FABIO CUDICINI: NELLA TELA DEL “RAGNO NERO”

“Quella del Milan era una difesa di grande valore sia per le situazioni individuali sia per la coralità delle prestazioni: ragazzi che si aiutavano l’uno con l’altro e rendevano meno pericoloso l’atteggiamento di attacco degli avversari”


Impossibile non riconoscerlo tra i pali Fabio Cudicini, nato a Trieste – stessa città che ha dato i natali al “paron” Rocco – con quella calzamaglia nera e quel fisico magro e slanciato (191 cm di altezza) che pareva davvero un palo (della luce) tra i pali della porta. Gli sarebbe piaciuto fare il tennista, o meglio giocare fuori, ruolo mezz’ala, ma, alla fine la voglia di parare anche l’impossibile l’ha spinto a diventare uno dei numeri uno più forti d’Europa.

A Milano, “paron” Nereo Rocco – che come apprenderemo nel corso dell’intervista – aveva giocato assieme al padre Guglielmo, detto “Mino”, si ricorda di “Ragno nero”, così almeno la difesa non sarà più insidiata dai pericolosi traversoni dalla fasce e dai conseguenti colpi di testa degli attaccanti avversari. Dopo anni quasi all’insegna dell’anonimato vissuti a Roma, con quei giallo-rossi con cui conquista una Coppa delle Fiere (1961) e una Coppa Italia (1964), e una stagione con le “rondinelle” del Brescia, “Ragno nero” passa al Milan, dove ormai già maturo (32 anni) vive la parabola più esaltante che gli darà notorietà e trofei.

Con il “Diavolo” rossonero, infatti, in cinque stagioni vince tutto quello che c’era da vincere: dallo scudetto del 1967-68 alla Coppa dei Campioni (la seconda del Milan, nel 1969), dalla Coppa Intercontinentale (1969) alla Coppa Italia (1972). Non solo, ma, a “San Siro” Fabio Cudicini stabilisce l’ancora infranto record italiano di imbattibilità casalinga, pari a 1132 minuti.

Senta, Cudicini, qual è stata la parata più importante della sua carriera di calciatore?
Averla sempre in mente, qui, su due piedi, non ne ho una. Ce ne sono ovviamente diverse, però, tutte hanno una loro importanza, perché, come sappiamo, impediscono in maniera più o meno difficile, acrobatica, la possibilità di una rete”.

La prima che le viene in mente, allora.
Io parlerei di un insieme di parate, delle quali ce ne sono alcune veramente buone. Mi ricordo un derby di Coppa Italia contro l’Inter, in semifinale, l’anno non me lo ricordo. So che vincemmo 4-2 e poi ci qualificammo per la finale. Ricordo un paio di parate più importanti delle altre, che gettarono le fondamenta della vittoria, ci proiettarono in quella finale che vincemmo contro il Torino”.

Che cosa ha pensato quando “paron” Rocco, triestino come lei, la chiamò ormai maturo, a 32 anni? Di ritornar giovane?
Di ritornar giovane, no; sicuramente, di impegnarmi al massimo per fare un grande campionato, in quanto mi era stata data una prova di una grande possibilità, perché il palcoscenico del Milan non era una cosa di tutti i giorni. Campionato dopo campionato, cercavo di dare soddisfazione e ragione a chi mi aveva scelto: al “paron” Rocco era obbligo quasi morale contraccambiare la fiducia, avendo io già una certa età allora. Quello era il mio pensiero, il mio cruccio principale: di non tradire l’uomo che mi dava la possibilità enorme di finire la carriera come poi del resto è avvenuto con diversi successi, riportati anche in campo internazionale”.

Si ricorda un rigore, due, tre di fila parati?
No, diciamo due, tre rigori di fila no. Diciamo che ci sono state delle parate su calcio di rigore, sicuramente importanti e soprattutto nelle partite a carattere di eliminazione dopo che la parità continuava a registrarsi nei supplementari. Nella lotteria dei rigori, me ne ricordo una in Francia, a Lance: avendone presi due, si poté passare il turno. In un’unica partita più di uno non mi è mai capitato di parare, salvo in quelle circostanze di spareggio, del dentro o fuori la competizione”.

Qual è stata la “bestia nera” di “Ragno nero” Cudicini?
La “bestia nera” era John Charles, ex juventino. Le sue dimensioni, nel senso dell’altezza e del fisico corpulento, gli permettevano di sferrare dei colpi di testa micidiali. Negli incontri sia con l’Udinese che con la Roma, più che con il Milan, perché, data l’età, lui smise di giocare a Roma, dove ha fatto l’ultimo anno della sua carriera e dove ha sempre giocato con me, che io ero alle mie prime esperienze romane ed ebbi l’occasione di conoscerlo bene. Diciamo che era molto pericoloso, soprattutto per i colpi di testa, numero acrobatico grazie al quale mi fece diversi gol”.

