FRANCO NANNI: GENEROSO MA CON STILE

«Iniziai con la Juve. Che soddisfazione quando Boniperti mi disse che sul mio conto si sbagliò» «Ci esclusero dalla Coppa Campioni per una squalifica precedente perché non avevamo nessun peso»


Ambidestro, dribbling stretto, corsa elegante e «castagna» che non perdona. Una descrizione che non assomiglia a quella del mediano classico. Quando, a metà degli anni Sessanta, dalle giovanili del Pisa passa alla Juventus, è un attaccante, un’ala sinistra ficcante, capace di fare chilometri in una partita. È Colombo, allenatore degli Allievi professionisti, che lo impiega a centrocampo.
Da allora la mediana è sempre stata il suo regno. Nella stagione ’67-’68 è nella rosa bianconera ma non gioca. L’anno dopo in C col Trapani: 26 presenze e 4 reti, non male. A questo punto Nanni pensa di essersi meritato il richiamo a Torino ma si ritrova alla Lazio, questioni di comproprietà:
«La soddisfazione più grande – ricorda – quando ho ritrovato Boniperti, mi disse che sul mio conto si era sbagliato».
Un errore di valutazione, un ottimo giocatore ceduto alla concorrenza e che nella concorrenza farà pesare tutta la sua tecnica e tutta la sua grinta.
Nel ’69 (il 16 novembre) l’esordio in Serie A con la maglia della Lazio. Alla fine saranno sei le stagioni con i biancocelesti, le più belle che “l’altra metà di Roma” avesse mai vissuto prima.

La Lazio del primo scudetto. Anno ’73-’74, allenatore Maestrelli e tanti campioni in campo: Chinaglia, Re Cecconi, Frustalupi e Nanni. Come nasce quella squadra?
«Dopo una gara di Coppa Italia. Maestrelli fece degli esperimenti, trovò la quadratura del cerchio e in seguito giocammo sempre a quel modo. Con Chinaglia in più che in quella partita non c’era perché giocava con la Nazionale».
Il suo primo impiego fu come ala, poi lo spostamento a mediano sinistro, al fianco di Re Cecconi…
«Io ero portato molto ad attaccare. Dribbling stretto, tiravo con entrambi i piedi, correvo molto, per me era facile arrivare al limite dell’area avversaria e tirare in porta o suggerire ad un compagno».
E anche marcare…
«Sì, ma solo in determinate partite, quando incrociavi Rivera, Corso, Mazzola, Cordova o Capello».
Il più difficile da marcare e quello che ha stimato di più?
«In entrambi i casi Gianni Rivera. Un giocatore eccezionale, un fuoriclasse sulla cresta dell’onda per 17 anni, solo un grande può durare così a lungo. Tenerlo era quasi impossibile, ti faceva vedere i sorci verdi…»
Si parla oggi di quella Lazio come di una squadra “maledetta”.
«Le morti di Maestrelli, Re Cecconi, Frustalupi… La sventura di non poter disputare la Coppa Campioni per una squalifica dopo la rissa in Coppa Uefa con gli inglesi dell’Ipswich Town… Siamo stati l’unica squadra in tutta Europa a subire una sanzione così pesante, ma d’altra parte la società non era così forte da poter cambiare un verdetto così duro».
Si disse che il vostro fu uno scudetto un po’ “movimentato”, spari e scazzottate…
«Cavolate. Martini aveva una passione per le armi e qualche volta è capitato… Andavamo in ritiro sull’Aurelia… A volte la noia era tanta, ma non c’era niente di premeditato o d’altro. I cazzotti? La verità è che Maestrelli aveva preso a dividerci difensori contro attaccanti in allenamento. Erano partitelle sentite, nessuno ci stava a perdere. Avevamo tutti una forte personalità: eravamo permalosi e non volevamo perdere. Io sono così anche oggi. Capitavano baruffe, scontri… Ma tutto finiva lì perché la domenica in campo mangiavamo terreno ed avversari».
I meriti di Maestrelli?
«Aver tenuto unito un gruppo del genere e averlo portato allo scudetto, trovava sempre le parole giuste sia faccia a faccia che nello spogliatoio».
nanni-chi-wp1Con chi è rimasto amico? Amici?
«Nel calcio non esistono amici, chi lo racconta dice solo fesserie. Si sta insieme, si vince, ma anche la migliore delle amicizie si rompe se uno va in panchina; conta solo giocare e vincere insieme, questo crea legami, ma non amicizia».
Un mediano che fa gol, di solito non capita. A lei è successo abbastanza spesso. C’è una rete che ricorda in particolare?
«Quella segnata alla Roma nel derby del ’72. Venivamo dalla B, loro erano convinti di batterci e noi lo avevamo intuito. Un tiro da 25 metri, l’apoteosi. Dopo quella partita noi facemmo un grandissimo campionato arrivando terzi, la Roma rischiò la B. Quella vittoria ci disse tante cose, eravamo finalmente consapevoli della nostra forza e l’anno dopo vincemmo lo scudetto Ma poi il giocattolo si ruppe… Le esternazioni di alcuni giocatori sui giornali stonavano parecchio. La società non le avrebbe dovute permettere, hanno inciso molto sulla perdita di compattezza. Si vince e si perde in undici, invece c’era chi voleva far credere di non avere colpe, addossandole tutte sugli altri, peccato. Infine qualche investimento mancato per mantenersi competitivi, anche se per tre anni siamo stati una squadra formidabile».
Rammarichi?
«Sì, quello di non aver giocato la Coppa dei Campioni».
Franco Nanni ha giocato a calcio finché ha potuto, poi si è ritirato aprendo un negozio di articoli sportivi a Pitigliano (Grosseto), ma quel lavoro non faceva per lui. Ha ceduto l’attività a un parente della moglie ed è tornato a Roma. Oggi lavora per il Settore giovanile della Lazio, fa l’osservatore alla scoperta di altri Nanni, di campioni in erba pronti a sbocciare.

Testo di Francesco Caremani

LA SCHEDA:

Franco Nanni (Pisa, 11 maggio 1948)

Cresce nel vivaio della Juventus, si fa le ossa in C al Trapani. Poi il passaggio alla Lazio nel novembre del ’69, quello che una volta si chiamava «mercato di riparazione». Con i biancocelesti vive sei stagioni eccezionali, retrocessione in B, poi promozione e scudetto. La Lazio di Maestrelli diventa una delle più belle realtà del calcio italiano. A quei tempi per Nanni si parla anche di Nazionale, spesso compare tra i convocati dai giornali, che lo mettono anche in formazione. Non se ne farà mai nulla: «Peccato, perché me la meritavo davvero». Nel ’75 passa al Bologna dove milita per quattro stagioni, poi al Brescia in serie B nel 1978 e infine quattro anni nella Viterbese in serie D.
La Curiosità: Nel campionato 1972-73 la Lazio vinse il derby dell’andata con un gran gol dalla distanza di Nanni; l’allenatore della Roma, Herrera, commentando la partita disse ‘che mai e poi mai, neppure in sogno a Nanni sarebbe più riuscita un’impresa del genere. I tifosi della Lazio chiamarono quel gol “lo scaldabagno di Franco Nanni”, vista la violenza e la potenza del pallone scagliato nella porta.