Due creativi sivigliani proposero un’arancia come mascotte per España ’82. Bollata come aberrazione, Naranjito divenne rapidamente un’icona. Per noi italiani, ricorderà per sempre la magica estate del mondiale.
Anno di grazie 1979: in un piccolo studio di grafica pubblicitaria nel cuore di Siviglia, due creativi, María Dolores de Salto e José María Martín Pacheco, dell’agenzia Bellido, avevano davanti a sé una sfida ambiziosa: creare la mascotte per España ’82, un evento che avrebbe portato gli occhi del mondo sulla pensiola iberica.
Il concorso indetto dalla Federcalcio spagnola aveva attirato diverse proposte, tutte fortemente radicate nella tradizione folkloristica iberica. C’era Brindis, un bambino vestito da torero, opera del catalano Jorge Gabernet. C’era Toribalón, uno strano essere mutante metà toro e metà pallone, creato dal madrileno Pedro Maria Laperal. Entrambe le proposte pescavano dai simboli più ovvi e stereotipati della Spagna: tori, toreri, l’immaginario della tauromachia.
Ma Pacheco e de Salto avevano in mente qualcosa di diverso. Come racconta lo stesso Martín Pacheco in un’intervista: “Volevamo trovare qualcosa di più fresco, lontano dai soliti cliché spagnoli”. Fu durante una passeggiata per le strade di Siviglia che l’illuminazione arrivò. “Vidi le arance e mi dissi: perché no?”

L’arancia contro il toro
La scelta di rappresentare la Spagna con un’arancia anziché con un toro fu rivoluzionaria quanto controversa. Naranjito – che letteralmente significa “piccola arancia” – era una sfera arancione sorridente, con le guance rubiconde, vestita con la divisa rossa della Nazionale spagnola e con un pallone sotto il braccio sinistro. Secondo i suoi creatori, era nato nel 1970, quindi aveva dodici anni al momento del Mondiale.
La semplicità del design era disarmante. Niente corna, niente cappa, niente riferimenti alla corrida. Solo un frutto tipico delle regioni di Valencia, Murcia e dell’Andalusia, trasformato in un piccolo calciatore sorridente. Era, di fatto, la prima mascotte “inanimata” nella storia dei Mondiali, dopo che Inghilterra ’66 aveva inaugurato la tradizione con Willie il leone e Messico ’70 aveva proseguito con Juanito, un ragazzino con il sombrero.
La Federazione scelse Naranjito, riconoscendo ai due creativi un premio di un milione di pesetas. Ma le prime reazioni del pubblico e della stampa furono tutt’altro che entusiaste. I giornali parlarono di “aberrazione”, “vergogna nazionale”, alcuni arrivarono a definirlo un “feto”. Come poteva un’arancia rappresentare la fierezza e la tradizione spagnola? Dove erano finiti i simboli che identificavano il Paese nel mondo?

Il paradosso del successo
Quello che la Federazione spagnola non poteva immaginare era il successo commerciale che Naranjito avrebbe generato. Poco dopo la selezione della mascotte, i diritti di sfruttamento dell’immagine furono venduti a una società britannica per la cifra astronomica di 1.400 milioni di pesetas – circa 8,4 milioni di euro. I creatori, Pacheco e de Salto, tentarono di negoziare migliori condizioni per i diritti e il merchandising, ma la Federazione fu categorica. Come raccontano: “Ci dissero: se non sei d’accordo con i termini scegliamo un altro”.
Il merchandising esplose. Naranjito diventò un fenomeno che travalicò i confini del calcio. La Radio Televisione spagnola produsse una serie di cartoni animati intitolata “Calcio d’azione”, con 26 episodi di circa 20 minuti ciascuno. Nella serie, Naranjito aveva persino una vita sentimentale e sociale: c’era la sua fidanzata Clementina, l’amico Citronio e persino un robot di nome Imarchi. Era uno show con tocchi in perfetto stile giapponese, che conquistò i bambini spagnoli e non solo.
L’ombra del plagio
Naturalmente, con il successo arrivarono anche le controversie. Nel 1979, Lolo Rico, creatrice del leggendario programma televisivo “La bola de cristal”, denunciò l’esistenza di un altro personaggio con lo stesso nome. Le accuse di plagio si moltiplicarono, ma alla fine la questione si risolse senza conseguenze per la mascotte ufficiale. Naranjito poteva andare avanti.

C’era però un’ironia di fondo in tutta questa storia. La Spagna aveva scelto di rappresentarsi con un frutto, un simbolo di freschezza e modernità, in un Mondiale che per la Nazionale si rivelò deludente. Le Furie Rosse uscirono al secondo turno, eliminate dopo una serie di prestazioni sottotono. Ma mentre la squadra usciva di scena in anticipo, Naranjito continuava a sorridere da ogni angolo: sulle magliette, sui manifesti, nei negozi di giocattoli.
Un’estate Azzurra
Per noi italiani, Naranjito è indissolubilmente legato a uno dei ricordi più dolci della nostra storia calcistica. España ’82 fu il Mondiale di Paolo Rossi che dopo un iniziale periodo di appannamento esplose con sei gol determinanti. Fu il Mondiale delle sgroppate di Bruno Conti sulla fascia destra, della sicurezza di Dino Zoff, della maglia di Maradona strappata da Claudio Gentile, del rigore sbagliato da Cabrini in finale.
Fu il Mondiale del presidente Sandro Pertini che esultava accanto a Re Juan Carlos e della mitica pipa di Enzo Bearzot. L’Italia vinse il suo terzo titolo mondiale, 44 anni dopo l’ultimo trionfo, e Naranjito diventò per noi italiani il simbolo di quell’estate magica, di quelle notti in cui tutto sembrava possibile.

Simbolo di un’epoca
Con il passare degli anni, Naranjito ha acquisito uno status che va oltre il calcio. Per gli spagnoli, quella piccola arancia sorridente ha rappresentato un momento di svolta nella storia del Paese. Non era più solo una mascotte sportiva, ma il simbolo dell’apertura al mondo, della modernità, della voglia di cambiare di una Spagna che stava uscendo dall’era franchista e si affacciava all’Europa democratica.
La scelta di rompere con i cliché del toro e del torero si rivelò profetica. Naranjito incarnava una Spagna diversa, fresca, vitaminica, che guardava al futuro senza rinnegare le proprie radici. L’arancia era tipicamente spagnola quanto il toro, ma parlava di sole, di Mediterraneo, di vita quotidiana più che di rituali folkloristici.
Cosa resta dell’arancia
Naranjito rimane tutt’ora una delle mascotte più amate nella storia dei Mondiali. E il merchandising continua a esistere: t-shirt, gadget, oggetti vintage che alimentano la nostalgia di una generazione che in quella piccola arancia riconosce un pezzo della propria giovinezza.
È interessante notare come le generazioni successive di mascotte abbiano seguito strade diverse. Alcune hanno cercato di replicare l’approccio “fresco” di Naranjito – come Piqué, il peperoncino jalapeño del Messico ’86 – altre sono tornate agli animali tradizionali, come Footix (il gallo francese del 1998) o Zabivaka (il lupo russo del 2018). Ma poche hanno raggiunto l’iconicità di quella prima mascotte “inanimata” che osò sfidare le convenzioni.
E per noi italiani, Naranjito sarà per sempre l’arancia di quell’estate del 1982, quando tutto sembrava possibile e l’Italia tornò sul tetto del mondo.