Se la ricorda la caccia all’uomo vissuta nella gara di ritorno della finale di Coppa Intercontinentale giocata in casa degli argentini dell’Estudiantes? Non provò paura, lei, in porta e facile – vista l’altezza – bersaglio dell’animosità dei sudamericani, i quali fratturarono il setto nasale al vostro Nestor Combin?
Eh, sì, a Buenos Aires fu una partita davvero micidiale perché questi qui erano veramente degli animali come vennero poi chiamati successivamente. Ancora adesso non capisco le motivazioni perché gli avversari si comportarono in quella maniera; anche perché nella partita dell’andata, in cui vincemmo a Milano, al di là della vittoria che procurò certo fastidio, non ci furono particolari animosità o scontri scorretti. E, quindi, nessuno si aspettava, al di là di un legittimo desiderio di vittoria, una reazione così brutale, visto che era anche difficile poter rimediare al 3 a 0 subito all’andata. La loro cattiveria non giustificò il comportamento, come ho detto prima, animalesco addirittura, che misero in campo”.

Ha mai battuto un calcio di rigore?
Sì, ne battei uno nella partita di Coppa Italia, con la Fiorentina, quando giocavo nella Roma, allo stadio “Flaminio”. La partita era terminata in parità anche dopo i supplementari e furono necessari i calci di rigore. In quell’occasione mi capitò di tirarne uno”.

L’ha segnato?
Sì, ad Abertosi”.

Lei, Cudicini, è nato portiere, o aveva provato in altre discipline, immaginiamo il basket o il volley, data la sua statura?
Ho cominciato nella Ponziana, la seconda squadra di Trieste. Nel calcio ero nato come ala destra: nelle giovanili della Ponziana avevo cominciato come ala destra dei Giovanissimi. Poi, siccome le mie doti non erano eccezionali, nei ritagli di tempo dell’allenamento mi piaceva andare anche tra i pali. La passione e la successiva carriera mi diedero ragione. Avevo iniziato come ala. Invece, avevo iniziato con un altro sport da ragazzino: a nove-dieci anni, avevo iniziato a giocare a tennis, e a un certo punto mi assalì anche il dubbio se continuare con il tennis oppure decidere di giocare a calcio. Fu una decisione buona col senno di poi, ma, non è stata facile perché io sono sempre stato un innamorato del tennis”.

Cosa le disse “paron” Nereo Rocco quando lo fece prelevare dalla Roma a trent’anni suonati?
La battuta, molto frequente in Rocco anche nelle situazioni più serie, più delicate, per giustificare magari una sua decisione, in questo mio caso fu questa: “Io ho sempre paura in tutte le mie squadre dei colpi di testa, dei cross degli avversari. Siccome, te sì longo, penso che con te in porta l’area di rigore, per lo meno l’area piccola, sarò tranquillo, è una tua zona e su quella mi leverai diverse situazioni difficili, riuscirai ad evitare i colpi di testa nelle vicinanze della porta. Naturalmente, era una battuta perché poi ci sono state situazioni in cui mi fecero gol anche nell’arco dei cinque metri”.

I suoi idoli da ragazzino?
Quand’ero ragazzo, avevo un idolo: Sentimenti IV, della Juventus”.

Perché non ha mai debuttato in Nazionale? Perché aveva davanti Albertosi e Zoff?
In un primo tempo avevo davanti Ghezzi e Buffon. Successivamente, Zoff ed Albertosi. Tutti e quattro nei loro periodi durarono parecchi anni a difesa della porta azzurra. Per cui ebbi la possibilità di essere convocato in azzurro e anche di fare una panchina in Nazionale “A” solamente nell’era dei Ghezzi, dei Buffon, degli Albertosi e dei Zoff. Che non si ammalarono mai né si infortunarono, e, quindi, era una questione di fortuna poter subentrare a loro, applicare il “mors tua, vita mea””.

Quale è stato il momento in cui si è sentito felice come calciatore? Quando ha vinto la Coppa dei Campioni, o quella Intercontinentale a Buenos Aires?
Durante il periodo della Coppa dei Campioni, vinta nel 1969, con le due partite giocate nel Regno Unito: la partita giocata a Manchester e la partita di Glasgow contro il Celtic. No, quando vincemmo la Coppa dei Campioni, non provai una gioia sfrenata perché la finale fu condizionata dal 4-1 maturato e il Milan era in stato di grazia e non ci fu quindi bisogno dei miei interventi”.

A Manchester e a Glasgow invece, parando un po’ di tutto, si sentì più protagonista, più eroe…
Sì, sì, ovviamente è dipeso dall’attività dell’attacco avversario, che in quelle due partite lì fu davvero forte dal punto di vista tecnico e continuo nell’assalto alla porta. In Inghilterra giocarono con una certa intensità, continua, fatta di attacchi a tutto spiano. Anche perché per loro c’era da ribaltare il verdetto negativo dell’andata a Milano”.

Erano diventati dei veri e propri leoni…
Sì, sì, soprattutto, il Manchester in Inghilterra in quegli anni era molto forte, come tutte quelle squadre anglosassoni in genere”.

