VIRDIS Pietro Paolo: il tamburino sardo

Una carriera da talento puro segnata da scelte di cuore e tempismi crudeli: il no alla Juventus, l’esplosione tardiva nel Milan, e quel paradosso di un bomber dimenticato dalla Nazionale maggiore.

Quando gli chiedono dove è nato, Virdis risponde sempre con una piccola correzione. Sull’anagrafe c’è scritto Sassari, 26 giugno 1957, ma lui precisa che è stato “per caso”: la sua terra è Sindia, milleseicento abitanti nel Nuorese, granito, macchia mediterranea e poche parole. Il padre Pietrino, ispettore agricolo, porta la famiglia a Cagliari quando il bambino ha sette anni. È lì che il pallone diventa la cosa più seria del mondo. Si gioca in strada, negli spazi stretti, ore di seguito: “In quel modo ho messo a punto il mio talento”, racconterà. E sullo sfondo c’è sempre Gigi Riva, il Cagliari dello scudetto 1970, l’idolo che il piccolo incrociava per strada senza il coraggio di fermarlo.

I dirigenti del Cagliari lo vedono giocare nei Vigili Urbani e decidono di lasciar perdere. Un errore che il club correggerà, ma con qualche anno di ritardo. Nel frattempo, nel 1973, è il presidente Bonaccorsi della Nuorese a scommettere su quel ragazzino deciso. A sedici anni Pietro Paolo lascia casa per la prima volta, dorme nella foresteria con gli altri, e ogni tanto il nonno Sebastiano passa a controllarlo cercando di non farsi notare.

Il numero 11 e una profezia in amichevole

C’è un pomeriggio di primavera che vale come un battesimo. La Nuorese affronta il Cagliari in amichevole. Dall’altra parte c’è Riva, il mito, il numero 11 per definizione. Sulla schiena di Virdis c’è lo stesso numero. Finisce 2-2, e i due gol per parte portano la stessa firma: doppietta di Riva, doppietta di Virdis. Lo stesso istinto, la stessa maglia, due età diverse. Le cronache locali ne parlano con un misto di stupore e tenerezza.

A fine stagione il bilancio è da predestinato: undici reti in venticinque partite di Serie D, la Nuorese terza a un passo dalla promozione. Stavolta il Cagliari non si fa scappare il ragazzo e lo paga sessantasette milioni di lire. Esordisce in Coppa Italia indossando proprio la numero 11 e debutta in Serie A il 6 ottobre 1974, contro il Lanerossi Vicenza. Quando Riva si infortuna gravemente, tocca a lui prenderne il posto. A diciassette anni si fa crescere i baffi e accetta un peso che avrebbe schiacciato chiunque.

Il no a Boniperti

Le prime due stagioni in Serie A sono apprendistato puro: sei reti in due anni, poi la retrocessione. Ma in Serie B qualcosa scatta: diciotto gol in trentatré gare. Nell’estate del 1977 mezza Italia lo vuole, e a vincere il braccio di ferro sembra la Juventus di Boniperti, che lo cerca come futuro centravanti al posto di Roberto Boninsegna, ormai a fine corsa. Sul piatto quasi due miliardi di lire.

Poi succede l’impensabile: Virdis dice no. Non per snobismo verso i bianconeri, ma per affetto verso l’isola. “Il mio non era un no a quella squadra, era un sì al Cagliari”, spiegherà. Boniperti, che non è abituato a sentirsi rifiutare, fa una cosa rarissima: prende e va in Sardegna a convincerlo di persona. La leggenda — gustosa — racconta che lo rincorse fino a Santa Teresa di Gallura e chiuse l’accordo nello scantinato di un negozio. A spingere per il sì sono la madre e perfino Riva: al Cagliari quei soldi servono.

Il ragazzo cede, ma dentro qualcosa si incrina. “Quel rifiuto condizionò il rapporto con i tifosi bianconeri e perfino con i compagni”, ammetterà. “Quando si è giovani si crede di essere maturi, e non lo si è mai abbastanza.”

Torino, tra nebbia e scudetti

A Torino il no gli viene rinfacciato. L’ambiente non lo abbraccia, e ci si mette anche il fisico: prima la mononucleosi, poi problemi articolari che ne limitano il rendimento. Per tre anni vive da corpo estraneo in una squadra perfettamente oliata. Tanto che chiede lui stesso a Boniperti di tornare al Cagliari in prestito, “per riprendere contatto con le mie vere possibilità, rifacendo il cammino dai primi passi”.

Funziona. Rientra a Torino rigenerato e nella stagione 1981-82 gioca tutte le trenta partite, segna nove gol e trova un’intesa eccellente con Roberto Bettega. Arriva un altro scudetto — il secondo per lui dopo quello del 1978 con la Coppa Italia in mezzo. E qui scatta l’amaro: a venticinque anni, subito dopo la sua miglior stagione in bianconero, gli dicono che non c’è più posto. Stanno arrivando Paolo Rossi, Michel Platini, Zbigniew Boniek, e Bettega è di nuovo al top. Lo cedono proprio quando aveva dimostrato di poter restare.

