SUŠIĆ Safet: un brasiliano in Bosnia

Nato tra le montagne operaie di Zavidovići, Safet Sušić ha trasformato il talento grezzo in magia pura sui campi di mezza Europa. Questa è la storia di Pape, il brasiliano di Bosnia.

Zavidovići non è un posto dove nascono le leggende del calcio. È un borgo incastonato tra le montagne della Bosnia centrale, dove la vita ruota attorno alla Krivaja, la fabbrica di legname che dà lavoro e nome a quasi tutto: strade, famiglie, persino la squadra di calcio locale. E’ qui, in questo angolo grigio di Jugoslavia, che il 13 aprile 1955 nasce Safet Sušić.

Il padre lavora sodo per garantire il necessario alla famiglia. La madre, Paša, è una donna d’altri tempi, devota alla casa e ai figli. I pomeriggi dei fratelli Sušić si consumano nei cortili adattati a campi da gioco, su terreni incolti che diventano piccoli Maracanã dove sognare a occhi aperti. Il fratello maggiore, Sead, è il primo a farsi notare. Ha talento, e la Stella Rossa di Belgrado se lo porta via dal paese. Ma quando i giornalisti locali gli porgono il microfono, Sead dice qualcosa di sorprendente: “Sono felice di giocare in un club così grande. Ma dovete sapere una cosa: quello davvero bravo, in famiglia, è mio fratello minore. Ha solo sedici anni, ma di lui sentirete parlare molto presto.”

Profezia puntuale. A quindici anni Safet è già il gioiello del Krivaja, un centrocampista con i piedi di velluto che sembra un professionista travestito da ragazzino. Non serve un patentino da osservatore per capire che il ragazzo è destinato ad altro. Nell’estate del 1973, a diciotto anni, si presenta allo stadio Koševo per vestire la maglia dell’FK Sarajevo. Debutta il 3 agosto, in una partita senza storia. Due settimane dopo, contro il Proleter Zrenjanin, apre il suo personale conto in banca: prende palla, salta due difensori, aggira il portiere e deposita in rete. Lo spettacolo è appena cominciato.

La malattia e la rinascita al Sarajevo

La giovane carriera di Pape — così lo soprannominano in Bosnia — prende fuoco rapidamente. Nella stagione successiva al debutto segna 11 gol in 33 partite, imponendosi come leader di un Sarajevo giovane e in costruzione. Ma il destino, come spesso accade nelle migliori storie, piazza un ostacolo feroce. Nel gennaio del 1976, durante la pausa invernale, Safet viene ricoverato d’urgenza: una grave artrite articolare, di quelle che di solito colpiscono i bambini, minaccia non solo la sua carriera ma la sua stessa capacità di camminare. I medici sono pessimisti. Il calcio, dicono, è fuori discussione.

L’FK Sarajevo, la società che senza di lui arranca verso una salvezza disperata, gli rinnova il contratto come gesto di fiducia e affetto. È un atto raro nel cinismo del calcio professionistico. Safet combatte dieci mesi di riabilitazione con la stessa ostinazione che mette nei dribbling. E torna. Torna e segna, come se nulla fosse accaduto. Al suo secondo match dopo il rientro, buca la rete della Stella Rossa. Il Sarajevo si salva per il rotto della cuffia, e Pape riprende a dipingere calcio.

Le stagioni successive sono un crescendo inarrestabile. Il club, fino ad allora comparsa nella Prva Liga, risale la classifica: prima metà campo, poi un quarto posto nel 1979, infine un clamoroso secondo posto nel 1980. Sono risultati inimmaginabili prima dell’avvento di Sušić. Nella stagione 1978-79 segna 15 reti e conquista il titolo di “Miglior calciatore della Jugoslavia” e “Miglior sportivo della Bosnia ed Erzegovina”. L’anno dopo fa ancora meglio: capocannoniere della lega con 17 gol. In totale, con la maglia del Sarajevo, accumula circa 221 presenze ufficiali in campionato e 85 reti — numeri impressionanti per un trequartista. Per amore della sua gente e per rispetto verso la società che gli era stata vicina durante la malattia, rifiuta per anni le pressanti avances delle grandi jugoslave, in particolare del Partizan Belgrado. Ma il richiamo dell’Europa, alla fine, diventa irresistibile.

