SAVICEVIC Dejan: il Genio

Fenomeno in una generazione di talenti senza pari nella storia del calcio dei Balcani, il ragazzo di Podgorica conquista l’Europa con la Stella Rossa

Nel 1992 approda al Milan. Il pubblico lo adora, Capello lo relega in panchina, la critica si divide.

Ma il trionfo contro il Barcellona, che porta il suo marchio, mette d’accordo tutti: la stella di Dejan brilla anche in rosso nero.

Vladimir Savicevic era un capostazione e comandava 900 uomini. Ma la sua casa era un piccola casa dietro la ferrovia. Non guadagnava molti soldi Vladimir Savicevic, ma era rispettato e temuto. Era un uomo alto e forte, come la moglie Voika. Comandava 900 uomini ma non riusciva a farsi obbedire dal figlio più piccolo, Dejan. L’altro figlio, Goran, sognava di diventare macchinista e partire con i treni e andare lontano dal Montenegro.

Dejan aveva gli occhi neri “da matto” e attraversava tutti i giorni di corsa i binari della ferrovia, sembrava volesse sfidare tutte le locomotive di Titograd. Il padre Vladimir lo inseguiva: «Fermati, torna qui! Delinquente!». Il piccolo Dejan, con i capelli pieni di riccioli e l’andatura indolente, andava a giocare sul campo senza erba dietro la stazione. Aveva una faccia da schiaffi, era il più strambo del gruppo. Tutti lo chiamavano Dejo. «Ero un giovane bandito, avevo un futuro da tagliagole. Per fortuna sono diventato un calciatore», dirà. Era il più bravo di tutti, è diventato il Genio.

Il bambino Dejo è molto vivace, spesso impulsivo e manesco. Studia poco, gli piace il karaté, va in palestra e impara molte mosse. Il calcio è la sua seconda passione. A tredici anni il primo “cartellino” con l’Ofk di Titograd, la città di Tito, che poi diventerà Podgorica. Due anni bellissimi e poi la svolta. Passa al Buducnost (in serbo «Futuro») e incanta tutti. Debutta nella serie A montenegrina a 16 anni. Due stagioni ai bordi della prima squadra, nel 1984 l’esplosione.

dejan savicevic buducnost

Dejan giovanissimo con la maglia del Buducnost

È un fantasista, ha piedi magici, dribbling secchi e scatti improvvisi. Non segna molto, ma sono gol bellissimi, incredibili. È uno straordinario assist-man, fa segnare tutti. I suoi passaggi, i suoi suggerimenti, i suoi lanci sono autentici dipinti. Dove va dà spettacolo, spesso vince le partite da solo. A 20 anni, il 29 ottobre 1986, debutta in nazionale contro la Turchia (antico invasore del suo Montenegro): segna la terza rete del 4-0.

Nel 1988 passa alla Stella Rossa di Belgrado, campione della Jugoslavia, diventa subito il numero uno, «la stella della Stella». Ha 22 anni e un grande futuro, l’Italia lo scopre a Spalato il 31 marzo 1988, il giorno del debutto in azzurro di Paolo Maldini. Finisce 1-1, Savicevic brilla come il suo diamante incastonato nel dente: migliore in campo.

Poi lo scopre il Milan, in Coppa Campioni contro la Stella Rossa. Prima a San Siro, pareggio. A Belgrado si gioca nella nebbia, visibilità molto scarsa. Al 5’ del secondo tempo Savicevic porta in vantaggio la Stella Rossa con un bellissimo gol da una ventina di metri. Sette minuti dopo l’arbitro Pauly sospende la partita, la ripetizione il giorno dopo. Dejan sbaglia un gol facile, segnano Van Basten e Stojkovic. Rigori, Giovanni Galli ne para due, a Savicevic e a Mrkela. Il Milan passa il turno e poi trionfa in Coppa Campioni a Barcellona contro la Steaua (4-0).

Dejan Savicevic la sua prima Coppa dei Campioni la vince tre anni dopo, a Bari, 29 maggio 1991. Stella Rossa batte Marsiglia ai rigori. Dejo è uno dei protagonisti. In Italia scrivono: è pronto per la Juventus, è «il Platini dei Balcani».

