure a cavallo della tigre. «In fondo – condivide lo stesso Chiarugi – alla polemica sono abituato. Fin dall’inizio nel Ponsacco, poi con gli scontri con Chiappella e Pesaola nella Fiorentina, a quelli con Rocco per finire con Rivera. Loro mi danno del matto, ma io sono fatto così, alla mia maniera. Quello che prometto comunque, finisco sempre per mantenerlo. Onestamente».
E lo dice convinto, accettando l’etichetta di «genialoide», ma imbufalendosi se lo si vuole contrabbandare per personaggio artefatto. Ci si accorge, allora, che le sue incredibili pettinature e l’auto americana da incubo (erano i tempi del «boom» economico, quelli della Fiat 600, tanto per intenderci) con il suo nome a lettere cubitali dipinto sulle fiancate, non erano il frutto di un’abile regia, ma soltanto la sua maniera di essere Luciano Chiarugi, di professione calciatore. Al limite, una rivalsa ad una vita difficile.

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«Vede – dice di lui Carlo Montanari, direttore sportivo del Bologna, colui che all’epoca tenne a battesimo le sue stramberie fiorentine – il soprannome di “cavallo pazzo” non ha riscontro nella realtà. Chiarugi è un ottimo elemento. Forse con un unico pallino fisso: cosa far fare alla palla. Per questo, “cavallo pazzo” era soltanto una maniera affettuosa d’essergli vicino dei tifosi. Per quanto riguarda, invece, le sue qualità niente da dire: è un campione nato, con una fantasia senza limiti che lo fa assomigliare – a livello di mentalità calcistica – ad un sudamericano. Dribbling vincente, aperture a sorpresa e un tiro estremamente forte e preciso. E non dimentichiamoci che oggi, in Italia, è uno dei pochi che sanno segnare dal calcio d’angolo».

Per la verità, sulla faccenda dei gol impossibili dalla bandierina, non tutti sono d’accordo. Certamente non lo è Braglia che alle prime avvisaglie dell’acquisto del milanista, disse chiaro e tondo che Chiarugi al Napoli andava a pennello. «Per vincere lo scudetto – fu il suo commento – ci manca soltanto uno che sappia tirare i corner». I casi della vita, comunque, sono infiniti. Compreso quello di un Chiarugi che lo sostituisce nel ruolo – a volte ingrato, a volte esaltante – di spalla per Savoldi. Fianco a fianco per di più, con quel «Petisso» Pesaola, altro «addetto ai lavori» che lo conosce alla perfezione.

«Quando Luciano promette una cosa – chiarisce il concetto l’allenatore del Napoli – è certo che la mantiene. E’ una sua prerogativa. Lui dice che farà il portatore d’acqua per Beppe, promette cross calibrati quel tanto che basta per spingerli in fondo alla rete, ed io sono pronto a dargli fiducia. So a memoria i suoi pregi e i suoi difetti, ma soprattutto, sono il primo a dichiarare che i “matti” sono gli altri. Parlando sempre di football, s’intende. Basta soltanto trovare la chiave del suo carattere e ti trovi tra le mani un giocatore capace di risolverti da solo una partita».

Tutti d’accordo, quindi, sulle sue qualità. Anche se condite con un pizzico d’istrionismo. Come quando (era l’anno dello scudetto) la Fiorentina andò al Comunale di Torino e all’ultima giornata (contro la grande Juventus) proprio lui segnò forse il suo gol più bello. Poi fece di corsa tutto il campo, si esibì in una capriola e alla fine mandò in delirio i tifosi viola inginocchiandosi alla maniera di un santone indiano. A otto anni di distanza, l’emozione è ancora la stessa di allora a testimonianza di una passione genuina.

«Fu un gran bel gol – ricorda Chiarugi – ma non fu un caso. Volevo dimostrare che le mie finte, i miei tunnel non erano soltanto esibizionismo, ma cose mie, spontanee e volute. E quella rete, servì allo scopo meglio di un intero discorso».
La convalida, dunque, Chiarugi la cerca direttamente dal campo. Per esperienza diretta, cioè. Come quando agli inizi, faceva il pendolare tra Ponsacco e Firenze quattro volte alla settimana; oppure come quando terminato il rodaggio nel Nag fece il regolamentare provino e risultò essere il migliore in assoluto. Unico – almeno finora – a mantenere poi nel tempo le promesse iniziali. La sola volta che giocò la carta del prestigio, il fascino patinato della fotografia sul giornale e dell’autografo, gli andò buca.
«Me lo presentarono degli amici – racconta divertita la moglie Laura – e lui precisò di essere Chiarugi. Di primo acchito mi sembrò insopportabile, ma Luciano rincarò la dose precisando di essere quello che giocava nella squadra della Fiorentina. Ah si? mi finsi stupita, e cos’è la Fiorentina? Inutile stare a dire com’è andata a finire. Fu però l’ultima volta che giocò a fare il personaggio».

chiarugi_1973-74La penultima, invece, toccò a Pesaola. L’anno dopo lo scudetto, quando la Fiorentina andò a Glasgow per la Coppa dei Campioni. Il ragazzo era esuberante, si sentiva arrivato ed in campo (forse) era portato ad esasperare la sua fantasia. Diciamo che aveva bisogno di giocare con due palloni: uno per sé ed uno per la squadra. Così, nella trasferta, Pesaola lo lasciò fuori squadra volutamente. La Fiorentina perse tre a zero, ma Luciano capì perfettamente la lezione.