Un grande Cudicini, ma anche una signora difesa…
In quegli anni, senza dubbio, quella del Milan era una difesa di grande valore sia per le situazioni individuali sia per la coralità delle prestazioni: ragazzi bravissimi, che si aiutavano l’uno con l’altro e rendevano meno pericoloso l’atteggiamento di attacco degli avversari. Cavavano sempre il classico ragno dal buco anche in situazioni pericolose”.

Parlando di cavare un ragno dal buco…Una difesa formata da Anquilletti, dal Trap…
Come difensori veri e propri, Rosato e Anquilletti erano i più bravi, anche perché Rosato è stato in Nazionale diversi anni ed è facile parlare anche con dispiacere di Rosato perché non c’è più”.

E Malatrasi, di Calto di Rovigo?
Malatrasi era un giocatore molto esperto, che si identificò poi nel ruolo di libero con grande successo perché Rocco lo reinventò libero (allora si giocava col libero). Tra i liberi fu senza dubbio, in assoluto, il migliore che io ebbi come compagno di squadra sia nella Roma che nel Milan”.

L’unico rimpianto è non aver potuto giocare in Nazionale?
Ho fatto le giovanili, la nazionale “B”, la riserva a Zoff nella Nazionale “A”, ma, nel campionato del Mondo di Messico 1970, durante le gare di eliminazione. E’ successo a Berlino Est, contro la Germania della DDR, anche se in panchina, ma, ugualmente la ritengo importante. A parte questa, della Nazionale, grossi rimpianti non ne ho avuti, anche perché le soddisfazioni sono state tante e, quindi, non ci sono rimpianti”.

Più forte Fabio o Carlo (suo figlio) Cudicini tra i pali?
Io sono un portiere costruito, vengo, come le ho detto prima, dal tennis, facevo tutti gli sport oltre al calcio; lui, invece, è nato portiere, proprio fin da quando era piccolo, anche perché l’ho preso sotto le mie cure, e siccome, a lui piaceva stare in porta, anche da piccolino l’ho avviato io a questo ruolo. E, parlando, di quando aveva cinque-sei anni, si può dire che è nato portiere. Quindi, con tutti gli annessi e connessi, la sua è stata una vocazione spontanea, mentre io ero un portiere costruito e, man mano che andavo avanti, ovviamente imparavo sempre di più e mi esibivo sempre meglio”.

La più bella battuta rivolta a Fabio Cudicini dal “paron” Rocco?
La più bella fu in occasione di una papera gigantesca in una partita a Torino, con il Toro, in cui vincevamo noi del Milan 1 a 0 e presi un gol da Agroppi, che in vita sua aveva segnato pochissimo”.

Agroppi le fece gol di piede o di testa quella volta?
Di piede: un tiro da venti metri che, complice un po’ il terreno ghiacciato perché in pieno inverno, il pallone slittò su una lastra di ghiaccio e mi passò in mezzo alle gambe. Quando rientrammo nello spogliatoio, durante l’intervallo, siccome la squadra non stava giocando proprio bene, Rocco rimproverò un po’ tutti e sempre in vernacolo triestino disse: “Non te digo niente perché una monada così grossa non merita neanche che ne parli” (“non ti dico niente perché un infortunio, una papera del genere non merita neanche di essere discussa”). E così tra l’ilarità generale sdrammatizzò il momento nero della squadra, perché, ripeto, stavamo giocando malissimo”.

Fonte: Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

LA SCHEDA:

Fabio Cudicini (Trieste, 20 ottobre 1935)
Con i suoi 191 cm di altezza, Cudicini è stato uno dei più alti portieri della sua epoca. Cudicini esordì fra i professionisti con l’Udinese nel campionato di Serie B 1955-1956 conquistando la promozione in Serie A dove giocò nella sua prima stagione 13 partite, continuando ad alternarsi anche l’anno successivo con Primo Sentimenti. Dopo il quarto e il nono posto con i bianconeri, Cudicini venne chiamato nel 1958 alla Roma, dove per due anni fece il secondo portiere. Divenne titolare dal 1960 e conservò per 6 stagioni la maglia numero 1 dei giallorossi, collezionando 3 quinti posti consecutivi e la vittoria 1961 nella Coppa delle Fiere. Con la Roma disputò 166 partite di campionato.
Nel 1966-1967 giocò, pur senza continuità, al Brescia, con cui conquistò una risicata salvezza. A 32 anni, nel 1967, venne chiamato dal Milan con cui vinse subito lo scudetto e la Coppa delle Coppe. L’anno successivo arrivarono anche i trionfi in Coppa dei Campioni, la seconda del club milanese, e in Coppa Intercontinentale. L’ultimo trofeo con la maglia del Milan fu la Coppa Italia del 1972. Vestì in totale 127 volte la maglia del Milan in campionato.
Con la Nazionale non giocò mai, ma nel suo periodo romano venne convocato in Nazionale B l’8 maggio del 1963. Nonostante cio’, è considerato uno dei dieci piu’ forti portieri italiani della seconda meta’ del Novecento e il piu’ bravo del Milan, nello stesso periodo di tempo.