Savicevic, principale artefice dei successi della Stella Rossa, contribuisce anche a ingigantire il profilo di Darko Pancev, l’attaccante centravanti macedone poi acquistato dall’Inter. Con i nerazzurri Pancev fatica molto e lo chiamano «pippone». A Belgrado era tutta un’altra storia. Savicevic giustificherà così il suo amico centravanti: «Lui ha bisogno di aiuto, di molti passaggi. Io gli facevo sette-otto assist, Darko ne sbagliava cinque-sei, ma due li metteva dentro».

Dejan merita il Pallone d’oro, ma il premio francese va al francese Jean Pierre Papin, centravanti del Marsiglia sconfitto a Bari. A Belgrado, e non solo, si indignano: «È una vergogna». Savicevic si limita a un paio di smorfie: «Mah… non mi sembra molto giusto...». Dejan vince anche la Coppa Intercontinentale, lo chiamano il Genio, fa scatenare il mercato europeo. Lo vogliono il Real Madrid e il Manchester United, lo cerca la Juve, lo prende il Milan. Berlusconi ha visto in cassetta le sue prodezze e dice: «È fantastico, quando scatta ti dà una scossa e ti fa saltare sulla poltrona».

savicevic stella rossa belgrado

Il Milan lo acquista per circa nove miliardi di lire e gli offre, assieme a casa e altri benefit, 800 milioni di lire netti all’anno. Più premi a vincere. E gli assicurano: sarai titolare, Gullit dovrebbe andare al Marsiglia. Boban, di ritorno dal prestito di Bari, sarà nuovamente ceduto. Dejan firma nell’inverno 1991, si presenta a Milanello nell’estate del 1992.

Il Milan, allenato da Fabio Capello, ha appena vinto lo scudetto. Ci sono Van Basten, Gullit e Rijkaard. Savicevic è uno dei tre nuovi stranieri assieme a Papin e Boban. Savicevic è presentato come un grandissimo colpo, è stato strappato ad Agnelli, ha solo 25 anni e un meraviglioso futuro davanti. Unica perplessità il carattere. È vero, si scrive, ha lampi geniali, da fuoriclasse puro, ma anche momenti folli. A 17 anni rifiuta la panchina e dice all’allenatore del Buducnost: «O gioco o vado in tribuna». A 21 anni dice a Osim, tecnico della nazionale: «Se mi convochi mi fai giocare, altrimenti resto a casa». Sempre al c.t. Osim, che gli chiede di andare in panchina, risponde: «In panchina ci vai tu che sei abituato». Il suo chiodo fisso è: giocare, giocare e giocare. Sempre e comunque, sempre e ovunque.

Il primo anno rossonero è molto difficile. Non solo non gioca (o gioca pochissimo), ma scende precipitosamente in fondo alla lista degli stranieri, al sesto posto. Ultimo, anche dopo il suo giovane grande amico, il croato Zvonimir Boban. È l’anno del secondo scudetto targato Capello e delle dieci vittorie consecutive in Coppa Campioni. Prima della finale di Monaco (persa contro il Marsiglia) Savicevic dice: «È un anno allucinante, un incubo». Ma durante quella stagione rifiuta di andare in prestito a un paio di squadre francesi e spagnole. È troppo orgoglioso. «O mi cedete per sempre o resto e gioco».

dejan savicevic roberto baggio milan

Il rapporto con Capello è inesistente. I due non si parlano, il giocatore montenegrino non è adatto al gioco del Milan, il suo ruolo non è previsto dagli schemi. Insomma, si legge e si sente dire: «Macché genio, questo è un peso morto, un bidone, un acquisto inutile». Eppure la partenza è’buona, in Coppa Italia contro la Ternana segna subito due gol, in campionato a Pescara (5-4 per il Milan) dà spettacolo e fa fare a Lentini un gol strepitoso. Poi è accantonato, gioca ogni due mesi e, quando va in campo, confinato sulla fascia. I compagni protestano, Capello urla, i tifosi fischiano, i critici non si limitano a stroncarlo: lo insultano dalla tribuna stampa.