Poi è tempo di Milan. Tempo di Nereo Rocco. «Quando Chiarugi arrivò da noi – ricorda sbrigativo il “paron” – era già famoso come calciatore e come personaggio. Aveva, però, quella sicurezza nei suoi mezzi che a lungo andare può benissimo venir scambiata con la presunzione. Il suo gioco era spesso vincente, impensabile tuttavia un suo dialogo con i compagni. Così cercai d’inserirlo in un contesto meno individualista e più collettivo, limando i tunnel e la sua ricerca del numero per far divertire la platea. Ho solo tentato, però, perché un Chiarugi o lo si ripudia, oppure lo si accetta in blocco. Con lui non esistono mezze misure». Il risultato della cura-Rocco lo si deduce dalle cifre: in quattro stagioni rossonere, Chiarugi ha disputato 104 partite segnando 37 gol (soltanto uno su rigore). In più tanti dribbling e tanti tunnel agli avversari.

Infine, il capitolo Rivera. O meglio, la possibilità di parlare fuori dai denti una volta per tutte. Il discorso parte da lontano, da quando Gianni Rivera se ne uscì con una frase infelice e disse che con Graziarli e Pulici il Milan avrebbe vinto lo scudetto.
«Ed io, allora – precisa Chiarugi – chiarii il mio punto di vista e dissi che con i due torinesi si sarebbero dovute comprare anche altre punte. Dopodiché, vista la situazione poco simpatica che si era venuta a creare, venne a Milanello perfino Duina. L’incontro non fu per niente simpatico. Il signor Rivera mi mise sul banco degli imputati e mi rimproverò di giocare in maniera anarchica. “E’ tutto l’anno che ti diciamo di giocare largo – fu l’esordio – e tu invece resti sempre indietro”. A questo punto, io, Luciano Chiarugi, classe 1947, ho deciso di averne abbastanza. Ho chiesto a chi dovevo dare ascolto dal momento che Trapattoni e Rocco mi dicevano di giocare esattamente come facevo. Quindi, o non contavano niente loro due, oppure lui, Rivera, poteva risparmiarsi certi discorsi. Duina rimase sorpreso e chiese spiegazioni che naturalmente Rivera si guardò bene dal dare».

Ecco, tra i tanti aspetti di Chiarugi, quello del parlare chiaro è predominante perfino sui suoi funambolismi pedatori. Con il «golden-boy», tuttavia, il discorso non era chiuso.
«Certo che no! E poiché il discorso Graziani-Pulici non mi andava bene per niente, alla prima occasione, fui ancora più esplicito: al Milan non servivano due attaccanti, ma piuttosto due vere mezzali. Soltanto che a lui, Gianni Rivera, certe cose non bisogna sognarsi di dirle».

La diatriba, comunque, è tracimata dai binari che riguardavano esclusivamente il ruolo di Chiarugi, Troppe sono le polemiche extra-calcistiche del Milan ed il sentirsi tecnici è malattia comune.
«Sarà – conclude il giocatore – però Rivera, in questo senso è un ammalato cronico. In ogni formazione schierata in campo c’era il suo zampino. L’esempio più clamoroso l’abbiamo avuto in Coppa Italia: in due partite decisive abbiamo schierato due liberi, Bigon e Rivera. E là davanti, io e Calloni a fare la figura di due poveri scemi!».

«Cavallo pazzo» (che poi tanto pazzo non è) è tutto qui. Da accettare o rifiutare, come ha detto Rocco. Può sembrare strafottente o lunatico, menefregista o esibizionista, ma alla fine – quando si tirano le somme – difficilmente il suo bilancio segna rosso. E’ successo alla Ponsacchese, alla Fiorentina, al Milan e domani, chissà, al Napoli. Ha sfondato per la sua perenne voglia di vincere a dispetto dei santi e dei diavoli. Di lui Chiappella e Bernardini hanno detto che «calcisticamente non ha niente da imparare. Deve soltanto mettere i piedi al servizio della testa e non viceversa».

Pareri a ruota libera, da condividere o no. Come la sua fantasia in campo. Domani è già Napoli e la voglia di pallone è tanta. Anche se Mergellina arriva con quattro anni di ritardo. Il Napoli, infatti, lo acquistò ufficialmente nel 1973, quando l’allora presidente Sacchi (al vertice dì una società generosa, ma confusionaria) concluse l’affare con la Fiorentina per la bellezza di 300 milioni. Poi Sacchi lasciò il posto a Ferlaino e l’affare sfumò a causa di un mal di fegato del giocatore.
O per lo meno, questa fu la versione ufficiale della rottura del contratto. Ed il bello è che si parlava di Luciano Chiarugi, uno che la bile è abituato a farla venire agli avversari. Magari con un tunnel, doppiato da una serpentina. Un campione, insomma.