CLAUDIO MERLO: FOSFORO VIOLA

“A Milano c’era Mazzola e i problemi sono sorti proprio perché lui era intoccabile, inamovibile. Io potevo andare d’accordo con tutti gli altri, ma, essere la sua alternativa fu devastante per il mio destino e prosieguo all’Inter”


Il suo nome è legato agli indimenticabili undici anni trascorsi in riva all’Arno, dove ha vinto uno scudetto (edizione 1968-69), due Coppe Italia (1966 e 1975) ed una Coppa Mitropa (1966). Trequartista di ottimo livello, dai suoi piedi filtravano palloni precisi per Luciano Chiarugi e “Picchio” Giancarlo De Sisti. In Nazionale il centrocampista a lungo della Fiorentina ha collezionato una sola presenza (1-1 in Messico il 5 gennaio 1969), otto invece nella Nazionale giovanile. Sono in molti a concordare che calcisticamente ha ricevuto meno di quanto ha dato, sia i livello tecnico che professionale.

Chiuso tra Giancarlo Antognoni e Domenico Caso, passa all’Inter, dove – parole sue! – vive due brutte stagioni dopo il grande abbraccio dei fiorentini, diventando l’alternativa di Sandro Mazzola, e vincendo soltanto la Coppa Italia dell’edizione 1977-78. Poi, il Lecce, e 4 stagioni in B con i giallo-rossi, macchiati in parte dal calcio-scommesse che lo vede coinvolto e pagare un anno di squalifica, il 1982. Breve la sua carriera di allenatore, prevalentemente di giovani: così nel Rondinelle di Firenze, idem ad Arezzo ed infine nel Sorso.

295 le presenze nella massima ribalta, a fronte di 19 reti realizzate; 56 le presenze in serie B, per sole 3 reti, sempre con la maglia del Lecce. Oggi guida gli Allievi regionali d’Elite del Floria 2000 di Firenze. Sposato con Marta, ha due figli e un bellissimo Nipote, Alessandro. Come il suo primo figlio scomparso dopo pochi giorni che aveva visto la luce.

Mister, quand’è che le è venuta la pelle d’oca da calciatore?
“La pelle d’oca da calciatore m’è venuta quando ho vinto il Torneo di Viareggio la prima volta con la Fiorentina. Allora ero ragazzo, avevo 19 anni e già avevo giocato in serie A; però, a quell’epoca era una manifestazione molto importante, non come adesso”.

La sua infanzia, i suoi genitori?
“Mio padre era un muratore, lavorava, aveva due figli – io e mia sorella – e la vita era tranquilla, normalissima. Non si poteva mica sognare l’America, però, si mangiava”.

Il gol più bello dal punto di vista stilistico e quello invece più importante?
“Il gol più bello l’ho fatto in Coppa Italia con la maglia della Fiorentina e contro il Milan, in cui giocavano ancora Maldini, Trapattoni, sul viale del tramonto. Gli andai via, mi presentai solo davanti alla porta, non ricordo chi difendeva la porta e feci gol. Vincemmo 0-2 a Milano, in Coppa Italia, e il mio fu il gol del momentaneo 0-1”.

Il gol più pesante?
“Io non è che facevo tanti gol: ho realizzato un rigore contro la Juventus, e per noi della Fiorentina ogni volta che si segnava alla Juve erano considerati gol pesanti, particolari, speciali”.

Si ricorda chi ha battuto quella volta dal dischetto di gesso?
“Quella volta c’era Zoff, ma io ho iniziato a giocare quando c’erano tra i pali dei bianconeri Anzolin, Vavassori”.

Mai espulso, mister?
“Sì, sì, qualche volta perché ero un fumino: non digerivo la cattiveria perché nel calcio intuisci subito un’entrata regolare da un’altra con cui l’avversario ti vuol far male. C’è chi entra per prendere il pallone, ma, quando lui entra sopra il pallone quando tu te ne sei appena impossessato, puntando alla tibia, allo stinco, questi vuol dire che ti vuol far male. Ed allora diventavo un po’ fumino”.

E chi era quello che più degli altri lo faceva diventare un fumino?
“Io ero una mezza punta, si giocava a uomo e diventava sempre difficile tener palla. Prima c’erano mediani come Furino della Juventus, Gregori del Lane Rossi Vicenza e Bianchi dell’Atalanta e del Napoli che ti seguivano sempre dove andavi ed erano abbastanza tranquilli”.

Chi era quello che le mordeva di più le calcagna, le alitava di più sul collo?
“Bianchi: conservo una fotografia in cui mi marca. Il vicentino Gregori non era tanto cattivo: era molto veloce, più che altro, e ti bruciava nella rapidità, nell’anticipo e nella velocità”.

Qual è stato il giocatore più forte assieme al quale ha giocato e l’avversario più completo?
“De Sisti, col quale ho giocato parecchi anni assieme. Era uno che non si vedeva tanto in campo, ma che si sentiva perché trasmetteva la tranquillità. Ho giocato contro grandissimi campioni a quell’epoca e di quel tempo, ma, il più grande per me in assoluto è stato Rivera”.