Dejo si confida con gli amici e non esce di casa. La famiglia, la moglie Valentina e i figli Vlado e Tamara lo aiutano molto ma il calcio lo fa soffrire: «È terribile, cosa ci sto a fare qui?». Chiede di essere ceduto, ma l’ordine è perentorio: da qui non si muove. L’ordine parte dall’alto, dal presidente Berlusconi. «L’ho preso io, è un campione e lo dimostrerà». Berlusconi sottolinea: «È una mia scommessa, come quella di Sacchi e quella di Capello. Hanno vinto tutto, vincerà anche Dejan».

Molti mugugnano, ma una scommessa è una scommessa. Dopo la sconfitta di Marsiglia, la cessione di Gullit alla Sampdoria e il rientro all’Ajax di Rijkaard, per Savicevic le prospettive cambiano. Capello apre nuovi spiragli: adesso puntiamo molto su Dejan. La partenza è buona, ma si tratta di una falsa partenza e il caso esplode subito. Quel Savicevic non serve, è un regalo per il centrocampo avversario. E non parliamo delle fasce, sinistra o destra, dei buchi e delle voragini in questo settore. Male, malissimo, ancora critiche, ancora liti.

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Savicevic rifiuta di andare in panchina in coppa e poi spara su Capello. Il caso si gonfia, siamo al limite della rottura. L’allenatore lancia battute velenose: «E pensare che per tenere questo abbiamo ceduto Gullit». Berlusconi interviene: «Ha ragione Fabio, ma Dejan va capito. È un fuoriclasse e soffre perché non gioca». Poi si fa male l’attaccante Marco Simone, Papin va in crisi e Savicevic si “adatta” a fare la seconda punta. Cambia lui, cambia il Milan. Grande finale in campionato, spettacolare conclusione in Europa.

È il 1994. Il Milan vince il suo terzo scudetto consecutivo e conquista la finale di Champions ad Atene contro il Barcellona. Rossoneri nettamente sfavoriti e il pessimismo dilaga: il gruppo non sta benissimo, mancano Baresi e Costacurta, super-coppia centrale
della difesa. Johan Cruijff, allenatore del Barca, provoca e offende. Dice l’olandese: «I tifosi del Milan si godano questo Barcellona, agli italiani non capita tutte le settimane di vedere una squadra che gioca bene come la nostra. Signori, il mondo ha bisogno del nostro spettacolo». Poi: «Ditemi, come posso perdere questa coppa? È impossibile». E, in delirio di onnipotenza: «Dio è mio amico, ai ragazzi dirò soltanto una cosa: divertitevi».

I giornali spagnoli, e anche qualche italiano, salutano così lo sbarco di Cruijff ad Atene: «È arrivato il dio del calcio ed è salito direttamente sull’Olimpo». Clima milanista un po’ mesto: il Barcellona sulla carta (e a parole) è troppo forte e troppo favorito. Ma Fabio Capello si liscia il mascellone: «Il Milan dovrà fare il Milan. Io ho fiducia, questa squadra nei momenti importanti non tradisce». Silvio Berlusconi, per la prima volta capo del Governo, alcuni giorni prima aveva detto a Savicevic: «Senti, sono due anni che ti difendo. Se sei un Genio, dimostralo».

Savicevic è un Genio e lo dimostra. Il 18 maggio il Milan, trascinato da Dejan, vince la sua quinta Coppa dei Campioni. Travolge il grande Barcellona: 4-0! Una sconfitta spaventosa, il portiere basco Andoni Zubizarreta dirà: «Fino a quella partita pensavo che la mia vita fosse segnata in un certo modo. Invece è cambiata in una notte». La notte dei gol di Massaro e Desailly e del capolavoro di Dejan il Genio, che illumina l’Olimpico con assist e giocate fantastiche. Poi quel lungo, beffardo pallonetto che si alza, va in cielo e poi scende e s’incastra quasi all’incrocio dei pali e si adagia nella storia.

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La spettacolare rete contro il Barcellona, finale di Coppa Campioni 1994

Chiederanno a Dejan: è il gol più bello della tua vita? E lui: «Forse, penso. Sicuramente il più, come si dice?, televisivo: è finito nelle cassette e nei dvd, è molto emozionante. Ma di belli, bellissimi ne ho fatti anche con la Stella Rossa».