Udine, e il segreto di Pulici

Destinazione Udine. L’Udinese del presidente Mazza è ambiziosa, e lì ritrova l’amico Franco Causio. Comincia male: un infortunio al ginocchio in una partitella lo ferma quasi sei mesi. La rinascita arriva la stagione dopo, quando in Friuli sbarcano Zico, il connazionale Edinho, Massimo Mauro e il bomber Paolino Pulici. Da quest’ultimo Virdis ruba un dettaglio prezioso: la tecnica del rigore, alzare la testa all’ultimo istante per non dare riferimenti al portiere. Lo studia ogni giorno in allenamento. Ventinove presenze, dieci gol: l’attaccante è tornato quello vero. In area si muove con un’intelligenza che lo fa sembrare più rapido di quanto sia davvero. Con il pubblico friulano, però, non scocca mai la scintilla: due riservatezze, la sarda e la friulana, che non riescono a incontrarsi.

Il primo maggio del Milan

Nel 1984, a ventisette anni, la telefonata giusta. Gianni Rivera, vicepresidente del Milan, e l’allenatore Nils Liedholm lo vogliono a San Siro. Con il “Barone” segna con regolarità e diventa il miglior marcatore rossonero in Coppa UEFA, un record di club che reggerà fino al 2018. Poi nel 1986 Silvio Berlusconi rileva la società e l’anno dopo affida la panchina ad Arrigo Sacchi: il calcio italiano sta per cambiare pelle, e Virdis è nel mezzo della trasformazione.

Nel 1986-87 vince la classifica dei cannonieri con diciassette reti. È qui che si annida il suo primato più strano: l’unico ad aver superato i cento gol in Serie A senza essere mai stato convocato in Nazionale maggiore. È in buona compagnia, ma è una compagnia ristrettissima: solo sei capocannonieri di Serie A nella storia non hanno mai giocato nell’Italia A, da Volk e Vinicio fino a Protti e Hübner. Orgoglio e rimpianto nella stessa frase.

Ma è il 1° maggio 1988 a fissarlo nella memoria collettiva. Al San Paolo il Napoli di Maradona è primo, il Milan insegue a un punto. Virdis sblocca al 36′ su sviluppi di una punizione, Maradona pareggia poco prima dell’intervallo con un sinistro che bacia l’incrocio. Nella ripresa Sacchi inserisce Van Basten e libera Gullit: cross e incornata di Virdis per il 2-1, poi ancora Gullit per il 3-1 dell’olandese. Il sorpasso è cosa fatta. “Lo volevamo più del Napoli”, dirà. “Uscimmo tra gli applausi: una sensazione stupenda.” Lo scudetto arriverà davvero, e sarà ancora un suo gol — a Como, all’ultima giornata — a certificarlo aritmeticamente.

L’azzurro che ci fu, e quello che mancò

C’è una piccola ingiustizia che accompagna Virdis più di ogni trofeo. L’Italia A non lo convocò mai, neppure dopo lo scudetto e il titolo di capocannoniere. L’azzurro, però, lo aveva vestito: prima nell’Under 21, poi con la Nazionale olimpica. Nell’autunno del 1988, già reduce dal sorpasso di Napoli, vola a Seoul per i Giochi: l’Italia chiude al quarto posto, sfiorando il podio. Fu la sua unica vetrina internazionale con la maglia del Paese. Lui non ne fa un dramma, semmai una constatazione: “Feci l’Under, poi l’Olimpica, mai l’Italia A”, dice con un’alzata di spalle, “evidentemente c’è sempre stato qualcuno più bravo di me.” In quegli anni, davanti a lui, c’erano Rossi, Altobelli, Pruzzo, Vialli, Serena: una concorrenza che spiega molto, anche se non consola del tutto.

Barcellona, e poi il vino

L’anno dopo c’è la Coppa dei Campioni. Virdis pesa anche lì: tre reti nel cammino europeo, compresa una decisiva nel pareggio interno contro la Stella Rossa di Belgrado. Il 24 maggio 1989, al Camp Nou, il Milan travolge la Steaua Bucarest 4-0, e lui scende in campo nonostante gli acciacchi. È l’ultima immagine in rossonero: centoottantasei presenze, settantasei gol, uno scudetto, una Supercoppa, una Coppa dei Campioni e un titolo di capocannoniere.

Quando viene ceduto al Lecce di Carlo Mazzone, i tifosi lo salutano con uno striscione a San Siro che lo definisce un eroe immortale. In Puglia, in coppia con l’argentino Pasculli, taglia il traguardo dei cento gol in Serie A. Poi, nel 1991, a trentaquattro anni, smette presto e senza ripensamenti: “Che gusto c’è a prendere soldi nelle categorie minori quando il meglio lo hai già dato?”.

Una breve parentesi da allenatore, e infine la scelta che lo somiglia: dal 2003 gestisce a Milano una piccola enoteca, vini e prodotti sardi, insieme alla moglie Claudia — piemontese, conosciuta ai tempi della Juventus quando lei aveva diciotto anni, madre dei loro figli Matteo e Benedetta. “Mai guardarsi indietro malinconici”, dice oggi, con quel mezzo sorriso sotto i baffi imbiancati. Lo stesso istinto di quel ragazzo di Sindia che, a vent’anni, preferì la sua isola alla gloria immediata.