Rigori sbagliati, uno di clamoroso?
“Uno a “San Siro”, c’era Vieri in porta. Io ero rigorista della Fiorentina, lui andò da una parte e mi prese il pallone con fortuna con i piedi perché io calciai un po’ centralmente”.

Fu un errore decisivo ai fini del risultato?
“Quella volta pareggiamo, non ricordo più il punteggio finale”

Una sola presenza nella Nazionale Maggiore…
“Sì, me lo ricordo quella volta in Messico, ma, allora era molto difficile arrivare a indossare la casacca azzurra, perché giocavano tutti i blocchi, da quello del Milan a quello dell’Inter a quello della Juventus. C’erano meno stranieri e c’erano italiani molto bravi, più forti di quelli di adesso. Avessi fatto il calciatore adesso, sicuramente avrei giocato più partite. I giocatori di adesso italiani non si possono confrontare con quelli di adesso”.

Dopo gli 11 anni “caldi” di Firenze, le due stagioni di “gelo” a Milano, sponda Inter…
“Mi aveva voluto Chiappella, che mi aveva fatto esordire nella Fiorentina undici anni prima. Mi aveva voluto nell’Inter a tutti i costi, conoscendomi bene, e per farmi fare il regista nerazzurro. Però, a Milano c’era un problema: c’era il signor Mazzola e i problemi sono sorti proprio perché lui era intoccabile, inamovibile. Io potevo andare d’accordo con tutti gli altri, ma, essere la sua alternativa fu devastante per il mio destino e prosieguo all’Inter. Ricordo che avevo tutti i giornali contro, mi davano la colpa anche se non giocavo. Mi ricorderò sempre sul giornale “La Notte”, ebbene, in quel quotidiano si dava sempre la colpa a me perché lui voleva Viola, la mezzala della Lazio, e non voleva me. Me aveva voluto mister Chiappella e Mazzola era il regista e le sue parole erano oro colato. Io tentai in tutte le maniere di cercarmi un mio spazio, ma, non mi fu possibile”.

Perché lei non ha avuto quel grande risalto che avrebbe meritato: non se l’è mai chiesto?
“Me lo son chiesto, sì! Perché prima c’erano grandi giocatori italiani, oggi un giocatore che reputo mediocre viene invece considerato un fuori classe. Io ho avuto il piacere di giocare con dei fuori classe sia stranieri che italiani”

Tra gli stranieri, Amarildo?
“Sì, Amarildo, che giocava con me nella Fiorentina. Ma, anche da avversari, e posso citarle Haller, Suarez, Jair, Peirò, Del Sol, ce n’erano tantissimi. Una volta si prendevano solo giocatori importanti, a differenza di oggi che si porta a casa calciatori mediocri”.

Chi era fortissimo nel suo ruolo al suo tempo?
“Rivera. E poi Mazzola. Difficilissimo soffiargli il posto, la corona di re. Rivera era un fenomeno, Mazzola, per me, era un fenomeno quando giocava da mezza punta, perché era molto veloce, dribblava bene. Quando ha poi incominciato a fare il regista, per me, era un giocatore normale”.

La felicità è un sostantivo che ha conosciuto?
“Sì, sì, porca miseria! Sono stato felice perché io ho fatto il lavoro fra virgolette che mi piaceva più di tutti perché io da piccolino già giocavo con i grandi negli oratori, dove ho iniziato. E un giorno sognavo di giocare in serie A. Ce l’ho fatta, per cui sono stato molto felice”.

Un ricordo particolare, una maglia donata a qualcuno?
“Poco dopo aver vinto lo scudetto con la Fiorentina, mi recai all’ospedale pediatrico “Meyer” di Firenze, e donai la maglia con lo scudetto a un bambino gravemente malato, colpito dal cancro. E ho regalato pantaloncini, le scarpette, altri cimeli a gente bisognosa. Mi è rimasto solamente il ricordo di quando giocavo, e quello non me lo può togliere nessuno!”

Fonte: Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

LA SCHEDA

Claudio Merlo (Roma, 7 luglio 1946)
Cresciuto nella Tevere Roma e passa alla Firoentina. Con la Fiorentina è chiamato a costruire l’azione assieme a Giancarlo De Sisti. Se Giancarlo sta in cabina di regia, Merlo agisce più come trequartista e mette palloni filtranti per gli inserimenti di Luciano Chiarugi ed Amarildo.Dopo più di dieci anni trascorsi a Firenze, trovandosi chiuso da Giancarlo Antognoni e Domenico Caso, decide di trasferirsi a Milano, sponda Inter dove si alterna spesso con Sandro Mazzola, totalizzando 38 presenze in due campionati e conquistando la Coppa Italia 1977-1978.Nell’estate 1978 passa quindi al Lecce in Serie B per chiudere la carriera, dopo essere stato coinvolto nel calcio-scommesse del 1980 per il quale subisce una squalifica di un anno, nel 1982.In carriera ha totalizzato complessivamente 295 presenze e 19 reti in Serie A e 56 presenze e 3 reti in Serie B.In Nazionale ha disputato un solo incontro, il 5 gennaio 1969 nel pareggio esterno 1-1 col Messico. Ha totalizzato inoltre 8 presenze in Nazionale B.