Ne fa ancora con il Milan. Atene è la sua grande rivincita e ripartenza. Savicevic è ormai un punto di riferimento e il suo capitano, Franco Baresi, dice: «Ci fa respirare, tiene la palla, mette in crisi le difese». Paolo Maldini lo indica come futuro leader. L’allenatore Capello ammette: «E un grandissimo campione. Può fare tutto quello che vuole». In una
partita, l’anno dopo, a Bari, gennaio 1995, segna quattro gol. E in Champions, sempre trascinato dal Genio, il Milan è ancora finalista. Ma Savicevic, in odore di Pallone d’oro, è infortunato e non gioca contro l’Ajax. Il Milan è sconfitto uno a zero e rimpiange l’assenza del suo ‘straordinario giocatore». Berlusconi, Galliani e Capello dicono: «Con lui il Milan avrebbe rivinto la Coppa». Con lui rivincono un altro scudetto, Il quarto in cinque anni. È la stagione della rivalità con Roberto Baggio. Ma Capello, abile conduttore di uomini, riesce a far coesistere i due fuoriclasse.

Poi se ne va a Madrid, al Real, e per il Milan (e Savicevic) non sarà più come prima. Il Genio gioca altre due stagioni a basso profilo, come i rossoneri: con Tabarez e con il Sacchi di ritorno. Poi il campionato più brutto con Capello rientrato dalla Spagna. Dejan, spesso infortunato e giù di morale, lascia il Milan dopo sei stagioni e torna alla Stella Rossa. Solo uno scampolo, tre partite, nel 1999 va in Austria e gioca due buoni campionati (eccellente il primo) con il Rapid e chiude a 35 anni la sua carriera.

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Smette nel 2001, entra nella Federcalcio del suo Paese. Subito un alto incarico: vicepresidente della Serbia Montenegro. Una mattina il presidente, il suo grande amico Dragan Stojkovic detto Pixie, compagno alla Stella Rossa, lo chiama nel suo ufficio e gli offre la panchina della nazionale. Dejan è perplesso, l’idea è affascinante, la situazione politico-sportiva incerta. Risponde: «Va bene, do una mano». Pixie non capisce e Dejan chiarisce: «Vengo, ma faccio il volontario. Lavoro gratis, senza impegno». Stojkovic sorride e gli allunga un foglio: «Dejan, volontario no, ti faccio un contratto». Lo firma. Un biennale, 1500 euro al mese.

Esordio a Napoli, sabato 12 ottobre 2002, qualificazioni europee. ItaliaSerbia Montenegro 1-1. Per Dejan è quasi un trionfo, una buona, promettente nazionale. Ci sono Mihajlovic, Stankovic e Kovacevic, gente che in Italia fa bene. Dejan lancia in difesa Nemanja Vidic e poi chiama il Milan: prendetelo, ha solo vent’anni e un grande futuro, è da Milan. Ma via Turati non raccoglie l’invito e Vidic prima va allo Spartak Mosca e poi passa definitivamente al Manchester United per diventare uno dei pilastri dei Red Devils.

Ma il rapporto con la nazionale, dopo il promettente inizio, diventa presto difficile. Molti giocatori, quasi tutti, sono all’estero, i raduni sono complicati. Non c’è più lo spirito degli anni Ottanta, prima della guerra dei Balcani. Un’altra squadra, altri campioni, altri obiettivi. E poi, per indole e carattere, Dejan non vive in maniera ossessiva la partita. Non è un fanatico. E, ai suoi giocatori parla prima della partita e nell’intervallo.

Il suo pensiero: «Durante la gara non posso certo spiegare a un giocatore come deve dribblare o tirare. Non posso dire: adesso tu salti l’uomo e colpisci d’interno. Deve capirlo lui, deve sapere come muoversi. Se sbaglia glielo spiego dopo. Una, due, tre volte. Poi basta, se non lo capisce, non lo convoco più». Molti non capiscono, o non vogliono capire. La sua avventura sulla panchina della nazionale durerà solo un anno. Per un genio è sempre difficile spiegare le magie agli umani.