Triplette da capogiro con la Jugoslavia

Con la maglia della Jugoslavia, Sušić debutta il 5 ottobre 1977, segnando una doppietta all’Ungheria in una partita vinta 4-3. Un mese dopo, il 13 novembre, infila la sua prima tripletta alla Romania in uno spettacolare 6-4. Ma è il 13 giugno 1979 a Zagabria, allo stadio Maksimir, che entra nella storia: l’Italia di Enzo Bearzot viene travolta 4-1, e Safet firma tre gol in sessantasei minuti. È l’ultimo giocatore nella storia ad aver realizzato una tripletta contro gli azzurri. A settembre dello stesso anno replica il tris contro l’Argentina campione del mondo in carica. Tre triplette in meno di due anni, a squadre di questo calibro: roba da fantascienza.

La qualificazione al Mondiale 1982 in Spagna è la conseguenza naturale di un buon momento per il calcio jugoslavo. Nella penisola iberica, però, la Jugoslavia non brilla e viene eliminata al primo turno da Spagna e Irlanda del Nord, grazie anche a qualche sfavore arbitrale. Sušić disputa anche l’Europeo 1984 in Francia — eliminazione nella fase a gironi — e chiude la sua avventura internazionale al Mondiale 1990 in Italia, dove la Jugoslavia arriva fino ai quarti di finale prima di cedere all’Argentina di Maradona ai rigori. In totale: 54 presenze e 21 gol con la maglia della nazionale. Media devastante per un centrocampista.

Il caso Inter-Torino

Il capitolo più rocambolesco della carriera di Sušić è quello mai scritto in Italia. Le sue prestazioni con la Jugoslavia e il Sarajevo hanno infiammato mezza Europa: lo cercano Bayern Monaco, PSV Eindhoven, Anderlecht, Benfica, Amburgo, Borussia Dortmund, Bordeaux. Ma il sogno di Pape è la Serie A, il campionato più forte del mondo.

Il pasticcio è da commedia degli equivoci. Luciano Moggi, all’epoca direttore sportivo del Torino, vola a Sarajevo durante le feste pasquali del 1982 e il 29 aprile annuncia trionfalmente l’acquisto. I tifosi granata esultano, i giornali titolano in prima pagina. Peccato che, da settimane, anche l’Inter, tramite il dirigente Beltrami, possieda un contratto firmato dal giocatore. Sušić, entusiasta all’idea di trasferirsi in Italia, aveva firmato due accordi quasi in contemporanea, pur di non perdere l’occasione. Come se non bastasse, viene formalmente tesserato anche dallo Sporting Gijón in Spagna, dove disputa la parte finale della stagione 1981-82 nella Liga, con 16 presenze e 4 gol.

Il caos burocratico è totale. Torino e Inter si bloccano a vicenda: nessuna delle due è disposta a cedere, ma nessuna vuole rischiare squalifiche e penalizzazioni dalla federazione. Sušić viene interdetto dal campionato italiano per dodici mesi. È uno degli sliding doors più clamorosi del calcio italiano: se l’affare fosse andato in porto, Pape avrebbe giocato nel campionato più duro del mondo, in un’epoca in cui la Serie A era il palcoscenico assoluto. Alla fine, il bosniaco — affranto e rassegnato a restare un’altra stagione al Sarajevo — riceve l’offerta di un club francese con poca storia, che ha appena chiuso al settimo posto in Ligue 1. Si chiama Paris Saint-Germain. Per l’Italia è un rimpianto eterno; per il PSG, il colpo della vita.

Magic Sušić: il re di Parigi

Safet arriva al PSG nell’autunno del 1982, ma la legislazione jugoslava rallenta il trasferimento. Il debutto avviene solo il 18 dicembre, contro il Monaco al Parc des Princes: si perde 1-0, ma poco importa. I tifosi hanno già capito di avere tra le mani qualcosa di speciale. Lo battezzano “Magic Sušić” e il soprannome gli resta addosso per nove stagioni indimenticabili.

La prima magia arriva nella Coppa di Francia 1982-83: tre gol nelle semifinali contro il Tours, poi il capolavoro nella finale contro il Nantes davanti a 46.000 spettatori. Sotto 2-1 all’intervallo — gol di Zaremba per il PSG, poi Baronchelli e José Touré per i canarini — la squadra reagisce nella ripresa. Al 65′ Sušić si libera del centrocampo avversario e piazza un tiro in un angolo impossibile: 2-2. Diciassette minuti dopo serve l’assist perfetto per Nambatingue Toko, che firma il 3-2 della vittoria. Nel 1983, France Football lo elegge miglior straniero della Ligue 1.

In Europa affronta la Juventus nella Coppa delle Coppe 1983-84: il PSG viene eliminato per la regola dei gol in trasferta dopo un 2-2 a Parigi e uno 0-0 a Torino il 3 novembre 1983, ma la prestazione di Sušić contro la difesa bianconera resta nella memoria di chi era al Comunale quel giorno. Nel 1985-86, al fianco di compagni come Luis Fernández, Dominique Rocheteau e il portiere Joël Bats, contribuisce con dieci gol alla conquista del primo titolo di campione di Francia nella storia del PSG. Il 22 settembre 1984, nella goleada per 7-1 contro il Bastia, distribuisce cinque assist in una sola partita — un record che i tifosi parigini tramandano di padre in figlio.

La sua celebre finta, la kičma — che in bosniaco significa “colonna vertebrale” — è un marchio di fabbrica: un movimento del busto che inganna i difensori, li trasforma in birilli, li lascia piantati nell’erba mentre lui scivola via con la palla incollata al piede. Tecnicamente sublime, dotato di un destro chirurgico e un sinistro capace di disegnare traiettorie impossibili, Sušić non è solo un fantasista: è un goleador mascherato da centrocampista. Nel 1987 ottiene anche la cittadinanza francese, segno di un legame ormai indissolubile con la sua patria adottiva.

In nove stagioni al PSG accumula 343 presenze, 96 gol e 61 assist, diventando lo straniero con più presenze nella storia del club e il miglior fornitore di assist di sempre — record che resisterà fino al 2021, quando verrà superato da Ángel Di María. L’ultimo gol con la maglia parigina lo segna nella stagione 1990-91, in un 1-0 contro il Bordeaux. Il 17 maggio 1991, nell’ultima partita — un 1-1 casalingo contro il Brest — lascia il campo in lacrime, travolto dall’ovazione del pubblico. Chiude al Red Star Saint-Ouen, in seconda divisione francese, nella stagione 1991-92: 20 partite, 3 gol, e il sipario che cala su una carriera irripetibile.

La panchina e la Bosnia al Mondiale

Dopo il ritiro, Sušić intraprende la carriera di allenatore: Cannes nel 1994, poi un lungo pellegrinaggio in Turchia tra İstanbulspor, Konyaspor, Ankaragücü, Çaykur Rizespor e Ankaraspor, con una parentesi all’Al-Hilal in Arabia Saudita. Esperienze formative, ma nessuna capace di accendere la scintilla.

Quella scintilla arriva il 28 dicembre 2009, quando viene nominato commissario tecnico della Bosnia ed Erzegovina. L’inizio è burrascoso — solo due vittorie nelle prime sei partite — ma Pape tiene duro. Dall’agosto 2012 all’agosto 2013 la squadra inanella nove risultati utili consecutivi, arrampicandosi fino al 13° posto della classifica FIFA: la posizione più alta di sempre. L’ottobre del 2013 regala l’apoteosi: la Bosnia batte la Lituania 1-0 e si qualifica per il Mondiale 2014 in Brasile. È la prima volta in assoluto per il paese a un grande torneo dall’indipendenza. Sarajevo esplode. Al suo fianco, tra i convocati, c’è anche il nipote Tino-Sven Sušić: tre generazioni di calcio e di famiglia nella stessa avventura.

Pape per sempre

Nel 2003, per il 50° anniversario della UEFA, Sušić viene nominato Golden Player della Bosnia. Nel 2010 France Football lo elegge miglior giocatore nella storia del PSG, e nel 2012 miglior straniero di sempre nella storia della Ligue 1. Nel 2017 entra nella Hall of Fame del club parigino.

C’è anche un omaggio cinematografico: nel film Il favoloso mondo di Amélie, il telecronista di una partita cita il suo nome mentre la protagonista sabota l’antenna tv del vicino dispettoso. Il nome di Sušić risuona così anche nella colonna sonora di una delle pellicole più amate del cinema francese.

In un’intervista del 2021, parlando dell’arrivo di Lionel Messi al PSG, Sušić ha offerto uno spaccato della sua filosofia: “È il miglior giocatore di sempre. Ma ho visto Pelé in televisione, ho giocato contro Maradona, contro Platini, Zidane. E persino Johan Cruyff.” Parole di chi ha attraversato epoche e non ha bisogno di dimostrare nulla.

A settant’anni, Safet Sušić resta ciò che è sempre stato: un artista del pallone cresciuto in un borgo operaio, un uomo modesto che ha illuminato stadi e generazioni con il suo talento puro. Il brasiliano di Bosnia. Pape, per sempre.